Fatima è bellissima. Coi suoi 12 anni e l’ambra dell’oriente a colorarle gli occhi, il viso, le labbra. Ieri ha messo gli abiti buoni, i pantaloni e la maglia delle occasioni importanti. Fatima avrebbe dovuto parlare davanti al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e al ministro dell’Istruzione, Mariastella Gemini, nella «Giornata della legalità» organizzata al liceo artistico di Reggio Calabria, in Italia, nel paese in cui vive da diversi anni dopo la fuga della sua famiglia dal Libano. Ma aveva il velo Fatima. Rosa, dipinto con disegnini bianchi a dare un tocco gioviale e sbarazzino al suo copricapo, un hijab per bambina. L’aveva stretto in testa, così da non far scivolare nemmeno un capello lungo la fronte, come vuole la tradizione islamica. Eppure, per poter parlare, l’avrebbe dovuto togliere. È il sindaco Domenico Lucano a raccogliere l’indignazione della vice preside della scuola media di «Monasterace-Riace» che, da due giorni, faceva la spola col capoluogo per accompagnare la bimba alle prove del suo discorso. Era tutto pronto. Ma, lungo il tragitto, il cellulare dell’insegnante è squillato almeno 5 volte. Dall’altro capo del telefono, un non meglio precisato «direttore» le raccomandava che Fatima, per poter intervenire, avrebbe dovuto togliere il velo. Racconta la professoressa: «Mi hanno detto che si trattava di un semplice accorgimento per una questione di suscettibilità». Incredibile, ma vero. E dalla vicenda prende subito le distanze una funzionaria del ministero della Pubblica istruzione presente alla cerimonia di ieri. Spiega il punto di vista ufficiale: «Come Fatima sono stati molti i bambini esclusi per una questione di tempo e organizzazione. Anche loro avevano regolarmente svolto le prove». In ossequio a una scaletta rigida e inflessibile si è dovuta prendere una scelta: «Sul palco, a ogni modo, è salita un’altra piccola straniera, polacca e studentessa di Rosarno. Si è quindi preferito far intervenire una compagna di Fatima, italiana e anche lei impegnata fra i banchi di Riace, semplicemente per non tracciare differenze fra stranieri e italiani». Equità, dunque. E nessun caso di razzismo. Anche se, presente a una riunione nella presidenza del liceo artistico, convocata d’urgenza da tutti gli interessati sospinti dai giornalisti, un amministrativo della scuola di Riace, presente al momento delle telefonate fra la vice preside e l’incognito «direttore», ha parlato di «pressioni arrivate dal ministero dell’Interno». Dal Viminale, secondo la sua testimonianza, sarebbe partita l’offensiva al velo islamico di una bimba che avrebbe voluto dire che «a Riace si sta bene». All’amministrativo, però, la funzionaria del ministero ha risposto con un sorriso: «Ma figuriamoci». Pure la piccola, confusa da tanto clamore, ammette che le è stato chiesto di levare il copricapo islamico: «Ovviamente ho detto di no». Adesso, la mamma di Fatima vuole andare fino in fondo a una storia che ha visto sua figlia protagonista inconsapevole: «Voglio denunciare tutti. Voglio che i giornali ne parlino». Il suo sdegno ha raggiunto persino il Capo dello Stato che, con madre e figlia, strette nel velo delle loro radici, si è concesso una fotografia. La mamma di Fatima l’ha detto a Napolitano, gli ha raccontato che la sua bimba avrebbe dovuto parlare dal palco. Non le è stato concesso. Il Presidente, travolto da abbracci, saluti e affetto, potrebbe non aver compreso. E solo nel tardo pomeriggio la presidenza ha diffuso un comunicato ufficiale per precisare che: «Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha incontrato e salutato direttamente la piccola Fatima… come è del resto documentato dalle riprese televisive e dalle immagini fotografiche dell’iniziativa». Alla mamma di Fatima resta solo la rabbia. Cose del genere non le erano «mai accadute». Lì, a Riace, paese della tolleranza e dell’integrazione, dove il sindaco Lucano è diventato un simbolo della lotta alla discriminazione razziale, «mai si sarebbe verificato un così spregevole episodio». E il primo cittadino non le manda a dire, attaccando il governo che, «con la sua scellerata politica sull’immigrazione, oggi si è macchiato di un’infamia nei confronti di una bimba di 12 anni». E pensare che, poco prima, il presidente Napolitano aveva incontrato tre degli immigrati rimasti feriti nei giorni della rivolta di Rosarno. E pensare che, ancora prima, ai piccoli delle scuole di Scampia, di Reggio, dello Zen di Palermo, il ministro Mariastella Gemini aveva detto che «bisogna vincere la paura e occorre privilegiare la cultura della reciprocità e del confronto». Fatima, invece, se n’è tornata a casa. A Riace, la sua nuova dimora. Col suo discorso rimasto chiuso in un libretto, i capelli chiusi sotto al velo e l’innocenza di chi sa di non sapere.
domenica 24 gennaio 2010
Italia razzista...
Sotto il velo dell’ipocrisia da il Manifesto
Fatima è bellissima. Coi suoi 12 anni e l’ambra dell’oriente a colorarle gli occhi, il viso, le labbra. Ieri ha messo gli abiti buoni, i pantaloni e la maglia delle occasioni importanti. Fatima avrebbe dovuto parlare davanti al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e al ministro dell’Istruzione, Mariastella Gemini, nella «Giornata della legalità» organizzata al liceo artistico di Reggio Calabria, in Italia, nel paese in cui vive da diversi anni dopo la fuga della sua famiglia dal Libano. Ma aveva il velo Fatima. Rosa, dipinto con disegnini bianchi a dare un tocco gioviale e sbarazzino al suo copricapo, un hijab per bambina. L’aveva stretto in testa, così da non far scivolare nemmeno un capello lungo la fronte, come vuole la tradizione islamica. Eppure, per poter parlare, l’avrebbe dovuto togliere. È il sindaco Domenico Lucano a raccogliere l’indignazione della vice preside della scuola media di «Monasterace-Riace» che, da due giorni, faceva la spola col capoluogo per accompagnare la bimba alle prove del suo discorso. Era tutto pronto. Ma, lungo il tragitto, il cellulare dell’insegnante è squillato almeno 5 volte. Dall’altro capo del telefono, un non meglio precisato «direttore» le raccomandava che Fatima, per poter intervenire, avrebbe dovuto togliere il velo. Racconta la professoressa: «Mi hanno detto che si trattava di un semplice accorgimento per una questione di suscettibilità». Incredibile, ma vero. E dalla vicenda prende subito le distanze una funzionaria del ministero della Pubblica istruzione presente alla cerimonia di ieri. Spiega il punto di vista ufficiale: «Come Fatima sono stati molti i bambini esclusi per una questione di tempo e organizzazione. Anche loro avevano regolarmente svolto le prove». In ossequio a una scaletta rigida e inflessibile si è dovuta prendere una scelta: «Sul palco, a ogni modo, è salita un’altra piccola straniera, polacca e studentessa di Rosarno. Si è quindi preferito far intervenire una compagna di Fatima, italiana e anche lei impegnata fra i banchi di Riace, semplicemente per non tracciare differenze fra stranieri e italiani». Equità, dunque. E nessun caso di razzismo. Anche se, presente a una riunione nella presidenza del liceo artistico, convocata d’urgenza da tutti gli interessati sospinti dai giornalisti, un amministrativo della scuola di Riace, presente al momento delle telefonate fra la vice preside e l’incognito «direttore», ha parlato di «pressioni arrivate dal ministero dell’Interno». Dal Viminale, secondo la sua testimonianza, sarebbe partita l’offensiva al velo islamico di una bimba che avrebbe voluto dire che «a Riace si sta bene». All’amministrativo, però, la funzionaria del ministero ha risposto con un sorriso: «Ma figuriamoci». Pure la piccola, confusa da tanto clamore, ammette che le è stato chiesto di levare il copricapo islamico: «Ovviamente ho detto di no». Adesso, la mamma di Fatima vuole andare fino in fondo a una storia che ha visto sua figlia protagonista inconsapevole: «Voglio denunciare tutti. Voglio che i giornali ne parlino». Il suo sdegno ha raggiunto persino il Capo dello Stato che, con madre e figlia, strette nel velo delle loro radici, si è concesso una fotografia. La mamma di Fatima l’ha detto a Napolitano, gli ha raccontato che la sua bimba avrebbe dovuto parlare dal palco. Non le è stato concesso. Il Presidente, travolto da abbracci, saluti e affetto, potrebbe non aver compreso. E solo nel tardo pomeriggio la presidenza ha diffuso un comunicato ufficiale per precisare che: «Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha incontrato e salutato direttamente la piccola Fatima… come è del resto documentato dalle riprese televisive e dalle immagini fotografiche dell’iniziativa». Alla mamma di Fatima resta solo la rabbia. Cose del genere non le erano «mai accadute». Lì, a Riace, paese della tolleranza e dell’integrazione, dove il sindaco Lucano è diventato un simbolo della lotta alla discriminazione razziale, «mai si sarebbe verificato un così spregevole episodio». E il primo cittadino non le manda a dire, attaccando il governo che, «con la sua scellerata politica sull’immigrazione, oggi si è macchiato di un’infamia nei confronti di una bimba di 12 anni». E pensare che, poco prima, il presidente Napolitano aveva incontrato tre degli immigrati rimasti feriti nei giorni della rivolta di Rosarno. E pensare che, ancora prima, ai piccoli delle scuole di Scampia, di Reggio, dello Zen di Palermo, il ministro Mariastella Gemini aveva detto che «bisogna vincere la paura e occorre privilegiare la cultura della reciprocità e del confronto». Fatima, invece, se n’è tornata a casa. A Riace, la sua nuova dimora. Col suo discorso rimasto chiuso in un libretto, i capelli chiusi sotto al velo e l’innocenza di chi sa di non sapere.
Fatima è bellissima. Coi suoi 12 anni e l’ambra dell’oriente a colorarle gli occhi, il viso, le labbra. Ieri ha messo gli abiti buoni, i pantaloni e la maglia delle occasioni importanti. Fatima avrebbe dovuto parlare davanti al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e al ministro dell’Istruzione, Mariastella Gemini, nella «Giornata della legalità» organizzata al liceo artistico di Reggio Calabria, in Italia, nel paese in cui vive da diversi anni dopo la fuga della sua famiglia dal Libano. Ma aveva il velo Fatima. Rosa, dipinto con disegnini bianchi a dare un tocco gioviale e sbarazzino al suo copricapo, un hijab per bambina. L’aveva stretto in testa, così da non far scivolare nemmeno un capello lungo la fronte, come vuole la tradizione islamica. Eppure, per poter parlare, l’avrebbe dovuto togliere. È il sindaco Domenico Lucano a raccogliere l’indignazione della vice preside della scuola media di «Monasterace-Riace» che, da due giorni, faceva la spola col capoluogo per accompagnare la bimba alle prove del suo discorso. Era tutto pronto. Ma, lungo il tragitto, il cellulare dell’insegnante è squillato almeno 5 volte. Dall’altro capo del telefono, un non meglio precisato «direttore» le raccomandava che Fatima, per poter intervenire, avrebbe dovuto togliere il velo. Racconta la professoressa: «Mi hanno detto che si trattava di un semplice accorgimento per una questione di suscettibilità». Incredibile, ma vero. E dalla vicenda prende subito le distanze una funzionaria del ministero della Pubblica istruzione presente alla cerimonia di ieri. Spiega il punto di vista ufficiale: «Come Fatima sono stati molti i bambini esclusi per una questione di tempo e organizzazione. Anche loro avevano regolarmente svolto le prove». In ossequio a una scaletta rigida e inflessibile si è dovuta prendere una scelta: «Sul palco, a ogni modo, è salita un’altra piccola straniera, polacca e studentessa di Rosarno. Si è quindi preferito far intervenire una compagna di Fatima, italiana e anche lei impegnata fra i banchi di Riace, semplicemente per non tracciare differenze fra stranieri e italiani». Equità, dunque. E nessun caso di razzismo. Anche se, presente a una riunione nella presidenza del liceo artistico, convocata d’urgenza da tutti gli interessati sospinti dai giornalisti, un amministrativo della scuola di Riace, presente al momento delle telefonate fra la vice preside e l’incognito «direttore», ha parlato di «pressioni arrivate dal ministero dell’Interno». Dal Viminale, secondo la sua testimonianza, sarebbe partita l’offensiva al velo islamico di una bimba che avrebbe voluto dire che «a Riace si sta bene». All’amministrativo, però, la funzionaria del ministero ha risposto con un sorriso: «Ma figuriamoci». Pure la piccola, confusa da tanto clamore, ammette che le è stato chiesto di levare il copricapo islamico: «Ovviamente ho detto di no». Adesso, la mamma di Fatima vuole andare fino in fondo a una storia che ha visto sua figlia protagonista inconsapevole: «Voglio denunciare tutti. Voglio che i giornali ne parlino». Il suo sdegno ha raggiunto persino il Capo dello Stato che, con madre e figlia, strette nel velo delle loro radici, si è concesso una fotografia. La mamma di Fatima l’ha detto a Napolitano, gli ha raccontato che la sua bimba avrebbe dovuto parlare dal palco. Non le è stato concesso. Il Presidente, travolto da abbracci, saluti e affetto, potrebbe non aver compreso. E solo nel tardo pomeriggio la presidenza ha diffuso un comunicato ufficiale per precisare che: «Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha incontrato e salutato direttamente la piccola Fatima… come è del resto documentato dalle riprese televisive e dalle immagini fotografiche dell’iniziativa». Alla mamma di Fatima resta solo la rabbia. Cose del genere non le erano «mai accadute». Lì, a Riace, paese della tolleranza e dell’integrazione, dove il sindaco Lucano è diventato un simbolo della lotta alla discriminazione razziale, «mai si sarebbe verificato un così spregevole episodio». E il primo cittadino non le manda a dire, attaccando il governo che, «con la sua scellerata politica sull’immigrazione, oggi si è macchiato di un’infamia nei confronti di una bimba di 12 anni». E pensare che, poco prima, il presidente Napolitano aveva incontrato tre degli immigrati rimasti feriti nei giorni della rivolta di Rosarno. E pensare che, ancora prima, ai piccoli delle scuole di Scampia, di Reggio, dello Zen di Palermo, il ministro Mariastella Gemini aveva detto che «bisogna vincere la paura e occorre privilegiare la cultura della reciprocità e del confronto». Fatima, invece, se n’è tornata a casa. A Riace, la sua nuova dimora. Col suo discorso rimasto chiuso in un libretto, i capelli chiusi sotto al velo e l’innocenza di chi sa di non sapere.
Antonio Di Pietro
Quella nota informativa che salvò Di Pietro dalla bocciatura sicura di Paolo Bracalini
Tutto merito di quella vocazione da seminarista. Il fervore cristiano, che aveva portato Tonino per un breve tempo a frequentare un seminario, fece poi il miracolo: promosso magistrato, nonostante un esame pessimo, che aveva convinto la commissione a bocciarlo. Poi ci fu l’intervento salvifico, e l’esito cambiò. Ma che successe davvero? Il Giornale ha sentito ieri un testimone autorevole sul travagliato esame dell’aspirante toga Antonio Di Pietro, nel 1981: l’allora segretario della commissione esaminatrice, l’ex procuratore di Roma Felice Filocamo. Che ha ricordato: «Alla fine, sommando le opinioni, ha prevalso l’opinione generale contraria alla promozione di Di Pietro. Poi, con l’intervento di qualcuno che ha ritenuto che quella decisione non fosse... come dire... beh, ha capito, la commissione cambiò idea. Ci furono delle discussioni, la decisione venne rivista. Se chiedete al giudice Carnevale...» (l’allora presidente della commissione). Filocamo, dopo l’intervista, ha inviato un’ulteriore precisazione dove conferma «gli aiuti ottenuti dal candidato Di Pietro a passare l’esame», ma chiarisce che «l’aiuto lo ebbe agli esami orali e non agli scritti», dove - come racconta Filocamo - «c’è una busta grande con dei compiti e una piccola con il nome del candidato. Si correggono i compiti e si dà il voto per iscritto in calce al tema e sul verbale accanto. Dopodiché, quando sono finite le correzioni degli scritti, si aprono le buste piccole, che hanno come numero quello della busta grande, e quindi si abbinano. E il compito da anonimo diventa noto». Ma solo a quel punto. «Quindi io non potevo aver strappato il compito di Di Pietro perché non sapevo quale fosse il suo», spiega Filocamo. Mentre «l’aiuto fu dato a Di Pietro all’esame orale». Secondo l’ex parlamentare Elio Belcastro, che riportava una confidenza di Filocamo, per salvare Di Pietro vennero strappati dei documenti, o il compito o il verbale della commissione. Ma né Filocamo, oggi, né Corrado Carnevale confermano. Ma quale fu il ruolo di Carnevale, il presidente di quella commissione chiamato in causa da Filocamo? Carnevale ha confessato (all’agenzia Il Velino il 18 gennaio 2010) di aver spinto la promozione del non brillante esaminando, con due aiutini, «due stampelle» dice Carnevale. «Si presentò agli orali con una sufficienza e due quasi sufficienze su tre prove scritte. Agli orali non andò meglio. Ma prevalse l’orientamento di assegnargli due aiutini. Fui molto toccato dalla nota informativa, non so se della polizia o dei carabinieri, che illustrava il suo curriculum, come avveniva per tutti i candidati. Ricordo che nell’informativa si diceva che era stato un seminarista, era cattolico, era emigrato in Germania dove aveva lavorato presso una fabbrica di posate». La storia dell’emigrante costretto a faticare per studiare intenerì Carnevale, tanto da farlo recedere dall’idea iniziale di bocciarlo. Carnevale racconta che non ci fu alcun aiuto allo scritto, e ciò «anche perché gli elaborati scritti sono anonimi al momento in cui vengono corretti dalla commissione, per cui sarebbe stato impossibile identificare il dr. Di Pietro quale autore del compito», scrive il magistrato. «Nessun fatto costituente reato è stato commesso con riferimento alla vicenda del concorso in magistratura di Di Pietro». Galeotta fu, insomma, quella «informativa» dei carabinieri o della polizia (corpo in cui aveva prestato servizio il giovane Di Pietro). Un profilo molto benevolo che indusse il presidente quasi a commuoversi. «Mi fece tenerezza la sua provenienza - racconta il cattolico Carnevale, al sito di apologetica cristiana Pontifex - ed il curriculum in cui si segnalava che aveva fatto persino il seminarista a diciassette anni». E così partì l’aiuto. Anche se a distanza di anni Carnevale la pensa diversamente. «Se fossero vere le cose che raccontano di lui, cioè interrogatori troppo esuberanti e quasi intimidatori, Di Pietro non sarebbe stato un buon giudice. Del resto ho sempre detto che mi pento di averlo aiutato a superare il concorso in magistratura».
Tutto merito di quella vocazione da seminarista. Il fervore cristiano, che aveva portato Tonino per un breve tempo a frequentare un seminario, fece poi il miracolo: promosso magistrato, nonostante un esame pessimo, che aveva convinto la commissione a bocciarlo. Poi ci fu l’intervento salvifico, e l’esito cambiò. Ma che successe davvero? Il Giornale ha sentito ieri un testimone autorevole sul travagliato esame dell’aspirante toga Antonio Di Pietro, nel 1981: l’allora segretario della commissione esaminatrice, l’ex procuratore di Roma Felice Filocamo. Che ha ricordato: «Alla fine, sommando le opinioni, ha prevalso l’opinione generale contraria alla promozione di Di Pietro. Poi, con l’intervento di qualcuno che ha ritenuto che quella decisione non fosse... come dire... beh, ha capito, la commissione cambiò idea. Ci furono delle discussioni, la decisione venne rivista. Se chiedete al giudice Carnevale...» (l’allora presidente della commissione). Filocamo, dopo l’intervista, ha inviato un’ulteriore precisazione dove conferma «gli aiuti ottenuti dal candidato Di Pietro a passare l’esame», ma chiarisce che «l’aiuto lo ebbe agli esami orali e non agli scritti», dove - come racconta Filocamo - «c’è una busta grande con dei compiti e una piccola con il nome del candidato. Si correggono i compiti e si dà il voto per iscritto in calce al tema e sul verbale accanto. Dopodiché, quando sono finite le correzioni degli scritti, si aprono le buste piccole, che hanno come numero quello della busta grande, e quindi si abbinano. E il compito da anonimo diventa noto». Ma solo a quel punto. «Quindi io non potevo aver strappato il compito di Di Pietro perché non sapevo quale fosse il suo», spiega Filocamo. Mentre «l’aiuto fu dato a Di Pietro all’esame orale». Secondo l’ex parlamentare Elio Belcastro, che riportava una confidenza di Filocamo, per salvare Di Pietro vennero strappati dei documenti, o il compito o il verbale della commissione. Ma né Filocamo, oggi, né Corrado Carnevale confermano. Ma quale fu il ruolo di Carnevale, il presidente di quella commissione chiamato in causa da Filocamo? Carnevale ha confessato (all’agenzia Il Velino il 18 gennaio 2010) di aver spinto la promozione del non brillante esaminando, con due aiutini, «due stampelle» dice Carnevale. «Si presentò agli orali con una sufficienza e due quasi sufficienze su tre prove scritte. Agli orali non andò meglio. Ma prevalse l’orientamento di assegnargli due aiutini. Fui molto toccato dalla nota informativa, non so se della polizia o dei carabinieri, che illustrava il suo curriculum, come avveniva per tutti i candidati. Ricordo che nell’informativa si diceva che era stato un seminarista, era cattolico, era emigrato in Germania dove aveva lavorato presso una fabbrica di posate». La storia dell’emigrante costretto a faticare per studiare intenerì Carnevale, tanto da farlo recedere dall’idea iniziale di bocciarlo. Carnevale racconta che non ci fu alcun aiuto allo scritto, e ciò «anche perché gli elaborati scritti sono anonimi al momento in cui vengono corretti dalla commissione, per cui sarebbe stato impossibile identificare il dr. Di Pietro quale autore del compito», scrive il magistrato. «Nessun fatto costituente reato è stato commesso con riferimento alla vicenda del concorso in magistratura di Di Pietro». Galeotta fu, insomma, quella «informativa» dei carabinieri o della polizia (corpo in cui aveva prestato servizio il giovane Di Pietro). Un profilo molto benevolo che indusse il presidente quasi a commuoversi. «Mi fece tenerezza la sua provenienza - racconta il cattolico Carnevale, al sito di apologetica cristiana Pontifex - ed il curriculum in cui si segnalava che aveva fatto persino il seminarista a diciassette anni». E così partì l’aiuto. Anche se a distanza di anni Carnevale la pensa diversamente. «Se fossero vere le cose che raccontano di lui, cioè interrogatori troppo esuberanti e quasi intimidatori, Di Pietro non sarebbe stato un buon giudice. Del resto ho sempre detto che mi pento di averlo aiutato a superare il concorso in magistratura».
Arricchimenti culturali
Ragazza stuprata e rapinata: in manette quattro indiani
Un branco di sbandati, tutti di nazionalità indiana, tra i 25 e i 29 anni, senza permesso di soggiorno, ha abusato a turno di una giovane, italiana, di 25 anni. Due di loro, in sella a due motorini, l’hanno costretta a seguirli all’interno di un casolare nel quale vivono lungo la strada per Lenola vicino a Fondi, in provincia di Latina, dove ad attenderli c’erano gli altri due amici. E lì la violenza. Uno stupro evidentemente premeditato, con la scelta della vittima individuata in un giovane ragazza-madre che già vive in condizioni disagiate. La distanza del casolare dal centro abitato ha impedito che le urla della giovane venissero sentite e qualcuno potesse darle aiuto. L’allarme è scattato dopo molte ore, ma i quattro sono comunque stati arrestati.
Un branco di sbandati, tutti di nazionalità indiana, tra i 25 e i 29 anni, senza permesso di soggiorno, ha abusato a turno di una giovane, italiana, di 25 anni. Due di loro, in sella a due motorini, l’hanno costretta a seguirli all’interno di un casolare nel quale vivono lungo la strada per Lenola vicino a Fondi, in provincia di Latina, dove ad attenderli c’erano gli altri due amici. E lì la violenza. Uno stupro evidentemente premeditato, con la scelta della vittima individuata in un giovane ragazza-madre che già vive in condizioni disagiate. La distanza del casolare dal centro abitato ha impedito che le urla della giovane venissero sentite e qualcuno potesse darle aiuto. L’allarme è scattato dopo molte ore, ma i quattro sono comunque stati arrestati.
Banda armata leghista
I pm attaccano pure il Carroccio: «Camicie verdi? È banda armata» di Massimo Malpica
Roma - Camicie verdi o brigate rosse? Per la procura di Verona pari sono, o poco ci manca. Il gup del capoluogo veneto Rita Caccamo ha infatti firmato due giorni fa il rinvio a giudizio per banda armata di 36 esponenti del Carroccio che, quattordici anni fa, militavano appunto nelle Camicie verdi, poi divenute Guardia nazionale padana. Ossia «un vero e proprio apparato parallelo alle forze armate», secondo la procura veneta. Umberto Bossi, Roberto Maroni, Roberto Calderoli e altri «big» del Carroccio, che all’epoca erano parlamentari, solo grazie alla mancata autorizzazione a procedere e a una pronuncia della Consulta sono usciti a dicembre dall’inchiesta, che venne avviata alla fine del secolo scorso dall’ex procuratore Guido Papalia, e che inizialmente puntava anche ai vertici della Lega. Fu durante una movimentata perquisizione nella sede del Carroccio a Milano, motivata da questa indagine, che l’attuale ministro dell’Interno Maroni rimase leggermente ferito. Ma se i leader leghisti non finiranno alla sbarra, tra i 36 rinviati a giudizio (militanti lombardi, veneti, liguri, piemontesi, emiliani e friulani) ci sono comunque nomi piuttosto noti. Il deputato Matteo Bragantini, l’ex sindaco di Milano Marco Formentini, il primo cittadino di Treviso Gian Paolo Gobbo, tra gli altri. E l’accusa per tutti è pesantissima, roba da Anni di piombo, appunto: costituzione di banda armata, reato punibile con la reclusione da 5 a 15 anni. L’ipotesi accusatoria è sostanzialmente la stessa dell’ex procuratore capo di Verona, che già all’epoca (novembre 1996) dichiarava: «Questi gruppi corrispondono, nella sostanza, ad associazioni militari proibite dalla legge». E a scorrere l’ordinanza del gup (che lamenta anche che gli indagati si siano avvalsi della facoltà di non rispondere), pare che gli inquirenti dopo quasi tre lustri non abbiano cambiato idea: «Attraverso le Camicie verdi - scrive il giudice Caccamo - si costituì una vera e propria associazione a carattere militare, articolata in più compagnie dislocate territorialmente, che si prefiggeva lo scopo di conquistare l’autonomia della Padania dall’Italia». Insomma, per i magistrati veronesi le «guardie padane» pianificavano la secessione avendo «partecipato e organizzato un’associazione a carattere militare» per «affermare l’autonomia della Padania». Un’organizzazione che, per il gup, era «composta da una pluralità di persone, aveva un carattere di stabilità», era «rivolta al perseguimento di uno scopo politico» ed era «dotata di forza di intervento, in ragione del dispiego di forza fisica o intimidazione improntata all’uso di mezzi violenti». Conta poco che, per esempio per le «guardie» di Verona (che per il gup erano comandate dall’allora 21enne Bragantini), il varo dello statuto interno sostituì «lo scopo della secessione con il rifiuto della violenza». Non tardano ad arrivare le repliche da parte del Carroccio, improntate per lo più al sarcasmo. «È archeologia», taglia corto Luca Zaia, ministro per le Politiche agricole e candidato del centrodestra alle prossime regionali in Veneto. «La giustizia - attacca l’esponente leghista del governo - dovrebbe occuparsi di ben altro che di fatti accaduto in epoche ormai lontanissime, e al di là del paradosso di una complessa macchina giudiziaria impegnata per decenni in materie nebulose, va registrata ancora una volta la distanza tra quanto accade e quanto si attendono i cittadini». Scettica sull’iniziativa della magistratura persino la segretaria del Pd Veneto, Rosanna Filippin («La Lega non la combattiamo nelle aule giudiziarie»), mentre non manda giù il rinvio a giudizio l’unico degli imputati presente in aula l’altro giorno, Enzo Flego, consigliere comunale a Verona, che rimarca come la vicenda delle Camicie verdi «salti fuori alla vigilia di ogni elezione», e contesta duramente l’imputazione di «banda armata». «Semmai - spiega - eravamo una banda sociale, aiutavamo la gente, facevamo volontariato». Non sembra preoccupato l’avvocato-deputato del Carroccio Matteo Brigandì, che si occupa della difesa di molti dei 36 neo imputati: «Processo politico e inutile - chiosa - peraltro già in odore di prescrizione». Previsione facile: per non smentire i tempi biblici dell’indagine, la prima udienza del processo è stata fissata al primo ottobre. Se le Camicie verdi sono come le Br, la giustizia non sembra aver fretta di processarle.
Roma - Camicie verdi o brigate rosse? Per la procura di Verona pari sono, o poco ci manca. Il gup del capoluogo veneto Rita Caccamo ha infatti firmato due giorni fa il rinvio a giudizio per banda armata di 36 esponenti del Carroccio che, quattordici anni fa, militavano appunto nelle Camicie verdi, poi divenute Guardia nazionale padana. Ossia «un vero e proprio apparato parallelo alle forze armate», secondo la procura veneta. Umberto Bossi, Roberto Maroni, Roberto Calderoli e altri «big» del Carroccio, che all’epoca erano parlamentari, solo grazie alla mancata autorizzazione a procedere e a una pronuncia della Consulta sono usciti a dicembre dall’inchiesta, che venne avviata alla fine del secolo scorso dall’ex procuratore Guido Papalia, e che inizialmente puntava anche ai vertici della Lega. Fu durante una movimentata perquisizione nella sede del Carroccio a Milano, motivata da questa indagine, che l’attuale ministro dell’Interno Maroni rimase leggermente ferito. Ma se i leader leghisti non finiranno alla sbarra, tra i 36 rinviati a giudizio (militanti lombardi, veneti, liguri, piemontesi, emiliani e friulani) ci sono comunque nomi piuttosto noti. Il deputato Matteo Bragantini, l’ex sindaco di Milano Marco Formentini, il primo cittadino di Treviso Gian Paolo Gobbo, tra gli altri. E l’accusa per tutti è pesantissima, roba da Anni di piombo, appunto: costituzione di banda armata, reato punibile con la reclusione da 5 a 15 anni. L’ipotesi accusatoria è sostanzialmente la stessa dell’ex procuratore capo di Verona, che già all’epoca (novembre 1996) dichiarava: «Questi gruppi corrispondono, nella sostanza, ad associazioni militari proibite dalla legge». E a scorrere l’ordinanza del gup (che lamenta anche che gli indagati si siano avvalsi della facoltà di non rispondere), pare che gli inquirenti dopo quasi tre lustri non abbiano cambiato idea: «Attraverso le Camicie verdi - scrive il giudice Caccamo - si costituì una vera e propria associazione a carattere militare, articolata in più compagnie dislocate territorialmente, che si prefiggeva lo scopo di conquistare l’autonomia della Padania dall’Italia». Insomma, per i magistrati veronesi le «guardie padane» pianificavano la secessione avendo «partecipato e organizzato un’associazione a carattere militare» per «affermare l’autonomia della Padania». Un’organizzazione che, per il gup, era «composta da una pluralità di persone, aveva un carattere di stabilità», era «rivolta al perseguimento di uno scopo politico» ed era «dotata di forza di intervento, in ragione del dispiego di forza fisica o intimidazione improntata all’uso di mezzi violenti». Conta poco che, per esempio per le «guardie» di Verona (che per il gup erano comandate dall’allora 21enne Bragantini), il varo dello statuto interno sostituì «lo scopo della secessione con il rifiuto della violenza». Non tardano ad arrivare le repliche da parte del Carroccio, improntate per lo più al sarcasmo. «È archeologia», taglia corto Luca Zaia, ministro per le Politiche agricole e candidato del centrodestra alle prossime regionali in Veneto. «La giustizia - attacca l’esponente leghista del governo - dovrebbe occuparsi di ben altro che di fatti accaduto in epoche ormai lontanissime, e al di là del paradosso di una complessa macchina giudiziaria impegnata per decenni in materie nebulose, va registrata ancora una volta la distanza tra quanto accade e quanto si attendono i cittadini». Scettica sull’iniziativa della magistratura persino la segretaria del Pd Veneto, Rosanna Filippin («La Lega non la combattiamo nelle aule giudiziarie»), mentre non manda giù il rinvio a giudizio l’unico degli imputati presente in aula l’altro giorno, Enzo Flego, consigliere comunale a Verona, che rimarca come la vicenda delle Camicie verdi «salti fuori alla vigilia di ogni elezione», e contesta duramente l’imputazione di «banda armata». «Semmai - spiega - eravamo una banda sociale, aiutavamo la gente, facevamo volontariato». Non sembra preoccupato l’avvocato-deputato del Carroccio Matteo Brigandì, che si occupa della difesa di molti dei 36 neo imputati: «Processo politico e inutile - chiosa - peraltro già in odore di prescrizione». Previsione facile: per non smentire i tempi biblici dell’indagine, la prima udienza del processo è stata fissata al primo ottobre. Se le Camicie verdi sono come le Br, la giustizia non sembra aver fretta di processarle.
sabato 23 gennaio 2010
Magistratura italica e islam radicale
Ragazza pakistana rapita: il padre ai domiciliari, la madre libera. Morbida la decisione del gip. Loro: amiamo nostra figlia
Rapire una ragazza perché non vuole piegarsi ai precetti dell'Islam non è poi così grave. Questo emerge dalla decisione del gip Cormio che ha deciso di mandare ai domiciliari il padre e ha liberato la madre di Almas. Loro gli hanno detto di aver rapito la ragazza all’uscita di scuola perché l’amano e volevano parlarle. Questa mattina Akatar e Aslam Mahmood sono comparsi davanti al gip del tribunale di Pesaro, Raffaele Cormio, per la convalida dell’arresto. Akatar Mahmood ha ottenuto gli arresti domiciliari; la moglie Almas è libera, con l'obbligo di recarsi a firmare presso la Caserma dei carabinieri d Senigallia tre volte alla settimana. Il giudice ha convalidato l'arresto per il sequestro della giovane, ma nella sua ordinanza sottolinea che il fatto si è «ridimensionato» perchè quando Almas ha ribadito ai suoi di non voler tornare a vivere in famiglia, i genitori hanno rinunciato ad altri «atti di costrizione», mostrando «una condotta di ravvedimento». Ma la rigidità del padre, un venditore ambulante di 40 anni, nei confronti della figlia è venuta fuori anche di fronte al gip. Akatar ha detto di voler bene alla figlia, ma anche di non capire il suo rifiuto "a vivere all’interno della famiglia e della comunità pachistana". Nessun riferimento, invece, al presunto matrimonio combinato con un connazionale. Parlando dei comportamenti del padre, l’avvocato della coppia, Marco Diamantini, ha criticato l'operato dei servizi sociali, ai quali Almas era stata affidata dal tribunale dei minori, perché lo ha costretto a non avvicinarsi alla figlia, allargando in qualche modo la frattura che si era creata nel loro rapporto. Secondo il legale, però, il padre ha compreso le ragioni di Almas, tanto che dopo averla rapita ha deciso di riaccompagnarla al centro di accoglienza di Fano e di costituirsi ai carabinieri. Ma mercoledì scorso, gli uomini dell’arma sono arrivati prima, bloccando la Daewoo della famiglia Mahmood lungo l’autostrada, oltre il casello della cittadina in provincia di Pesaro-Urbino.
Rapire una ragazza perché non vuole piegarsi ai precetti dell'Islam non è poi così grave. Questo emerge dalla decisione del gip Cormio che ha deciso di mandare ai domiciliari il padre e ha liberato la madre di Almas. Loro gli hanno detto di aver rapito la ragazza all’uscita di scuola perché l’amano e volevano parlarle. Questa mattina Akatar e Aslam Mahmood sono comparsi davanti al gip del tribunale di Pesaro, Raffaele Cormio, per la convalida dell’arresto. Akatar Mahmood ha ottenuto gli arresti domiciliari; la moglie Almas è libera, con l'obbligo di recarsi a firmare presso la Caserma dei carabinieri d Senigallia tre volte alla settimana. Il giudice ha convalidato l'arresto per il sequestro della giovane, ma nella sua ordinanza sottolinea che il fatto si è «ridimensionato» perchè quando Almas ha ribadito ai suoi di non voler tornare a vivere in famiglia, i genitori hanno rinunciato ad altri «atti di costrizione», mostrando «una condotta di ravvedimento». Ma la rigidità del padre, un venditore ambulante di 40 anni, nei confronti della figlia è venuta fuori anche di fronte al gip. Akatar ha detto di voler bene alla figlia, ma anche di non capire il suo rifiuto "a vivere all’interno della famiglia e della comunità pachistana". Nessun riferimento, invece, al presunto matrimonio combinato con un connazionale. Parlando dei comportamenti del padre, l’avvocato della coppia, Marco Diamantini, ha criticato l'operato dei servizi sociali, ai quali Almas era stata affidata dal tribunale dei minori, perché lo ha costretto a non avvicinarsi alla figlia, allargando in qualche modo la frattura che si era creata nel loro rapporto. Secondo il legale, però, il padre ha compreso le ragioni di Almas, tanto che dopo averla rapita ha deciso di riaccompagnarla al centro di accoglienza di Fano e di costituirsi ai carabinieri. Ma mercoledì scorso, gli uomini dell’arma sono arrivati prima, bloccando la Daewoo della famiglia Mahmood lungo l’autostrada, oltre il casello della cittadina in provincia di Pesaro-Urbino.
venerdì 22 gennaio 2010
Accuse, elezioni e strane coincidenze...
Il capo del governo accusato di «appropriazione indebita». Ghedini: «Accuse incredibili». Caso Mediatrade, chiuse le indagini. Tra gli indagati anche il premier Berlusconi e suo figlio Piersillvio. L'inchiesta è sulla compravendita di diritti tv
MILANO - La Procura di Milano ha chiuso l'inchiesta Mediatrade-Rti nella quale, tra gli indagati figurano Silvio Berlusconi e altre persone, in tutto una decina. Il pm Fabio De Pasquale, tramite la Guardia di Finanza, ha notificato l'avviso di conclusione delle indagini. L'inchiesta è nata da uno stralcio di quella principale Mediaset e riguarda presunte irregolarità nella compravendita di diritti televisivi per creare, secondo l'accusa, fondi neri. La chiusura di questo filone di indagine era attesa da tempo.
LE TAPPE - L'indagine è nata nel 2007 in seguito all'esame di alcuni documenti provenienti da un sequestro effettuato in Svizzera nel 2005 a una società riconducibile all'imprenditore Frank Agrama e da perquisizioni fatte presso Rti (società del gruppo Mediaset). Nell'autunno del 2007 Berlusconi era stato iscritto nel registro degli indagati per concorso in appropriazione indebita. Fra le 10 persone alle quali la Guardia di Finanza ha notificato l'avviso di chiusura indagini per Mediatrade, figurano anche Pier Silvio Berlusconi (per frode fiscale) e Fedele Confalonieri, il banchiere Paolo Del Bue, il produttore Frank Agrama, tre dirigenti di Mediaset e due cittadini di Hong Kong. I reati contestati, a vario titolo, sono: concorso in appropriazione indebita, frode fiscale e riciclaggio. I reati contestati vanno fino allo scorso anno.
«ACCUSE INCREDIBILI» - «La Procura di Milano ancora una volta continua nella pervicace volontà di sottoporre a processo Silvio Berlusconi - ha commentato l'avvocato del premier, Niccolò Ghedini -. Le contestazioni mosse hanno dell'incredibile sia per il contenuto delle stesse sia per gli anni a cui si riferiscono, periodo in cui Silvio Berlusconi non aveva la benché minima possibilità di incidere sull'azienda». «Estendere l'incolpazione a Piersilivio Berlusconi, colpevole evidentemente di essere figlio di Silvio Berlusconi - ha aggiunto l'avvocato - è poi del tutto sconnesso da qualsiasi logica e da qualsiasi realtà fattuale essendo già da tempo dimostrata in atti, con documenti e testimonianze, la sua totale estraneità ai fatti contestati. L'ennesimo procedimento, che non potrà che risolversi in una declaratoria di insussistenza dei fatti, alla vigilia di una delicata competizione elettorale e proprio quando si stanno discutendo le riforme della giustizia non può non destare una straordinaria indignazione».
«MUORE LA GIUSTIZIA» - «Dopo la chiusura dell'inchiesta sui diritti tv, c'è qualcuno che può ancora credere che alcuni pubblici ministeri siano interessati a celebrare la giustizia, applicare le leggi e ricercare la verità?» ha rincarato la dose Sandro Bondi, coordinatore nazionale del Pdl. «Di questo passo - ha aggiunto - , muore il senso della giustizia e scompare definitivamente la fiducia dei cittadini nella magistratura. L'unica speranza è che maturi, anche da parte della sinistra, la consapevolezza della necessità e urgenza di una riforma che restituisca imparzialità, dignità e fiducia all'amministrazione della giustizia nel nostro Paese».
MEDIASET - In serata arriva anche il commento di Mediaset: «I diritti cinematografici oggetto dell'inchiesta sono stati acquistati a prezzi di mercato e tutti i bilanci e le dichiarazioni fiscali della società sono stati redatti nella più rigorosa osservanza dei criteri di trasparenza e delle norme di legge. La documentazione dimostrerà la totale estraneità di Fedele Confalonieri e Pier Silvio Berlusconi alle accuse ipotizzate di frode fiscale. Non si può infine evitare di sottolineare l'assurdità delle contestazioni: un procedimento in cui Mediaset è semmai parte lesa si ritorce infatti contro la società stessa e i suoi massimi dirigenti».
MILANO - La Procura di Milano ha chiuso l'inchiesta Mediatrade-Rti nella quale, tra gli indagati figurano Silvio Berlusconi e altre persone, in tutto una decina. Il pm Fabio De Pasquale, tramite la Guardia di Finanza, ha notificato l'avviso di conclusione delle indagini. L'inchiesta è nata da uno stralcio di quella principale Mediaset e riguarda presunte irregolarità nella compravendita di diritti televisivi per creare, secondo l'accusa, fondi neri. La chiusura di questo filone di indagine era attesa da tempo.
LE TAPPE - L'indagine è nata nel 2007 in seguito all'esame di alcuni documenti provenienti da un sequestro effettuato in Svizzera nel 2005 a una società riconducibile all'imprenditore Frank Agrama e da perquisizioni fatte presso Rti (società del gruppo Mediaset). Nell'autunno del 2007 Berlusconi era stato iscritto nel registro degli indagati per concorso in appropriazione indebita. Fra le 10 persone alle quali la Guardia di Finanza ha notificato l'avviso di chiusura indagini per Mediatrade, figurano anche Pier Silvio Berlusconi (per frode fiscale) e Fedele Confalonieri, il banchiere Paolo Del Bue, il produttore Frank Agrama, tre dirigenti di Mediaset e due cittadini di Hong Kong. I reati contestati, a vario titolo, sono: concorso in appropriazione indebita, frode fiscale e riciclaggio. I reati contestati vanno fino allo scorso anno.
«ACCUSE INCREDIBILI» - «La Procura di Milano ancora una volta continua nella pervicace volontà di sottoporre a processo Silvio Berlusconi - ha commentato l'avvocato del premier, Niccolò Ghedini -. Le contestazioni mosse hanno dell'incredibile sia per il contenuto delle stesse sia per gli anni a cui si riferiscono, periodo in cui Silvio Berlusconi non aveva la benché minima possibilità di incidere sull'azienda». «Estendere l'incolpazione a Piersilivio Berlusconi, colpevole evidentemente di essere figlio di Silvio Berlusconi - ha aggiunto l'avvocato - è poi del tutto sconnesso da qualsiasi logica e da qualsiasi realtà fattuale essendo già da tempo dimostrata in atti, con documenti e testimonianze, la sua totale estraneità ai fatti contestati. L'ennesimo procedimento, che non potrà che risolversi in una declaratoria di insussistenza dei fatti, alla vigilia di una delicata competizione elettorale e proprio quando si stanno discutendo le riforme della giustizia non può non destare una straordinaria indignazione».
«MUORE LA GIUSTIZIA» - «Dopo la chiusura dell'inchiesta sui diritti tv, c'è qualcuno che può ancora credere che alcuni pubblici ministeri siano interessati a celebrare la giustizia, applicare le leggi e ricercare la verità?» ha rincarato la dose Sandro Bondi, coordinatore nazionale del Pdl. «Di questo passo - ha aggiunto - , muore il senso della giustizia e scompare definitivamente la fiducia dei cittadini nella magistratura. L'unica speranza è che maturi, anche da parte della sinistra, la consapevolezza della necessità e urgenza di una riforma che restituisca imparzialità, dignità e fiducia all'amministrazione della giustizia nel nostro Paese».
MEDIASET - In serata arriva anche il commento di Mediaset: «I diritti cinematografici oggetto dell'inchiesta sono stati acquistati a prezzi di mercato e tutti i bilanci e le dichiarazioni fiscali della società sono stati redatti nella più rigorosa osservanza dei criteri di trasparenza e delle norme di legge. La documentazione dimostrerà la totale estraneità di Fedele Confalonieri e Pier Silvio Berlusconi alle accuse ipotizzate di frode fiscale. Non si può infine evitare di sottolineare l'assurdità delle contestazioni: un procedimento in cui Mediaset è semmai parte lesa si ritorce infatti contro la società stessa e i suoi massimi dirigenti».
Da l'Unità
"Crociata contro gli islamici. Il leader xenofobo Wilders processato ad Amsterdam"
Contrariamente a quanto scrive Soldini, Geert Wilders non è uno xenofobo attizzatore di odio. Esprimere la propria opinione non significa essere xenofobi. Geert Wilders è uno degli europei preoccupati per la trasformazione di Europa in Eurabia e per la diffusione del fondamentalismo islamico. Il fatto che stia subendo un processo per aver analizzato con lucidità la situazione è solo un sintomo della situazione catastrofica in cui l'Europa sta sprofondando. In ogni caso a Soldini non interessa il processo a Geert Wilders, ma il fatto che nessun politico italiano attualmente al governo ne stia subendo uno simile, come risulta evidente dal tono del suo articolo. Ecco il pezzo:
Gli xenofobi e gli attizzatori d’odio in Italia stanno al governo, nei Paesi Bassi vengono processati. Geert Wilders, capo del controverso Partij voor de Vrijheid (partito per la libertà) è comparso mercoledì scorso davanti alla Corte di Giustizia di Amsterdam con l’accusa di aver violato gli articoli della Costituzione olandese che proibiscono esercizio e propaganda di discriminazioni basate sulla etnia, sul sesso e sulla religione. Wilders ha costruito infatti le proprie non indifferenti fortune politiche - (il suo PVV) alle elezioni europee ha raccolto oltre il 16% dei voti ed è secondo solo alla Cda, il partito democristiano del premier Jan Pieter Balkenende – su una feroce campagna contro gli islamici. LA «PUREZZA» Secondo Wilders, «il Corano è il Mein Kampf di una religione il cui unico scopo è quello di eliminare le altre fedi»; «tutto il male che viene compiuto dai figli di Allah deriva da quel libro»; «il cuore del problema è il fascismo dell’Islam» e il Pvv reclama perciò «limiti all’ingresso nel Paese per tutti gli stranieri non occidentali» in modo da «fermare lo tsunami della islamizzazione». Nel 2008 l’instancabile difensore della «purezza» occidentale ha anche prodotto un filmino, dal titolo «Fitna» (in arabo divisione, lotta), che in 17 minuti di violentissima propaganda condensa tutti i pregiudizi e le paure nei confronti della religione del Profeta e che ha messo in grave imbarazzo le autorità olandesi, impegnate a respingere proteste diplomatiche e minacce di ritorsione di gruppi terroristici. L’iniziativa riprendeva le posizioni dell’antesignano delle posizioni politiche più xenofobe, Pym Fortuyn, assassinato nel 2002 in pieno centro a Hilversum. I successi politici e la tragica fine di Fortuyn avevano segnato, in qualche modo, la fine dell’illusione che aveva fatto considerare i Paesi Bassi un modello in fatto di integrazione degli stranieri. Proprio la vicenda del cortometraggio mostra le difficoltà in cui il Pvv e il suo capo possono far piombare il governo e le autorità giudiziarie dei Paesi Bassi. All’epoca, infatti, pur consapevoli del veleno che una così becera propaganda instillava nell’opinione pubblica, né l’uno né le altre se la sentirono di vietare la diffusione di «Fitna», Il timore era quello di accendere una delicata controversia sui confini della libertà di espressione. È sulla base dello stesso dubbio che, qualche mese fa, la Corte di Amsterdam aveva deciso di non procedere d’ufficio contro il leader del Pvv. A costringerla ad intervenire è stato il gran numero di denunce che sono state presentate alla magistratura da privati cittadini, organizzazioni dei diritti civili e associazioni islamiche sulla base della evidente violazione, nella propaganda di Wilders e del Pvv, di precise norme costituzionali. Il processo, secondo gli osservatori politici e giudiziari sarà difficile, ma il suo esito potrà stabilire un criterio che interessa tutta l’Unione europea. In alcuni paesi, infatti, come ad esempio la Gran Bretagna e la Danimarca, non esistono confini legislativi alla libertà di espressione, a meno che non si scivoli in reati ben precisi. In altri, come la Germania, l’Austria o la Francia limiti al negazionismo storico e all’incitamento all’odio etnico e religioso sono invece stabiliti per legge. L’Italia appartiene a questo secondo gruppo di paesi, nonostante le insistenti richieste abolizioniste della Lega. Da quanto si sente in giro da esponenti del partito di Bossi e Maroni, però, e soprattutto da quanto si osserva in termine di legislazione verso gli stranieri, il nostro Paese non brilla certo per coerenza. Da noi chi dichiara di voler «cacciare gli islamici a calci nel culo» o porta maiali ad orinare sui terreni destinati alle moschee non sta davanti a un tribunale, ma al governo.
Contrariamente a quanto scrive Soldini, Geert Wilders non è uno xenofobo attizzatore di odio. Esprimere la propria opinione non significa essere xenofobi. Geert Wilders è uno degli europei preoccupati per la trasformazione di Europa in Eurabia e per la diffusione del fondamentalismo islamico. Il fatto che stia subendo un processo per aver analizzato con lucidità la situazione è solo un sintomo della situazione catastrofica in cui l'Europa sta sprofondando. In ogni caso a Soldini non interessa il processo a Geert Wilders, ma il fatto che nessun politico italiano attualmente al governo ne stia subendo uno simile, come risulta evidente dal tono del suo articolo. Ecco il pezzo:
Gli xenofobi e gli attizzatori d’odio in Italia stanno al governo, nei Paesi Bassi vengono processati. Geert Wilders, capo del controverso Partij voor de Vrijheid (partito per la libertà) è comparso mercoledì scorso davanti alla Corte di Giustizia di Amsterdam con l’accusa di aver violato gli articoli della Costituzione olandese che proibiscono esercizio e propaganda di discriminazioni basate sulla etnia, sul sesso e sulla religione. Wilders ha costruito infatti le proprie non indifferenti fortune politiche - (il suo PVV) alle elezioni europee ha raccolto oltre il 16% dei voti ed è secondo solo alla Cda, il partito democristiano del premier Jan Pieter Balkenende – su una feroce campagna contro gli islamici. LA «PUREZZA» Secondo Wilders, «il Corano è il Mein Kampf di una religione il cui unico scopo è quello di eliminare le altre fedi»; «tutto il male che viene compiuto dai figli di Allah deriva da quel libro»; «il cuore del problema è il fascismo dell’Islam» e il Pvv reclama perciò «limiti all’ingresso nel Paese per tutti gli stranieri non occidentali» in modo da «fermare lo tsunami della islamizzazione». Nel 2008 l’instancabile difensore della «purezza» occidentale ha anche prodotto un filmino, dal titolo «Fitna» (in arabo divisione, lotta), che in 17 minuti di violentissima propaganda condensa tutti i pregiudizi e le paure nei confronti della religione del Profeta e che ha messo in grave imbarazzo le autorità olandesi, impegnate a respingere proteste diplomatiche e minacce di ritorsione di gruppi terroristici. L’iniziativa riprendeva le posizioni dell’antesignano delle posizioni politiche più xenofobe, Pym Fortuyn, assassinato nel 2002 in pieno centro a Hilversum. I successi politici e la tragica fine di Fortuyn avevano segnato, in qualche modo, la fine dell’illusione che aveva fatto considerare i Paesi Bassi un modello in fatto di integrazione degli stranieri. Proprio la vicenda del cortometraggio mostra le difficoltà in cui il Pvv e il suo capo possono far piombare il governo e le autorità giudiziarie dei Paesi Bassi. All’epoca, infatti, pur consapevoli del veleno che una così becera propaganda instillava nell’opinione pubblica, né l’uno né le altre se la sentirono di vietare la diffusione di «Fitna», Il timore era quello di accendere una delicata controversia sui confini della libertà di espressione. È sulla base dello stesso dubbio che, qualche mese fa, la Corte di Amsterdam aveva deciso di non procedere d’ufficio contro il leader del Pvv. A costringerla ad intervenire è stato il gran numero di denunce che sono state presentate alla magistratura da privati cittadini, organizzazioni dei diritti civili e associazioni islamiche sulla base della evidente violazione, nella propaganda di Wilders e del Pvv, di precise norme costituzionali. Il processo, secondo gli osservatori politici e giudiziari sarà difficile, ma il suo esito potrà stabilire un criterio che interessa tutta l’Unione europea. In alcuni paesi, infatti, come ad esempio la Gran Bretagna e la Danimarca, non esistono confini legislativi alla libertà di espressione, a meno che non si scivoli in reati ben precisi. In altri, come la Germania, l’Austria o la Francia limiti al negazionismo storico e all’incitamento all’odio etnico e religioso sono invece stabiliti per legge. L’Italia appartiene a questo secondo gruppo di paesi, nonostante le insistenti richieste abolizioniste della Lega. Da quanto si sente in giro da esponenti del partito di Bossi e Maroni, però, e soprattutto da quanto si osserva in termine di legislazione verso gli stranieri, il nostro Paese non brilla certo per coerenza. Da noi chi dichiara di voler «cacciare gli islamici a calci nel culo» o porta maiali ad orinare sui terreni destinati alle moschee non sta davanti a un tribunale, ma al governo.
Eurabia
Siate contenti, amici cari. Eurabia avanza su tutti i fronti, in tribunale come nelle università e nei musei e nelle regioni
Cari amici, oggi vi do qualche piccola buona notizia sui progressi di Eurabia, in Europa e fuori. Così potrete rallegrarvi e rafforzare la vostra fede nella pace e nel progresso. La prima buona notizia forse la sapete già, ma vale la pena di sottolinearne l'importanza. Il nobile regno d'Olanda, il primo ad aver mostrato la sua apertura assegnando a un immigrato islamico il controllo di una grande città (Rotterdam), sta finalmente processando quel Geert Wilders, che si era permesso di dire che il Corano è un testo violento e oppressivo e che l'Islam è pericoloso e invasivo. (QUI) L'ha anche mostrato in un breve film, purtroppo molto convincente, che se volete potete scaricare qui (QUI). Per vederlo vi chiedono se siete adulti, il che non capita per il materiale pornografico, ma sapete com'è, la politica è roba tosta, i ragazzi non devono sapere. Naturalmente è tutto vero, ma non si può proprio dire senza essere discriminatori e razzisti. Non vorrete mica chiamare terroristi i terroristi e assassini gli assassini? Non va bene, non è proprio educato. E i politici devono essere educati educatissimi, molto molto politicamente corretti. Dunque bene il processo a Wilders. Benissimo anche che l'Università di Birmingham abbia invitato un sostenitore degli attentati suicidi in Israele, tale Azzam Tamimi a parlare ai suoi studenti (QUI). In un'intervista alla radio, il signor Tamimi, notorio sostenitore di Hamas, ha dichiarato a proposito dei terroristi suicidi che "sacrificarsi per la Palestina è una nobile causa e se me ne capitasse l'occasione lo farei volentieri". Fa benissimo l'università di Birmingham a invitare una persona così educativa a parlare agli studenti (per via della "libertà di espressione", naturalmente). Peccato solo che non gli fornisca un po' di esplosivo per sacrificarsi in un angolo, così per renderlo felice, eh, senza far male a nessun altro. Passiamo agli Stati Uniti. Avete forse letto ieri che il segretario di stato Hillary Clinton in persona ha concesso a Tariq Ramadan il permesso di tornare a insegnare negli Stati Uniti, da cui era stato escluso da un ignobile provvedimento della cattivissima amministrazione Bush. Adesso finalmente anche nelle Università americane si potrà sentire la voce doppia del nipote del fondatore dei fratelli musulmani, la sua propaganda per un islam moderno, che rispetta però in pieno le prescrizioni tradizionali sulle donne il velo gli ebrei ecc. - però senza dirlo a voce troppo alta. Ma l'America ce la può comunque fare da sola. Ho appena letto la notizia che il Metropolitan Museum di New York ha deciso di non esporre più tutti i pezzi della sua collezione islamica in cui è presente la figura di Maometto.(QUI) Ma non per islamofobia, no. Al contrario per non offendere gli islamici che non vogliono che il profeta sia raffigurato. Giusto, giustissimo, anche se si tratta precisamente di materiali islamici. Speriamo solo che il costume non si diffonda e qualcuno non si metta a rispettare anche quella parte dei costumi islamici che proibiscono la raffigurazione di dio, perché allora bisognerebbe chiudere la Cappella Sistina e tutte le chiese e i musei dove appaiono vecchi con la barba, triangoli occhiuti e roba del genere. E in Italia? Siamo così indietro da non poter vantare neanche un successo? No, anche noi siamo abbastanza eurarabi, o almeno lo sono i discendenti del glorioso partito comunista. Secondo "La stampa" il segretario della federazione torinese del Pdci, il grande Vincenzo Chieppa ha dichiarato di "aderire all'appello internazionale per il boicottaggio dei prodotti israeliani": bravo, bravissimo! La cosa ancora migliore è che il buon Chieppa e i suoi compagni, a quanto pare, faranno parte della lista dei sostenitori della presidente del Piemonte Mercedes Bresso alle prossime elezioni. Non è meraviglioso? Una regione guida! Siate contenti, amici cari. Eurabia avanza su tutti i fronti, in tribunale come nelle università e nei musei e nelle regioni. Fra un po' anche da noi avremo il velo obbligatorio, la barba per tutti e il taglio delle mani per i ladri.
Ugo Volli
Cari amici, oggi vi do qualche piccola buona notizia sui progressi di Eurabia, in Europa e fuori. Così potrete rallegrarvi e rafforzare la vostra fede nella pace e nel progresso. La prima buona notizia forse la sapete già, ma vale la pena di sottolinearne l'importanza. Il nobile regno d'Olanda, il primo ad aver mostrato la sua apertura assegnando a un immigrato islamico il controllo di una grande città (Rotterdam), sta finalmente processando quel Geert Wilders, che si era permesso di dire che il Corano è un testo violento e oppressivo e che l'Islam è pericoloso e invasivo. (QUI) L'ha anche mostrato in un breve film, purtroppo molto convincente, che se volete potete scaricare qui (QUI). Per vederlo vi chiedono se siete adulti, il che non capita per il materiale pornografico, ma sapete com'è, la politica è roba tosta, i ragazzi non devono sapere. Naturalmente è tutto vero, ma non si può proprio dire senza essere discriminatori e razzisti. Non vorrete mica chiamare terroristi i terroristi e assassini gli assassini? Non va bene, non è proprio educato. E i politici devono essere educati educatissimi, molto molto politicamente corretti. Dunque bene il processo a Wilders. Benissimo anche che l'Università di Birmingham abbia invitato un sostenitore degli attentati suicidi in Israele, tale Azzam Tamimi a parlare ai suoi studenti (QUI). In un'intervista alla radio, il signor Tamimi, notorio sostenitore di Hamas, ha dichiarato a proposito dei terroristi suicidi che "sacrificarsi per la Palestina è una nobile causa e se me ne capitasse l'occasione lo farei volentieri". Fa benissimo l'università di Birmingham a invitare una persona così educativa a parlare agli studenti (per via della "libertà di espressione", naturalmente). Peccato solo che non gli fornisca un po' di esplosivo per sacrificarsi in un angolo, così per renderlo felice, eh, senza far male a nessun altro. Passiamo agli Stati Uniti. Avete forse letto ieri che il segretario di stato Hillary Clinton in persona ha concesso a Tariq Ramadan il permesso di tornare a insegnare negli Stati Uniti, da cui era stato escluso da un ignobile provvedimento della cattivissima amministrazione Bush. Adesso finalmente anche nelle Università americane si potrà sentire la voce doppia del nipote del fondatore dei fratelli musulmani, la sua propaganda per un islam moderno, che rispetta però in pieno le prescrizioni tradizionali sulle donne il velo gli ebrei ecc. - però senza dirlo a voce troppo alta. Ma l'America ce la può comunque fare da sola. Ho appena letto la notizia che il Metropolitan Museum di New York ha deciso di non esporre più tutti i pezzi della sua collezione islamica in cui è presente la figura di Maometto.(QUI) Ma non per islamofobia, no. Al contrario per non offendere gli islamici che non vogliono che il profeta sia raffigurato. Giusto, giustissimo, anche se si tratta precisamente di materiali islamici. Speriamo solo che il costume non si diffonda e qualcuno non si metta a rispettare anche quella parte dei costumi islamici che proibiscono la raffigurazione di dio, perché allora bisognerebbe chiudere la Cappella Sistina e tutte le chiese e i musei dove appaiono vecchi con la barba, triangoli occhiuti e roba del genere. E in Italia? Siamo così indietro da non poter vantare neanche un successo? No, anche noi siamo abbastanza eurarabi, o almeno lo sono i discendenti del glorioso partito comunista. Secondo "La stampa" il segretario della federazione torinese del Pdci, il grande Vincenzo Chieppa ha dichiarato di "aderire all'appello internazionale per il boicottaggio dei prodotti israeliani": bravo, bravissimo! La cosa ancora migliore è che il buon Chieppa e i suoi compagni, a quanto pare, faranno parte della lista dei sostenitori della presidente del Piemonte Mercedes Bresso alle prossime elezioni. Non è meraviglioso? Una regione guida! Siate contenti, amici cari. Eurabia avanza su tutti i fronti, in tribunale come nelle università e nei musei e nelle regioni. Fra un po' anche da noi avremo il velo obbligatorio, la barba per tutti e il taglio delle mani per i ladri.
Ugo Volli
Chi tocca l'islam...
Le critiche principali sono giunte dai religiosi islamici che vivono in Europa. Germania: polemiche e indignazione per lo spot sul «sexy niqab». La provocatoria reclame di Liaison Dangereuse, che associa il velo arabo alla sessualità, sbarca nei cinema
MILANO – Qualche mese fa, quando per la prima volta apparve su alcuni siti online tedeschi, provocò polemiche e indignazione. Adesso, secondo quanto scrive il sito web dell’emittente francese France24 , è pronto a sbarcare nei cinema teutonici ed è destinato a fare ancora più rumore. E' il provocatorio spot sexy di Liaison Dangereuse, azienda d'intimo tedesca, in cui il niqab, il classico velo arabo che copre completamente il corpo delle donne, è associato alla sessualità e alla sensualità femminile.
IMMAGINI - Chi osserva i primi secondi dello spot può pensare che si tratta della solita pubblicità occidentale in cui si usa il nudo femminile per promuovere un prodotto. Protagonista della réclame è Miriam Wimmer, famosa modella tedesca dai capelli scuri che dopo essere uscita dalla doccia e aver applicato il mascara sulle sue ciglia, comincia a indossare lingerie provocante. La ragazza guarda compiaciuta le sue avvenenti forme mentre una musica mediorientale accompagna le immagini. A questo punto la sorpresa: la modella s'infila il niqab che velocemente copre il corpo della donna lasciando scoperti solo gli occhi. Una frase compare sullo schermo: «Erotismo per tutti. Ovunque».
SCOPI E POLEMICHE - La réclame intende promuovere un messaggio chiaro e positivo: l'essenza e la bellezza di una donna non dipendono da ciò che indossa esteriormente. Tuttavia parte della comunità musulmana ha dato una diversa lettura allo spot. Le critiche principali sono giunte dai religiosi islamici che vivono in Europa e che non hanno gradito l'accostamento tra il niqab e la sessualità. Sconcerto è stato avvertito anche da studiosi occidentali. Ad esempio Hanne Nabintu Herland, esperta di religioni, ha dichiarato alla tv norvegese TV2 Nyhetene che questa réclame banalizza e denigra un vestito che fa parte della cultura musulmana: «E' sbagliato associare il vestito arabo alla sessualità e non alle virtù e alla morale» ha affermato la studiosa norvegese. I mass media francesi, invece, si chiedono se uno spot del genere possa mai essere trasmesso nel paese transalpino visto che proprio in questi giorni l'Assemblea Nazionale è pronta a discutere una legge che dovrebbe vietare alle donne d'indossare il velo integrale. I commenti degli utenti del sito web France 24 sono stati i più disparati: «Questa è una pubblicità che offende le donne musulmane e dà una brutta immagine del velo integrale» scrive un lettore sul sito francese. Di diverso avviso un altro utente che dopo aver sottolineato l’intolleranza di alcuni musulmani, taglia corto: «I tedeschi che hanno ideato queste pubblicità giocano col fuoco. Un giorno si morderanno le mani».
Francesco Tortora
MILANO – Qualche mese fa, quando per la prima volta apparve su alcuni siti online tedeschi, provocò polemiche e indignazione. Adesso, secondo quanto scrive il sito web dell’emittente francese France24 , è pronto a sbarcare nei cinema teutonici ed è destinato a fare ancora più rumore. E' il provocatorio spot sexy di Liaison Dangereuse, azienda d'intimo tedesca, in cui il niqab, il classico velo arabo che copre completamente il corpo delle donne, è associato alla sessualità e alla sensualità femminile.
IMMAGINI - Chi osserva i primi secondi dello spot può pensare che si tratta della solita pubblicità occidentale in cui si usa il nudo femminile per promuovere un prodotto. Protagonista della réclame è Miriam Wimmer, famosa modella tedesca dai capelli scuri che dopo essere uscita dalla doccia e aver applicato il mascara sulle sue ciglia, comincia a indossare lingerie provocante. La ragazza guarda compiaciuta le sue avvenenti forme mentre una musica mediorientale accompagna le immagini. A questo punto la sorpresa: la modella s'infila il niqab che velocemente copre il corpo della donna lasciando scoperti solo gli occhi. Una frase compare sullo schermo: «Erotismo per tutti. Ovunque».
SCOPI E POLEMICHE - La réclame intende promuovere un messaggio chiaro e positivo: l'essenza e la bellezza di una donna non dipendono da ciò che indossa esteriormente. Tuttavia parte della comunità musulmana ha dato una diversa lettura allo spot. Le critiche principali sono giunte dai religiosi islamici che vivono in Europa e che non hanno gradito l'accostamento tra il niqab e la sessualità. Sconcerto è stato avvertito anche da studiosi occidentali. Ad esempio Hanne Nabintu Herland, esperta di religioni, ha dichiarato alla tv norvegese TV2 Nyhetene che questa réclame banalizza e denigra un vestito che fa parte della cultura musulmana: «E' sbagliato associare il vestito arabo alla sessualità e non alle virtù e alla morale» ha affermato la studiosa norvegese. I mass media francesi, invece, si chiedono se uno spot del genere possa mai essere trasmesso nel paese transalpino visto che proprio in questi giorni l'Assemblea Nazionale è pronta a discutere una legge che dovrebbe vietare alle donne d'indossare il velo integrale. I commenti degli utenti del sito web France 24 sono stati i più disparati: «Questa è una pubblicità che offende le donne musulmane e dà una brutta immagine del velo integrale» scrive un lettore sul sito francese. Di diverso avviso un altro utente che dopo aver sottolineato l’intolleranza di alcuni musulmani, taglia corto: «I tedeschi che hanno ideato queste pubblicità giocano col fuoco. Un giorno si morderanno le mani».
Francesco Tortora
giovedì 21 gennaio 2010
Ah, se lo dice l'ulema...
L'ulema saudita: no alle nozze combinate con bambine
Niente giustifica il matrimonio forzato tra un 68enne e una 12enne, neanche l'esempio di Maometto che sposò una bambina: ne è convinto Cheikh Abdallah al-Manie, dell'Alto comitato degli Ulema, dopo il caso di una bimba la cui madre sta combattendo per ottenere il divorzio. Lo riferisce il quotidiano saudita Okaz. «Il matrimonio di Aicha (la bimba di nove anni che sposò Maometto) non può servire da esempio, perché le circostanze dell'epoca erano diverse da quelle di oggi», ha dichiarato l'uomo, in controtendenza con l'abitudine diffusa in Arabia Saudita di giustificare i matrimoni delle bambine con l'esempio di Aicha, chiamata la «madre dei credenti». Abdallah al-Manie ha inoltre precisato che, secondo alcuni storici, Maometto avrebbe consumato il matrimonio solo tre anni più tardi. La dodicenne, secondo quanto riferito dal quotidiano Al Riyadh, è stata data in sposa, contro la propria volontà e quella di sua madre, a un uomo di 68 anni a Bouraida, a nord di Riad. La mamma della sposa bambina, il cui matrimonio sarebbe già stato consumato, si è rivolta alla Commissione saudita dei Diritti dell'Uomo (un organismo governativo) per ottenere il divorzio. «Il caso è ora nelle mani della giustizia e non posso dire nulla prima del suo pronunciamento - ha spiegato il capo della Commissione, Bandar al Aiban - Ma spero che una decisione sia presa al più presto».
Niente giustifica il matrimonio forzato tra un 68enne e una 12enne, neanche l'esempio di Maometto che sposò una bambina: ne è convinto Cheikh Abdallah al-Manie, dell'Alto comitato degli Ulema, dopo il caso di una bimba la cui madre sta combattendo per ottenere il divorzio. Lo riferisce il quotidiano saudita Okaz. «Il matrimonio di Aicha (la bimba di nove anni che sposò Maometto) non può servire da esempio, perché le circostanze dell'epoca erano diverse da quelle di oggi», ha dichiarato l'uomo, in controtendenza con l'abitudine diffusa in Arabia Saudita di giustificare i matrimoni delle bambine con l'esempio di Aicha, chiamata la «madre dei credenti». Abdallah al-Manie ha inoltre precisato che, secondo alcuni storici, Maometto avrebbe consumato il matrimonio solo tre anni più tardi. La dodicenne, secondo quanto riferito dal quotidiano Al Riyadh, è stata data in sposa, contro la propria volontà e quella di sua madre, a un uomo di 68 anni a Bouraida, a nord di Riad. La mamma della sposa bambina, il cui matrimonio sarebbe già stato consumato, si è rivolta alla Commissione saudita dei Diritti dell'Uomo (un organismo governativo) per ottenere il divorzio. «Il caso è ora nelle mani della giustizia e non posso dire nulla prima del suo pronunciamento - ha spiegato il capo della Commissione, Bandar al Aiban - Ma spero che una decisione sia presa al più presto».
Altri vescovi
Monsignor Babini: "Basta col buonismo verso gli immigrati". Vescovo: "Islam, castigo del Signore. Maometto? Un mercante senza scrupoli. Basta col buonismo verso gli immigrati. I Vescovi facciano meno politica ed ospitino loro i migranti. Omosessuali viziosi e depravati"
La barbara uccisione di cristiani copti in Egitto alla fine della Messa di Natale ha scatenato indignate reazioni. Pontifex ha inteso ascoltare la posizione, come sempre franca, del Vescovo Emerito di Grosseto, Monsignor Giacomo Babini. Eccellenza qual é la sua considerazione?: "che, come affermava il compianto cardinal Siri, l' Islam é una giusta punizione del Signore davanti alla nostra ignavia di cristiani che non sappiamo difendere la nostra identità religiosa cristiana e con questi peccati di omissione ci sputiamo sopra. Anche il cardinale Biffi ammoniva: se accogliete gli islamici piangerete lacrime e sangue, tutto vero". Ma chi era Maometto? Lei lo ha definito un predone: "non solo. Ma anche un mercante senza scrupoli. Aveva del talento, altrimenti non avrebbe fatto qual che ha realizzato, ma con violenza, come violento é il Corano. Maometto fu un abile affarista, una specie di faccendiere e lo dimostra la strana tolleranza araba a Dubai verso il cristianesimo, dovuta non a bontà, ma al fatto che ci sono tanti occidentali che lavorano e dunque vogliono fare bella figura". Ma da che cosa é dipesa la mattanza in Egitto?: "dal ben noto fondamentalismo islamico che poi é sempre il solito. L' Islam é quello, il Corano anche, e gli occidentali lo sanno e fanno finta di non vedere". Ma come la mette con tanti religiosi ed ecclesiastici che persino chiedono luoghi di culto per gli islamici?: "cose che ci dovrebbero far riflettere. Quando in Toscana volevano aprire una moschea con la giusta ribellione della Fallaci, io scrissi una lettera ai vescovi toscani, non mi rispose nessuno, eccezion fatta per quello di Siena". Bisogna essere accoglienti?: "da un punto di vista pastorale l'accoglienza e la fratellanza sono idee giuste, ma vanno regolate secondo le necessità. E' inutile e persino dannoso permettere flussi incontrollati di gente che poi finisce con diventare strumento della criminalità o terroristi". Ma i Vescovi insistono per l'accoglienza: "troppo buonismo fa male. I Vescovi parlino meno di politica e così riempiranno di nuovo le chiese. Se proprio vogliono, e lo dico come provocazione, aprano i piani degli episcopi in favore degli immigrati, oppure diano loro terre nelle parrocchie di montagna da coltivare. In ogni caso é anche vero che al tempo attuale molti lavori pesanti li fanno gli extracomunitari perché i bamboccioni di casa nostra non li vogliono fare e preferiscono stare in casa. Io mi meraviglio quando sento chiamare ragazzi persone di trenta anni. In passato a quella età, avevano già cinque figli". Lei dunque afferma che esiste anche un cedimento del clero: "di una parte, iniziato con quello dell' Azione Cattolica che ha creato una specie di teologia della Liberazione italiana. Insomma, siamo in tempo ancora a fermare la pericolosa espansione islamica che difficilmente si arresta. Vedo un pericolo grave di islamizzazione". Lei ha ricordato Siri sul castigo di Dio: "so che i teologi inorridiscono. Dio non manda castighi, ma valuta male i peccati di omissione e noi questo stiamo facendo davanti all'Islam. Del resto la stessa Aids non proliferebbe senza condotte viziose". A proposito che cosa pensa della omosessualità?: "la chiesa chiede delicatezza e misericordia e sono in sintonia. Ma rimango della idea, tolte rare eccezioni, che sia figlia del vizio e della depravazione".
La barbara uccisione di cristiani copti in Egitto alla fine della Messa di Natale ha scatenato indignate reazioni. Pontifex ha inteso ascoltare la posizione, come sempre franca, del Vescovo Emerito di Grosseto, Monsignor Giacomo Babini. Eccellenza qual é la sua considerazione?: "che, come affermava il compianto cardinal Siri, l' Islam é una giusta punizione del Signore davanti alla nostra ignavia di cristiani che non sappiamo difendere la nostra identità religiosa cristiana e con questi peccati di omissione ci sputiamo sopra. Anche il cardinale Biffi ammoniva: se accogliete gli islamici piangerete lacrime e sangue, tutto vero". Ma chi era Maometto? Lei lo ha definito un predone: "non solo. Ma anche un mercante senza scrupoli. Aveva del talento, altrimenti non avrebbe fatto qual che ha realizzato, ma con violenza, come violento é il Corano. Maometto fu un abile affarista, una specie di faccendiere e lo dimostra la strana tolleranza araba a Dubai verso il cristianesimo, dovuta non a bontà, ma al fatto che ci sono tanti occidentali che lavorano e dunque vogliono fare bella figura". Ma da che cosa é dipesa la mattanza in Egitto?: "dal ben noto fondamentalismo islamico che poi é sempre il solito. L' Islam é quello, il Corano anche, e gli occidentali lo sanno e fanno finta di non vedere". Ma come la mette con tanti religiosi ed ecclesiastici che persino chiedono luoghi di culto per gli islamici?: "cose che ci dovrebbero far riflettere. Quando in Toscana volevano aprire una moschea con la giusta ribellione della Fallaci, io scrissi una lettera ai vescovi toscani, non mi rispose nessuno, eccezion fatta per quello di Siena". Bisogna essere accoglienti?: "da un punto di vista pastorale l'accoglienza e la fratellanza sono idee giuste, ma vanno regolate secondo le necessità. E' inutile e persino dannoso permettere flussi incontrollati di gente che poi finisce con diventare strumento della criminalità o terroristi". Ma i Vescovi insistono per l'accoglienza: "troppo buonismo fa male. I Vescovi parlino meno di politica e così riempiranno di nuovo le chiese. Se proprio vogliono, e lo dico come provocazione, aprano i piani degli episcopi in favore degli immigrati, oppure diano loro terre nelle parrocchie di montagna da coltivare. In ogni caso é anche vero che al tempo attuale molti lavori pesanti li fanno gli extracomunitari perché i bamboccioni di casa nostra non li vogliono fare e preferiscono stare in casa. Io mi meraviglio quando sento chiamare ragazzi persone di trenta anni. In passato a quella età, avevano già cinque figli". Lei dunque afferma che esiste anche un cedimento del clero: "di una parte, iniziato con quello dell' Azione Cattolica che ha creato una specie di teologia della Liberazione italiana. Insomma, siamo in tempo ancora a fermare la pericolosa espansione islamica che difficilmente si arresta. Vedo un pericolo grave di islamizzazione". Lei ha ricordato Siri sul castigo di Dio: "so che i teologi inorridiscono. Dio non manda castighi, ma valuta male i peccati di omissione e noi questo stiamo facendo davanti all'Islam. Del resto la stessa Aids non proliferebbe senza condotte viziose". A proposito che cosa pensa della omosessualità?: "la chiesa chiede delicatezza e misericordia e sono in sintonia. Ma rimango della idea, tolte rare eccezioni, che sia figlia del vizio e della depravazione".
Danimarca
"Dopo la Francia anche la Danimarca vuole vietare il velo integrale". Lars Loekke Rasmussen: “Burqa e niqab non hanno spazio nella nostra società"
Roma. Anche in Danimarca si parla di vietare il velo integrale. L’altro ieri il premier Lars Loekke Rasmussen, parlando in una conferenza stampa, è stato esplicito: “Burqa e niqab non hanno spazio nella nostra società”, ha detto. “Sono il simbolo di una concezione della donna e dell’umanità alla quale noi siamo fondamentalmente contrari e che intendiamo combattere”. Da qui l’idea di metterli al bando, almeno nello spazio pubblico, per non ferire l’identità danese. La società danese, ha spiegato Rasmussen, “è una società aperta, dove si guarda in faccia la persona alla quale ci si rivolge, sia a scuola sia sul luogo di lavoro”. Ergo, anche in Danimarca si inizierà a discutere su come circoscrivere l’uso del velo integrale senza violare la Costituzione. Un’inchiesta del ministero degli Affari sociali, affidata all’Università di Copenaghen, e resa pubblica lunedì scorso, ha accertato che nel Regno di Danimarca ci sarebbero soltanto tra le cento e le duecento donne che portano il niqab, cioè il velo completo interrotto solo da una piccola fessura orizzontale per gli occhi: vale a dire appena lo 0,15 per cento delle donne di confessione musulmana, che sono in tutto centomila, pari cioè all’1,9 per cento dell’intera popolazione danese, che ammonta a cinque milioni e mezzo di abitanti. Ma in Danimarca, come pure in Francia, i principi contano più dei numeri. Proprio in Francia da alcuni giorni il dibattito sul burqa sta assumendo toni surreali. Domenica scorsa, l’ex ministro del Lavoro, Xavier Bertrand, oggi capo del partito di maggioranza, e il segretario generale dell’Eliseo, Claude Guéant, hanno lanciato un’identica proposta: perché non rendere l’atto di indossare il velo integrale un motivo valido per rifiutare la nazionalità francese? L’ex ministro Bertrand avrebbe in mente un articolo di legge semplicissimo: “Una persona che porta il burqa non potrà acquisire la nazionalità francese”. Se vuoi diventare francese, questo l’argomento, devi dimostrare la volontà di integrarti, ma se porti il velo nessuno crederà che ti vuoi davvero integrare alla République. Lo stesso giorno, l’ineffabile prefetto Claude Guéant, grand commis de l’Etat ascoltatissimo dal presidente Nicolas Sarkozy, parlando alla radio ha detto che “si può almeno immaginare che per ottenere la nazionalità francese, o per accedere alle procedure di integrazione, non si debba portare il velo integrale”. Ma anche i francesi hanno fatto un po’ di calcoli e hanno scoperto che le donne col velo non arrivano nemmeno a duemila, come ha detto il ministro dell’Interno Brice Hortefeux, in una recente audizione parlamentare. Il colmo del paradosso è che di queste donne velate più di due terzi sarebbero francesi, di cui meno della metà di seconda e terza generazione, e un quarto convertite all’islam. “Allora che facciamo? – si è chiesto il verde Daniel CohnBendit dubitando dell’intelligenza della maggioranza – Se è una francese a portare il burqa, le togliamo la nazionalità?”. Una possibile soluzione viene dal portavoce dell’Ump, Frédéric Lefebvre: precludere alle donne velate l’accesso a un certo numero di diritti, come prestazioni sociali, assegni familiari, tessera per l’autobus. “Per caso ci si può presentare nude allo sportello? Certo che no”, ha poi argomentato con logica invincibile.
Roma. Anche in Danimarca si parla di vietare il velo integrale. L’altro ieri il premier Lars Loekke Rasmussen, parlando in una conferenza stampa, è stato esplicito: “Burqa e niqab non hanno spazio nella nostra società”, ha detto. “Sono il simbolo di una concezione della donna e dell’umanità alla quale noi siamo fondamentalmente contrari e che intendiamo combattere”. Da qui l’idea di metterli al bando, almeno nello spazio pubblico, per non ferire l’identità danese. La società danese, ha spiegato Rasmussen, “è una società aperta, dove si guarda in faccia la persona alla quale ci si rivolge, sia a scuola sia sul luogo di lavoro”. Ergo, anche in Danimarca si inizierà a discutere su come circoscrivere l’uso del velo integrale senza violare la Costituzione. Un’inchiesta del ministero degli Affari sociali, affidata all’Università di Copenaghen, e resa pubblica lunedì scorso, ha accertato che nel Regno di Danimarca ci sarebbero soltanto tra le cento e le duecento donne che portano il niqab, cioè il velo completo interrotto solo da una piccola fessura orizzontale per gli occhi: vale a dire appena lo 0,15 per cento delle donne di confessione musulmana, che sono in tutto centomila, pari cioè all’1,9 per cento dell’intera popolazione danese, che ammonta a cinque milioni e mezzo di abitanti. Ma in Danimarca, come pure in Francia, i principi contano più dei numeri. Proprio in Francia da alcuni giorni il dibattito sul burqa sta assumendo toni surreali. Domenica scorsa, l’ex ministro del Lavoro, Xavier Bertrand, oggi capo del partito di maggioranza, e il segretario generale dell’Eliseo, Claude Guéant, hanno lanciato un’identica proposta: perché non rendere l’atto di indossare il velo integrale un motivo valido per rifiutare la nazionalità francese? L’ex ministro Bertrand avrebbe in mente un articolo di legge semplicissimo: “Una persona che porta il burqa non potrà acquisire la nazionalità francese”. Se vuoi diventare francese, questo l’argomento, devi dimostrare la volontà di integrarti, ma se porti il velo nessuno crederà che ti vuoi davvero integrare alla République. Lo stesso giorno, l’ineffabile prefetto Claude Guéant, grand commis de l’Etat ascoltatissimo dal presidente Nicolas Sarkozy, parlando alla radio ha detto che “si può almeno immaginare che per ottenere la nazionalità francese, o per accedere alle procedure di integrazione, non si debba portare il velo integrale”. Ma anche i francesi hanno fatto un po’ di calcoli e hanno scoperto che le donne col velo non arrivano nemmeno a duemila, come ha detto il ministro dell’Interno Brice Hortefeux, in una recente audizione parlamentare. Il colmo del paradosso è che di queste donne velate più di due terzi sarebbero francesi, di cui meno della metà di seconda e terza generazione, e un quarto convertite all’islam. “Allora che facciamo? – si è chiesto il verde Daniel CohnBendit dubitando dell’intelligenza della maggioranza – Se è una francese a portare il burqa, le togliamo la nazionalità?”. Una possibile soluzione viene dal portavoce dell’Ump, Frédéric Lefebvre: precludere alle donne velate l’accesso a un certo numero di diritti, come prestazioni sociali, assegni familiari, tessera per l’autobus. “Per caso ci si può presentare nude allo sportello? Certo che no”, ha poi argomentato con logica invincibile.
Con Geert Wilders
"Processo al leader anti-Islam. L’Olanda si spacca sui diritti". Ci chiediamo quando i nostri media si accorgeranno che Wilders è un politico liberale e non di "estrema destra", come vuole la vulgata eurabica.
BRUXELLES — Davanti alle telecamere c'è una donna avvolta in una bandiera olandese, che grida: «Lui dice quello che tanti di noi pensano: che non vogliamo l'islamizzazione dell'Olanda. Non possiamo dirlo? Ma in Olanda non regnava la libertà di parola, un tempo?». E poi «lui», abito nero e ciuffo fiammante, impettito davanti al banco degli imputati, che scandisce: «Io dico solo la verità sull'Islam». Cioè, stando alle sue espressioni degli ultimi anni: «la cultura musulmana è arretrata», «il Corano è come il Mein Kampf di Hitler», «Fermiamo lo tsunami dell'islamizzazione sull' Europa», «i giovani marocchini sono violenti»; e varie altre dichiarazioni, in tutto un centinaio, apparse in articoli e interviste, comizi e anche film, come Fitna (Discordia), di cui l'uomo è stato regista. Per tutte queste parole Geert Wilders, deputato, 46 anni, dal 2004 sotto scorta per le minacce ricevute da estremisti islamici, autoproclamatosi «combattente della libertà» e leader di quel Partito della Libertà che è ormai primo nei sondaggi olandesi, sta davanti ai giudici della Corte distrettuale di Amsterdam. È stato denunciato da decine di studenti e attivisti musulmani. Mentre 200 dei suoi sostenitori lo acclamano ora di fronte al tribunale. Se certe cose Wilders le avesse detto in Parlamento, nelle sue funzioni di deputato, l'avrebbe protetto l'immunità. Però le ha dette fuori da lì. E poco importa — ha spiegato un alto magistrato l'altro ieri — se quella di Wilders sia o no «la verità sull' Islam»: per la legge, conta solo l'ipotesi di reato che può celarsi nelle sue frasi; e se sono, se erano illegali, anche se veritiere, pronunciarle non è consentito. Ecco dunque l'ipotesi di reato: incitamento all'odio, alla discriminazione, a comportamenti violenti contro un gruppo di persone, a causa della loro razza, religione, convinzioni, o anche a causa dei loro orientamenti sessuali o handicap psico-fisici. Articoli 137c e 137d del codice penale olandese, pena massima un anno di reclusione (16 mesi se l'imputato è riconosciuto colpevole di entrambi i reati) e circa 10mila euro di multa. In un primo momento, la magistratura locale aveva deciso per una sorta di non luogo a non procedere. Poi, sotto l'ondata delle denunce, si è giunti al processo. Wilders, già paragonato al danese Kurt Westergaard, il «caricaturista» di Maometto, taglia corto: «Dibattimento politico, caccia alle streghe. Chiamerò a testimoniare Mohammed Bouyeri, l'assassino di Theo van Gogh, come prova vivente del fatto che l'Islam ispira alla violenza». Per Wilders, un processo così è una prima assoluta. Ma anche per l'Olanda lo è. L'opinione pubblica è spaccata in due, in tre. Giornali e siti Internet ribollono dimessaggi contrapposti. Perché si discute di libertà d'espressione, nel Paese che se ne è sempre detto paladino. Perché quegli stessi articoli 137c e 137d furono per la prima volta abbozzati nel 1934, come argine contro la marea dell'antisemitismo fiammeggiante in Germania, e a protezione degli ebrei olandesi. Perché proprio agli ebrei olandesi, vittime di persecuzione in patria, gli avversari di Wilders paragonano gli immigrati musulmani del 2010. E perché, al contrario, chi appoggia Wilders considera questo paragone poco meno che blasfemo. Da uno dei tanti blog: «Vogliamo paragonare gli assassini delle Due Torri alle vittime dell'Olocausto? La libertà di parola di Geert è la nostra libertà». Ma da un altro, di un gruppo anti-razzista: «A Wilders non interessa la critica religiosa: no, solo la xenofobia». Il caso varca l'Atlantico. Alle spese legali della difesa, avrebbe contribuito dagli Usa anche il Forum Medio Oriente, diretto dal politologo neocon Daniel Pipes, che definisce Wilders «l'europeo vivente più importante del nostro tempo, quello più in grado di fronteggiare la sfida islamica». Ieri, in un sondaggio, è stato chiesto al pubblico olandese: «è giusto processare Wilders?». Per il 39,6% degli interpellati «no, è in gioco la libertà di espressione»; per il 15,3%, «sì, ha violato la legge»; e per il 19,6% «sì, dev'essere processato perché ci sono dei limiti anche alla libertà di espressione».
BRUXELLES — Davanti alle telecamere c'è una donna avvolta in una bandiera olandese, che grida: «Lui dice quello che tanti di noi pensano: che non vogliamo l'islamizzazione dell'Olanda. Non possiamo dirlo? Ma in Olanda non regnava la libertà di parola, un tempo?». E poi «lui», abito nero e ciuffo fiammante, impettito davanti al banco degli imputati, che scandisce: «Io dico solo la verità sull'Islam». Cioè, stando alle sue espressioni degli ultimi anni: «la cultura musulmana è arretrata», «il Corano è come il Mein Kampf di Hitler», «Fermiamo lo tsunami dell'islamizzazione sull' Europa», «i giovani marocchini sono violenti»; e varie altre dichiarazioni, in tutto un centinaio, apparse in articoli e interviste, comizi e anche film, come Fitna (Discordia), di cui l'uomo è stato regista. Per tutte queste parole Geert Wilders, deputato, 46 anni, dal 2004 sotto scorta per le minacce ricevute da estremisti islamici, autoproclamatosi «combattente della libertà» e leader di quel Partito della Libertà che è ormai primo nei sondaggi olandesi, sta davanti ai giudici della Corte distrettuale di Amsterdam. È stato denunciato da decine di studenti e attivisti musulmani. Mentre 200 dei suoi sostenitori lo acclamano ora di fronte al tribunale. Se certe cose Wilders le avesse detto in Parlamento, nelle sue funzioni di deputato, l'avrebbe protetto l'immunità. Però le ha dette fuori da lì. E poco importa — ha spiegato un alto magistrato l'altro ieri — se quella di Wilders sia o no «la verità sull' Islam»: per la legge, conta solo l'ipotesi di reato che può celarsi nelle sue frasi; e se sono, se erano illegali, anche se veritiere, pronunciarle non è consentito. Ecco dunque l'ipotesi di reato: incitamento all'odio, alla discriminazione, a comportamenti violenti contro un gruppo di persone, a causa della loro razza, religione, convinzioni, o anche a causa dei loro orientamenti sessuali o handicap psico-fisici. Articoli 137c e 137d del codice penale olandese, pena massima un anno di reclusione (16 mesi se l'imputato è riconosciuto colpevole di entrambi i reati) e circa 10mila euro di multa. In un primo momento, la magistratura locale aveva deciso per una sorta di non luogo a non procedere. Poi, sotto l'ondata delle denunce, si è giunti al processo. Wilders, già paragonato al danese Kurt Westergaard, il «caricaturista» di Maometto, taglia corto: «Dibattimento politico, caccia alle streghe. Chiamerò a testimoniare Mohammed Bouyeri, l'assassino di Theo van Gogh, come prova vivente del fatto che l'Islam ispira alla violenza». Per Wilders, un processo così è una prima assoluta. Ma anche per l'Olanda lo è. L'opinione pubblica è spaccata in due, in tre. Giornali e siti Internet ribollono dimessaggi contrapposti. Perché si discute di libertà d'espressione, nel Paese che se ne è sempre detto paladino. Perché quegli stessi articoli 137c e 137d furono per la prima volta abbozzati nel 1934, come argine contro la marea dell'antisemitismo fiammeggiante in Germania, e a protezione degli ebrei olandesi. Perché proprio agli ebrei olandesi, vittime di persecuzione in patria, gli avversari di Wilders paragonano gli immigrati musulmani del 2010. E perché, al contrario, chi appoggia Wilders considera questo paragone poco meno che blasfemo. Da uno dei tanti blog: «Vogliamo paragonare gli assassini delle Due Torri alle vittime dell'Olocausto? La libertà di parola di Geert è la nostra libertà». Ma da un altro, di un gruppo anti-razzista: «A Wilders non interessa la critica religiosa: no, solo la xenofobia». Il caso varca l'Atlantico. Alle spese legali della difesa, avrebbe contribuito dagli Usa anche il Forum Medio Oriente, diretto dal politologo neocon Daniel Pipes, che definisce Wilders «l'europeo vivente più importante del nostro tempo, quello più in grado di fronteggiare la sfida islamica». Ieri, in un sondaggio, è stato chiesto al pubblico olandese: «è giusto processare Wilders?». Per il 39,6% degli interpellati «no, è in gioco la libertà di espressione»; per il 15,3%, «sì, ha violato la legge»; e per il 19,6% «sì, dev'essere processato perché ci sono dei limiti anche alla libertà di espressione».
Sindacati e stranieri
Immigrati: il sindacato vieta lo sciopero ai negri di Vittorio Macioce
Invisibili. Li vedono solo da clandestini, quando stanno nelle piantagioni dei nuovi signori del latifondo, sotto la schiavitù della ’ndrangheta, della camorra, della mafia. Quando finiscono nel fuoco di certe piazze da far west, sui marciapiedi del sesso, da delinquenti, da rapinatori, da razziatori di ville. Quando lavorano no, non li vede nessuno. La normalità non paga. Invisibili. Invisibili soprattutto per il sindacato, che li ha lasciati alla deriva, che li vede come carne da macello, come questione politica, come un affare. Questo sindacato di pensionati ed ex tute blu, di funzionari in giacca e cravatta e aspettative non li riconosce. Questo sindacato che assomiglia sempre più a una società di servizi, con fini di lucro, specializzato in dichiarazione dei redditi, in corsi di formazione lavoro con i soldi Ue, in tutto quello che è affari e parcelle non riesce neppure a intercettarli. Stanno giù, troppo giù. Invisibili. E se per caso pensano di scioperare, per un solo maledetto giorno, la risposta di Cgil, Cisl e Uil è un no in piena faccia. Gli invisibili non scioperano. C’è una domanda che da un po’ di tempo rimbalza su blog, social network, quotidiani, tazebao, bollettini vari, giornalini delle parrocchie: che cosa accade se quattro milioni di immigrati incrociano le braccia? È un ritornello che arriva dalla Francia, dove l’appuntamento è per il primo marzo. La giornata senza migranti è stata buttata lì, quasi per caso, da Emma Bonino. La guerriglia di Rosarno l’ha rilanciata, creando un tam tam nel sottobosco del web. Lo scenario è quello di un’Italia dove chi fa i lavori più duri, quelli che nessuno vuole più fare, quelli che mandano avanti le fabbriche del Nord, i latifondi del Sud e le aziende del Nord-Est si ferma, sciopera, non lavora. È un modo per contarsi e per mandare un segnale: noi ci siamo e siamo utili. Molti operai, per la verità, questo sciopero non possono permetterselo. Non possono rinunciare a un giorno di salario. E questo la sa anche la Bonino. Ma, a quanto pare, l’ostacolo maggiore è un altro. Quando la giornata senza migranti è arrivata nelle segreterie del sindacato più di qualcuno ha avuto una mezza sincope. Uno sciopero degli immigrati? Non scherziamo. La Cisl ha fatto sapere che il discorso è troppo vago, servono contenuti precisi, certe cose non s’improvvisano: «È inutile parlare alla pancia degli immigrati». La Uil ha risposto con un no secco: «Gli italiani non capirebbero questo tipo di sciopero». La Cgil ha preso atto, tergiversato, con generici vediamo. Cose del tipo: il primo marzo è troppo presto, meglio prima delle elezioni e poi non è che possono incrociare le braccia solo gli immigrati, qui serve una grande manifestazione nazionale, con italiani e stranieri in piazza, insieme. Hanno cominciato, insomma, a buttarla sulla politica. Imbarazzo. I comitati «primo marzo» quasi non volevano crederci. Ma come, proprio i sindacati storici ci boicottano? Impossibile. Eppure è così. Kurosh Danesh, iraniano, dirigente Cgil dice: «Non esiste lo sciopero generale etnico. Esiste lo sciopero generale dei lavoratori. Semmai potremmo ragionare su uno sciopero con al centro il tema dell’immigrazione». Ed è tutta un’altra filosofia. Il timore è che tutta questa storia sfugga di mano. Gli immigrati si sono avvicinati al sindacato solo negli ultimi anni. È un’onda che sta riportando le confederazioni a questioni antiche, quando non si riscrivevano le Finanziarie ma si lottava per il salario. Quando il sindacato non era un comitato di affari. I lavoratori extracomunitari sono il 6,1 per cento degli iscritti: 332.561 tesserati dalla Cisl, 297.591 dalla Cgil, 190.078 dalla Uil, 103mila la quota Ugl. Se fanno lo stesso lavoro di un italiano guadagnano, in media, 238 euro in meno al mese. In tempo di crisi sono i primi a perdere il lavoro. Questo è quello che raccontano i dati Istat. Il sindacato da troppo tempo vive come un club di pensionati, che conosce tutti i segreti della concertazione, ma fatica a fare i conti con la generazione senza posto fisso, con il tramonto di tute blu e colletti bianchi, con chi viene da lontano. Non li rappresenta. Non sono il suo popolo. Forse è per questo che lo sciopero degli invisibili spaventa il sindacato. È qualcosa di nuovo, che viene dal basso, difficile da gestire, fuori dalle logiche di chi scende in piazza per far cadere i governi o per proteggere le roccheforti del Novecento. Gli invisibili non possono scioperare da soli. Il sindacato deve metterci sopra il suo marchio, certificarli. «Meglio un’ora di sciopero di tutti i lavoratori, italiani compresi». È la vecchia ricetta, con la speranza di sposare i vecchi iscritti con quelli nuovi, i pensionati con i proletari o con quei 90mila «cafoni» ufficiali, e un’esercito di schiavi clandestini, che faticano nei latifondi. Ma l’80% ricerca Eures) dei lavoratori stranieri sogna un sindacato tutto loro. E questo per Cgil, Cisl e Uil è peggio di un terremoto. È il crollo di un nuovo muro, la fine di un’utopia, quella di un sindacato universale, capace di conciliare in una sola formula magica tutti gli interessi. Ecco allora l’ultima risposta: non contate gli invisibili.
Invisibili. Li vedono solo da clandestini, quando stanno nelle piantagioni dei nuovi signori del latifondo, sotto la schiavitù della ’ndrangheta, della camorra, della mafia. Quando finiscono nel fuoco di certe piazze da far west, sui marciapiedi del sesso, da delinquenti, da rapinatori, da razziatori di ville. Quando lavorano no, non li vede nessuno. La normalità non paga. Invisibili. Invisibili soprattutto per il sindacato, che li ha lasciati alla deriva, che li vede come carne da macello, come questione politica, come un affare. Questo sindacato di pensionati ed ex tute blu, di funzionari in giacca e cravatta e aspettative non li riconosce. Questo sindacato che assomiglia sempre più a una società di servizi, con fini di lucro, specializzato in dichiarazione dei redditi, in corsi di formazione lavoro con i soldi Ue, in tutto quello che è affari e parcelle non riesce neppure a intercettarli. Stanno giù, troppo giù. Invisibili. E se per caso pensano di scioperare, per un solo maledetto giorno, la risposta di Cgil, Cisl e Uil è un no in piena faccia. Gli invisibili non scioperano. C’è una domanda che da un po’ di tempo rimbalza su blog, social network, quotidiani, tazebao, bollettini vari, giornalini delle parrocchie: che cosa accade se quattro milioni di immigrati incrociano le braccia? È un ritornello che arriva dalla Francia, dove l’appuntamento è per il primo marzo. La giornata senza migranti è stata buttata lì, quasi per caso, da Emma Bonino. La guerriglia di Rosarno l’ha rilanciata, creando un tam tam nel sottobosco del web. Lo scenario è quello di un’Italia dove chi fa i lavori più duri, quelli che nessuno vuole più fare, quelli che mandano avanti le fabbriche del Nord, i latifondi del Sud e le aziende del Nord-Est si ferma, sciopera, non lavora. È un modo per contarsi e per mandare un segnale: noi ci siamo e siamo utili. Molti operai, per la verità, questo sciopero non possono permetterselo. Non possono rinunciare a un giorno di salario. E questo la sa anche la Bonino. Ma, a quanto pare, l’ostacolo maggiore è un altro. Quando la giornata senza migranti è arrivata nelle segreterie del sindacato più di qualcuno ha avuto una mezza sincope. Uno sciopero degli immigrati? Non scherziamo. La Cisl ha fatto sapere che il discorso è troppo vago, servono contenuti precisi, certe cose non s’improvvisano: «È inutile parlare alla pancia degli immigrati». La Uil ha risposto con un no secco: «Gli italiani non capirebbero questo tipo di sciopero». La Cgil ha preso atto, tergiversato, con generici vediamo. Cose del tipo: il primo marzo è troppo presto, meglio prima delle elezioni e poi non è che possono incrociare le braccia solo gli immigrati, qui serve una grande manifestazione nazionale, con italiani e stranieri in piazza, insieme. Hanno cominciato, insomma, a buttarla sulla politica. Imbarazzo. I comitati «primo marzo» quasi non volevano crederci. Ma come, proprio i sindacati storici ci boicottano? Impossibile. Eppure è così. Kurosh Danesh, iraniano, dirigente Cgil dice: «Non esiste lo sciopero generale etnico. Esiste lo sciopero generale dei lavoratori. Semmai potremmo ragionare su uno sciopero con al centro il tema dell’immigrazione». Ed è tutta un’altra filosofia. Il timore è che tutta questa storia sfugga di mano. Gli immigrati si sono avvicinati al sindacato solo negli ultimi anni. È un’onda che sta riportando le confederazioni a questioni antiche, quando non si riscrivevano le Finanziarie ma si lottava per il salario. Quando il sindacato non era un comitato di affari. I lavoratori extracomunitari sono il 6,1 per cento degli iscritti: 332.561 tesserati dalla Cisl, 297.591 dalla Cgil, 190.078 dalla Uil, 103mila la quota Ugl. Se fanno lo stesso lavoro di un italiano guadagnano, in media, 238 euro in meno al mese. In tempo di crisi sono i primi a perdere il lavoro. Questo è quello che raccontano i dati Istat. Il sindacato da troppo tempo vive come un club di pensionati, che conosce tutti i segreti della concertazione, ma fatica a fare i conti con la generazione senza posto fisso, con il tramonto di tute blu e colletti bianchi, con chi viene da lontano. Non li rappresenta. Non sono il suo popolo. Forse è per questo che lo sciopero degli invisibili spaventa il sindacato. È qualcosa di nuovo, che viene dal basso, difficile da gestire, fuori dalle logiche di chi scende in piazza per far cadere i governi o per proteggere le roccheforti del Novecento. Gli invisibili non possono scioperare da soli. Il sindacato deve metterci sopra il suo marchio, certificarli. «Meglio un’ora di sciopero di tutti i lavoratori, italiani compresi». È la vecchia ricetta, con la speranza di sposare i vecchi iscritti con quelli nuovi, i pensionati con i proletari o con quei 90mila «cafoni» ufficiali, e un’esercito di schiavi clandestini, che faticano nei latifondi. Ma l’80% ricerca Eures) dei lavoratori stranieri sogna un sindacato tutto loro. E questo per Cgil, Cisl e Uil è peggio di un terremoto. È il crollo di un nuovo muro, la fine di un’utopia, quella di un sindacato universale, capace di conciliare in una sola formula magica tutti gli interessi. Ecco allora l’ultima risposta: non contate gli invisibili.
mercoledì 20 gennaio 2010
Islam di pace
Che cosa ci dicono queste terribili 48 ore di notizie dalla sharia di Carlo Panella
E’impressionante la serie di notizie che il mondo della sharia ci ha riversato nelle ultime 48 ore. Nella città di Jos in Nigeria è stato imposto il coprifuoco dopo gli incidenti tra musulmani e cristiani che hanno fatto 26 morti e 300 feriti, 3.000 abitanti sono stati trasferiti per ragioni di sicurezza. A Mosul, in Iraq, è stato trucidato a colpi di pistola il siro-cristiano Youssif Joris, in concomitanza con i festeggiamenti per l’insediamento del vescovo caldeo; è la quinta vittima cristiana in 30 giorni nella città. In Pakistan, il tribunale di Faisalabad ha condannato all’ergastolo a causa della “legge sulla blasfemia” il giovane cristiano Imran Masih, accusato di avere bruciato versetti del Corano “per offendere i sentimenti dei musulmani”; a oggi, mille sono i cristiani incriminati sulla base di questa legge e 33 sono i cristiani uccisi da singoli musulmani o linciati da folle inferocite per blasfemia. In Iran, il procuratore di Teheran ha chiesto al tribunale la condanna a morte per cinque manifestanti, arrestati durante gli incidenti dell’Ashura, contestandogli il reato di Moharebeh (essere nemici di Dio), segnando così una svolta drammatica: chiunque manifesti contro il regime può essere condannato a morte. In Italia è stato arrestato ieri a Fano, con la moglie, il pachistano Aktar Mhamoo, che lunedì aveva rapito la figlia per imporle di seguire la sharia e non i “costumi corrotti”; la ragazza era in precedenza stata assegnata dal tribunale a un centro di assistenza in seguito alle percosse subìte dal padre. A questa serie va poi aggiunta la fatwà emessa sei giorni fa in Yemen dallo sheikh Abdelmajid Zendani e dai principali ulema con cui si proclama il jihad contro ogni prospettiva di intervento militare nel paese degli Usa – o di “stranieri” – per contrastare al Qaida (come prospettato imprudentemente per giorni da fonti della Casa Bianca). Come si può constatare, è impossibile separare le iniziative dei terroristi islamici da quelle di folle islamiche, da quelle di tribunali islamici di paesi “moderati”, da quelle della giustizia islamica di paesi “fondamentalisti”, dalle convinzioni di un normale emigrato, che lavora da anni in Italia, ben inserito, che ritiene di dovere imporre l’“autorità tutoria” che la più diffusa sharia gli riconosce su una figlia. E’ evidente la radice comune di queste tragedie, che riportano a un nodo unico: i modelli di riferimento del terrorismo islamico sono inscindibili con quello di tutte le componenti maggioritarie dell’islam e hanno nella sharia ortodossa la loro forza generante. Solo la chiesa, con la svolta impressa ieri dal sinodo dei vescovi per il medio oriente, ha colto e denunciato questo nesso, segnando un superamento netto di 40 e più anni di sterile dialogo interreligioso: “La crescita dell’islam politico nelle società musulmane a partire dagli anni 70 ha prodotto correnti estremiste che rappresentano una minaccia per tutti, cristiani e musulmani, e noi dobbiamo affrontarle insieme”. Questa definizione di “islam politico” non è casuale: permette ai vescovi cattolici di evocare uno scontro frontale interconfessionale, ma si riferisce al nodo shariatico. Purtroppo, però, l’impostazione seguita da Obama nel discorso del Cairo del 4 giugno scorso nega qualsiasi nesso tra qualsiasi componente islamica e i nodi di crisi disseminati in medio oriente, laddove – sia pure solo in nuce – i riferimenti di George W. Bush all’Asse del male indicavano tutt’altro percorso.
E’impressionante la serie di notizie che il mondo della sharia ci ha riversato nelle ultime 48 ore. Nella città di Jos in Nigeria è stato imposto il coprifuoco dopo gli incidenti tra musulmani e cristiani che hanno fatto 26 morti e 300 feriti, 3.000 abitanti sono stati trasferiti per ragioni di sicurezza. A Mosul, in Iraq, è stato trucidato a colpi di pistola il siro-cristiano Youssif Joris, in concomitanza con i festeggiamenti per l’insediamento del vescovo caldeo; è la quinta vittima cristiana in 30 giorni nella città. In Pakistan, il tribunale di Faisalabad ha condannato all’ergastolo a causa della “legge sulla blasfemia” il giovane cristiano Imran Masih, accusato di avere bruciato versetti del Corano “per offendere i sentimenti dei musulmani”; a oggi, mille sono i cristiani incriminati sulla base di questa legge e 33 sono i cristiani uccisi da singoli musulmani o linciati da folle inferocite per blasfemia. In Iran, il procuratore di Teheran ha chiesto al tribunale la condanna a morte per cinque manifestanti, arrestati durante gli incidenti dell’Ashura, contestandogli il reato di Moharebeh (essere nemici di Dio), segnando così una svolta drammatica: chiunque manifesti contro il regime può essere condannato a morte. In Italia è stato arrestato ieri a Fano, con la moglie, il pachistano Aktar Mhamoo, che lunedì aveva rapito la figlia per imporle di seguire la sharia e non i “costumi corrotti”; la ragazza era in precedenza stata assegnata dal tribunale a un centro di assistenza in seguito alle percosse subìte dal padre. A questa serie va poi aggiunta la fatwà emessa sei giorni fa in Yemen dallo sheikh Abdelmajid Zendani e dai principali ulema con cui si proclama il jihad contro ogni prospettiva di intervento militare nel paese degli Usa – o di “stranieri” – per contrastare al Qaida (come prospettato imprudentemente per giorni da fonti della Casa Bianca). Come si può constatare, è impossibile separare le iniziative dei terroristi islamici da quelle di folle islamiche, da quelle di tribunali islamici di paesi “moderati”, da quelle della giustizia islamica di paesi “fondamentalisti”, dalle convinzioni di un normale emigrato, che lavora da anni in Italia, ben inserito, che ritiene di dovere imporre l’“autorità tutoria” che la più diffusa sharia gli riconosce su una figlia. E’ evidente la radice comune di queste tragedie, che riportano a un nodo unico: i modelli di riferimento del terrorismo islamico sono inscindibili con quello di tutte le componenti maggioritarie dell’islam e hanno nella sharia ortodossa la loro forza generante. Solo la chiesa, con la svolta impressa ieri dal sinodo dei vescovi per il medio oriente, ha colto e denunciato questo nesso, segnando un superamento netto di 40 e più anni di sterile dialogo interreligioso: “La crescita dell’islam politico nelle società musulmane a partire dagli anni 70 ha prodotto correnti estremiste che rappresentano una minaccia per tutti, cristiani e musulmani, e noi dobbiamo affrontarle insieme”. Questa definizione di “islam politico” non è casuale: permette ai vescovi cattolici di evocare uno scontro frontale interconfessionale, ma si riferisce al nodo shariatico. Purtroppo, però, l’impostazione seguita da Obama nel discorso del Cairo del 4 giugno scorso nega qualsiasi nesso tra qualsiasi componente islamica e i nodi di crisi disseminati in medio oriente, laddove – sia pure solo in nuce – i riferimenti di George W. Bush all’Asse del male indicavano tutt’altro percorso.
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