lunedì 10 ottobre 2016
Domani...
Domani, il bimbominkia arriverà nelle Marche e visiterà il calzaturificio di Diego della Valle. Quale gioia! Quale gaudio! Certo, non si preoccupa di chi non ha lavoro.
venerdì 7 ottobre 2016
La sostituzione etnica
Qualche giorno fa, sono usciti i dati dei giovani (anche laureati) che hanno dovuto andare a lavorare all'estero. Solo nel 2015, hanno lasciato l'ex bel paese in almeno 100 mila. Coi documenti in mano. E dal 2015, sono arrivati in italia (traghettati dal nostro governo che ha preso il posto degli scafisti), almeno 150 mila zombie. Senza documenti e senza qualifiche. Fate voi le conclusioni. Magari, se proprio la cosa non è chiara, vi indirizzo in un mio post, questo.
Eh, la deriva populista...
Conti e banche, commissario Ue Moscovici spiana strada a referendum: “Minaccia populista, sosteniamo Renzi”. In nome della lotta a presunti estremismi, l'Europa apre all'esecutivo italiano alla vigilia della prova di una legge di Stabilità che nelle premesse sarà a misura del referendum costituzionale. Via libera, con criterio, alla flessibilità per "la crisi di rifugiati o un terremoto o un Paese che soffre attacchi terroristici come il Belgio". Salgono anche le probabilità di una mano morbida su Mps: "Indulgenti? Direi piuttosto che saremo d'aiuto"
In Italia “c’è una minaccia populista. E’ per questo che sosteniamo gli sforzi di Renzi affinché sia un partner forte all’interno dell’Ue”. Parola del commissario europeo agli Affari Economici, Pierre Moscovici, che ha rilasciato la dichiarazione nel corso di un’intervista a Bloomberg a margine dei lavori del Fondo Monetario Internazionale. “Ho fiducia che l’Italia, come sempre, se la caverà e risolverà i suoi problemi con il nostro aiuto”, ha detto il commissario riferendosi ai problemi di bilancio e del sistema bancario della Penisola. Non si è scomposto quando l’intervistatrice ha alzato il tiro chiedendo se Bruxelles sarà così “indulgente” da fare in modo che i problemi delle banche italiane, con il rischio di bail in che nel caso Mps si fa sempre più concreto, vengano risolti prima del referendum,. “Non abbiamo bisogno di essere indulgenti – ha risposto – siamo sempre seri, ma dobbiamo anche capire e cercare di essere d’aiuto. Ecco, non direi indulgenti, direi essere d’aiuto”. Ma le regole possono essere cambiate, possono essere violate, obietta l’intervistatrice. E il commissario francese lima ancora: nessun bisogno di rompere le regole, ma piuttosto c’è la “flessibilità all’interno delle regole e questa Commissione cerca di essere intelligente all’interno della cornice di regole”.
Flessibilità, del resto, è stata la parola chiave dell’intervento di Moscovici all’Atlantic Council a margine dei lavori del Fmi. Qui il commissario non si è esposto sulle spine del sistema bancario italiano che oltre al caso MontePaschi, contano anche quello di Unicredit e delle quattro banche salvate un anno fa e ancora da vendere. Ha invece dato una grande apertura sui conti pubblici del Paese e sul tema della flessibilità di cui ha tanta fame il governo Renzi in fase di stesura della legge di Stabilità, specie alla vigilia di un referendum che politicamente mal si sposa con le misure che i conti del Paese richiederebbero. “Abbiamo detto chiaramente cosa è la flessibilità nel gennaio 2015. Dobbiamo incoraggiare i Paesi che creano molti investimenti, lo abbiamo fatto con l’Italia. Aiutare i Paesi che portano avanti riforme strutturali affinché possano avere più tempo, lo abbiamo fatto con l’Italia – ha dichiarato Moscovici -. Abbiamo detto che saremmo pronti a considerare spese per la crisi di rifugiati o un terremoto o un Paese che soffre attacchi terroristici come il Belgio. Si tratta di flessibilità precise, limitate e chiaramente spiegate. In generale un Paese deve rispettare i criteri e ridurre il debito, è il principale problema di Italia e Belgio”.
Questo, populismi a parte, perché secondo Moscovici “questa commissione non vuole sanzionare. Le sanzioni sono sempre un fallimento. Lo sarebbe per le regole perché dimostra che non funzionano, lo sarebbe per un Paese”. Il segnale, sostiene il commissario, “sarebbe stato un disastro su Spagna e Portogallo, avrebbe indicato un fallimento, che non stiamo costruendo fiducia”. Moscovici si è quindi detto orgoglioso di non aver punito Spagna e Portogallo. “Non crediamo che le sanzioni vadano evitate se sono evitabili ma devono essere evitate se possiamo fare meglio”, ha aggiunto, Moscovici sostenendo che sanzionare è meglio avviare un dialogo e cercare un compromesso. Parole come il miele per il tandem Renzi – Padoan che si appresta a chiedere a Bruxelles nuovi spazi di bilancio nel Draft budgetary plan, il documento programmatico utilizzato da Bruxelles per esprimere il suo giudizio sulla manovra. Considerando le varie posizioni all’interno della Commissione, l’apertura non potrà probabilmente essere assoluta, ma l’Italia potrebbe godere di qualche decimale in più rispetto al 2,0% di deficit inserito nelle tabelle della Nota di aggiornamento al Def. Un compromesso che sembra ormai alle porte anche per le banche proprio mentre in Borsa il Monte dei Paschi, che dovrà presto chiedere 5 miliardi al mercato, continua a perdere valore: dopo l’ennesimo tonfo di giovedì 6 ottobre, il valore di mercato dell’istituto di credito senese di cui il Tesoro è il primo azionista, è scivolato sotto il mezzo miliardo, a circa 492 milioni di euro.
In Italia “c’è una minaccia populista. E’ per questo che sosteniamo gli sforzi di Renzi affinché sia un partner forte all’interno dell’Ue”. Parola del commissario europeo agli Affari Economici, Pierre Moscovici, che ha rilasciato la dichiarazione nel corso di un’intervista a Bloomberg a margine dei lavori del Fondo Monetario Internazionale. “Ho fiducia che l’Italia, come sempre, se la caverà e risolverà i suoi problemi con il nostro aiuto”, ha detto il commissario riferendosi ai problemi di bilancio e del sistema bancario della Penisola. Non si è scomposto quando l’intervistatrice ha alzato il tiro chiedendo se Bruxelles sarà così “indulgente” da fare in modo che i problemi delle banche italiane, con il rischio di bail in che nel caso Mps si fa sempre più concreto, vengano risolti prima del referendum,. “Non abbiamo bisogno di essere indulgenti – ha risposto – siamo sempre seri, ma dobbiamo anche capire e cercare di essere d’aiuto. Ecco, non direi indulgenti, direi essere d’aiuto”. Ma le regole possono essere cambiate, possono essere violate, obietta l’intervistatrice. E il commissario francese lima ancora: nessun bisogno di rompere le regole, ma piuttosto c’è la “flessibilità all’interno delle regole e questa Commissione cerca di essere intelligente all’interno della cornice di regole”.
Flessibilità, del resto, è stata la parola chiave dell’intervento di Moscovici all’Atlantic Council a margine dei lavori del Fmi. Qui il commissario non si è esposto sulle spine del sistema bancario italiano che oltre al caso MontePaschi, contano anche quello di Unicredit e delle quattro banche salvate un anno fa e ancora da vendere. Ha invece dato una grande apertura sui conti pubblici del Paese e sul tema della flessibilità di cui ha tanta fame il governo Renzi in fase di stesura della legge di Stabilità, specie alla vigilia di un referendum che politicamente mal si sposa con le misure che i conti del Paese richiederebbero. “Abbiamo detto chiaramente cosa è la flessibilità nel gennaio 2015. Dobbiamo incoraggiare i Paesi che creano molti investimenti, lo abbiamo fatto con l’Italia. Aiutare i Paesi che portano avanti riforme strutturali affinché possano avere più tempo, lo abbiamo fatto con l’Italia – ha dichiarato Moscovici -. Abbiamo detto che saremmo pronti a considerare spese per la crisi di rifugiati o un terremoto o un Paese che soffre attacchi terroristici come il Belgio. Si tratta di flessibilità precise, limitate e chiaramente spiegate. In generale un Paese deve rispettare i criteri e ridurre il debito, è il principale problema di Italia e Belgio”.
Questo, populismi a parte, perché secondo Moscovici “questa commissione non vuole sanzionare. Le sanzioni sono sempre un fallimento. Lo sarebbe per le regole perché dimostra che non funzionano, lo sarebbe per un Paese”. Il segnale, sostiene il commissario, “sarebbe stato un disastro su Spagna e Portogallo, avrebbe indicato un fallimento, che non stiamo costruendo fiducia”. Moscovici si è quindi detto orgoglioso di non aver punito Spagna e Portogallo. “Non crediamo che le sanzioni vadano evitate se sono evitabili ma devono essere evitate se possiamo fare meglio”, ha aggiunto, Moscovici sostenendo che sanzionare è meglio avviare un dialogo e cercare un compromesso. Parole come il miele per il tandem Renzi – Padoan che si appresta a chiedere a Bruxelles nuovi spazi di bilancio nel Draft budgetary plan, il documento programmatico utilizzato da Bruxelles per esprimere il suo giudizio sulla manovra. Considerando le varie posizioni all’interno della Commissione, l’apertura non potrà probabilmente essere assoluta, ma l’Italia potrebbe godere di qualche decimale in più rispetto al 2,0% di deficit inserito nelle tabelle della Nota di aggiornamento al Def. Un compromesso che sembra ormai alle porte anche per le banche proprio mentre in Borsa il Monte dei Paschi, che dovrà presto chiedere 5 miliardi al mercato, continua a perdere valore: dopo l’ennesimo tonfo di giovedì 6 ottobre, il valore di mercato dell’istituto di credito senese di cui il Tesoro è il primo azionista, è scivolato sotto il mezzo miliardo, a circa 492 milioni di euro.
giovedì 6 ottobre 2016
Ah, le risorse!
Allora, nella cittadina dove vivo, ci sono circa 15 mila abitanti. Il prefetto ha fatto arrivare finora, una ventina di "poveri profughi" (io li chiamo giovani maschi neri clandestini), ne dovranno arrivare altri 40. La giunta comunale, metà PD e metà NCD, dice che non può sottrarsi a tale impegno. Non è vero. Le giunte comunali possono benissimo non accettare la decisione (unilaterale) del prefetto. Lo hanno già fatto parecchi piccoli paesini nei dintorni perchè non vogliono turbare la quiete pubblica dei residenti. Inoltre, sempre grazie al prefetto, ci sono state inviate anche un certo numero di famiglie rom alle quali, prontamente sono stati dati residenza e appartamenti (un appartamento, addirittura glielo sta affittando l'assessore (donna) alle politiche sociali, poi, però, lo stesso assessore, toglie l'assistenza ai bisognosi) nonostante le loro fedine penali sporche. Da quando sono arrivate queste famiglie, le telecamere non funzionano più e sono aumentati i furti nelle auto, nelle abitazioni e nei negozi. In questo momento, è facile incontrare per strada tanti giovani maschi neri, vestiti bene, con gli smartphone in mano e le cuffiette nelle orecchie che ciondolano per tutto il giorno. Inoltre, da macerata, esattamente dal seminario (che li ospita), giornalmente, con un pulmino, ne arrivano altrettanti e si posizionano davanti ai supermercati e chiedono soldi ai clienti. Le forze dell'ordine lo sanno, lo sanno i vigili, lo sa la cittadinanza ma resta tutto così. E se non sono in giro a chiedere soldi, fanno altro... (La foto è stata scattata da un ragazzo che lavora in ricevitoria e dice che c'è un via vai di questi qui)
La giunta comunale sta decidendo sul come impiegarli. Forse, come "volontari" (pagati circa 600 euro al mese) pubblici, togliendo la possibilità ai cittadini disoccupati del paese. E' un vero schifo. Per non parlare delle graduatorie delle case popolari e degli asili che vanno quasi esclusivamente ad altri extracomunitari.
mercoledì 5 ottobre 2016
L' odio del governo verso gli italiani
“Investi in Italia, gli stipendi sono bassi”, l’autogol della brochure del Governo. Una brochure ministeriale rivolta alle imprese straniere sottolinea che insediarsi in Italia è vantaggioso perché i laureati costano meno che in altri Paesi europei. Ma come? Vogliamo metterci a competere sul costo del lavoro? di Eleonora Voltolina
Il mercato del lavoro italiano ha bisogno di imprese straniere che aprano in Italia, creando posti di lavoro? Certamente sì.Per attirare queste imprese in Italia dobbiamo giocarci tutte le carte, evidenziando il più possibile i vantaggi che il nostro sistema Paese può offrire e sperando che riescano a controbilanciare tutti gli aspetti negativi che solitamente vengono associati all'Italia – dal costo dell'energia all'inefficienza della pubblica amministrazione (con annessa impenetrabilità della burocrazia), dalla lentezza della giustizia all'incertezza del diritto? Giusto, dobbiamo giocarci tutte le carte. O forse no. Non proprio tutte.
Magari, ecco, cercare di convincere le aziende straniere a venire ad insediarsi da noi magnificando il basso costo dei nostri cervelli, anche no. Citare tra i vantaggi competitivi il fatto che un laureato costi un quarto in meno rispetto ad altri Paesi europei, anche no. Sottolineare che i nostri salari sono bassissimi, anche per le persone con alto grado di scolarizzazione… Ehi, davvero vogliamo puntare su questo? Davvero vogliamo proporre il nostro come un Paese da terzo mondo, rincorrendo un modello di competitività indiano invece che puntare a modelli europei?
Perché é quello che appare in una brochure distribuita pochi giorni fa, all'evento di presentazione del piano nazionale Industria 4.0. Il presidente del consiglio Matteo Renzi sul palco a snocciolare i progetti per rilanciare l'economia, e in cartella stampa questa brochure dal titolo “Invest in Italy”, sottotitolo “The right place, the right time for an extraordinary opportunity”. Si elencano le riforme “pro business” del mercato del lavoro, gli incentivi agli investimenti, i distretti industriali, il capitale umano e il talento…
Ecco, appunto: il capitale umano e il talento. «L'Italia offre un livello di retribuzione competitivo, che cresce meno che nel resto d'Europa, e una forza lavoro altamente qualificata». stage lavoroInsomma la brochure – peraltro, fatta bene nel complesso: chiara, esaustiva e ben impaginata, si vede che non ci ha messo le mani il ministero della Salute... – presenta come un dato positivo il fatto che in Italia abbiamo stipendi bassi. «Un ingegnere in Italia guadagna in media un salario di 38.500 euro, quando in altri paesi europei lo stesso profilo ne guadagna mediamente 48.800». Con tanto di grafici.
Anche perché c'è un vero e proprio paradosso: un governo che presenta all'estero come “vantaggio” un dato che all'interno, per i cittadini, é un dramma – e tra le prime cause della nuova emigrazione. Che i lavoratori italiani siano pagati troppo poco è un dato politicamente negativo, che chi governa deve impegnarsi a mutare attuando politiche che abbiano come obiettivo quello di dare a tutti, specialmente a chi ha un'alta formazione, opportunità di impiego più eque e dignitose dal punto di vista della retribuzione. Dato questo presupposto, “vendere” i bassi salari come fattore competitivo dell'Italia è ben poco sensato, se contemporaneamente si dovrebbe lavorare per farli salire! Qualcuno dirà: per portare a casa il risultato non si deve andare troppo per il sottile. Se qualche azienda, allettata anche dalla possibilità di poter pagare poco i dipendenti, sceglierà di stabilirsi in Italia, noi ci avremo guadagnato posti di lavoro – tanti disoccupati, pure gli ingegneri, avranno contratti e stipendi, e pazienza se sono più bassi che nel resto d'Europa e crescono pure di meno. Dunque tutti contenti.
Io capisco questa visione “utilitaristica”. Giuro, comprendo il ragionamento. Ma il costo del lavoro non è un fattore di competitività! Se così fosse, la Svizzera sarebbe ultima nel panorama mondiale – invece è ai primi posti. La battaglia sul costo del lavoro non è solo una battaglia ingiusta, è sopratutto una battaglia persa: un ingegnere indiano costa e continuerà a lungo a costare un decimo di uno italiano. Non è quello il punto. La riforma del lavoro che sosteniamo serve a permettere alle aziende di fronteggiare con maggiori strumenti le variazioni ormai vertiginose del mercato, per permettere loro di fare investimenti che un domani non le affondino, per aiutarle a rischiare di più in innovazione. Il costo del lavoro non è e non potrà mai essere un nostro asset, perché attrae aziende che non investono in innovazione.
Lavoriamo invece tutti insieme per valorizzare l'università e la ricerca, riformare la fiscalità in modo che sia chiara e semplice, lavoriamo sui costi dell'energia e sulle infrastrutture, prevediamo incentivi intelligenti rivolti alle aziende straniere che scelgano di stabilirsi da noi. Questa è la chiave per convincerle a venire in Italia. Che il fine giustifichi i mezzi non mi è, francamente, mai andato giù. Ora arriviamo al punto di fare brochure dicendo “Venite in Italia, i nostri ingegneri sono bravissimi e costano poco”: perdonatemi, ma siamo proprio fuori strada.
Il mercato del lavoro italiano ha bisogno di imprese straniere che aprano in Italia, creando posti di lavoro? Certamente sì.Per attirare queste imprese in Italia dobbiamo giocarci tutte le carte, evidenziando il più possibile i vantaggi che il nostro sistema Paese può offrire e sperando che riescano a controbilanciare tutti gli aspetti negativi che solitamente vengono associati all'Italia – dal costo dell'energia all'inefficienza della pubblica amministrazione (con annessa impenetrabilità della burocrazia), dalla lentezza della giustizia all'incertezza del diritto? Giusto, dobbiamo giocarci tutte le carte. O forse no. Non proprio tutte.
Magari, ecco, cercare di convincere le aziende straniere a venire ad insediarsi da noi magnificando il basso costo dei nostri cervelli, anche no. Citare tra i vantaggi competitivi il fatto che un laureato costi un quarto in meno rispetto ad altri Paesi europei, anche no. Sottolineare che i nostri salari sono bassissimi, anche per le persone con alto grado di scolarizzazione… Ehi, davvero vogliamo puntare su questo? Davvero vogliamo proporre il nostro come un Paese da terzo mondo, rincorrendo un modello di competitività indiano invece che puntare a modelli europei?
Perché é quello che appare in una brochure distribuita pochi giorni fa, all'evento di presentazione del piano nazionale Industria 4.0. Il presidente del consiglio Matteo Renzi sul palco a snocciolare i progetti per rilanciare l'economia, e in cartella stampa questa brochure dal titolo “Invest in Italy”, sottotitolo “The right place, the right time for an extraordinary opportunity”. Si elencano le riforme “pro business” del mercato del lavoro, gli incentivi agli investimenti, i distretti industriali, il capitale umano e il talento…
Ecco, appunto: il capitale umano e il talento. «L'Italia offre un livello di retribuzione competitivo, che cresce meno che nel resto d'Europa, e una forza lavoro altamente qualificata». stage lavoroInsomma la brochure – peraltro, fatta bene nel complesso: chiara, esaustiva e ben impaginata, si vede che non ci ha messo le mani il ministero della Salute... – presenta come un dato positivo il fatto che in Italia abbiamo stipendi bassi. «Un ingegnere in Italia guadagna in media un salario di 38.500 euro, quando in altri paesi europei lo stesso profilo ne guadagna mediamente 48.800». Con tanto di grafici.
Anche perché c'è un vero e proprio paradosso: un governo che presenta all'estero come “vantaggio” un dato che all'interno, per i cittadini, é un dramma – e tra le prime cause della nuova emigrazione. Che i lavoratori italiani siano pagati troppo poco è un dato politicamente negativo, che chi governa deve impegnarsi a mutare attuando politiche che abbiano come obiettivo quello di dare a tutti, specialmente a chi ha un'alta formazione, opportunità di impiego più eque e dignitose dal punto di vista della retribuzione. Dato questo presupposto, “vendere” i bassi salari come fattore competitivo dell'Italia è ben poco sensato, se contemporaneamente si dovrebbe lavorare per farli salire! Qualcuno dirà: per portare a casa il risultato non si deve andare troppo per il sottile. Se qualche azienda, allettata anche dalla possibilità di poter pagare poco i dipendenti, sceglierà di stabilirsi in Italia, noi ci avremo guadagnato posti di lavoro – tanti disoccupati, pure gli ingegneri, avranno contratti e stipendi, e pazienza se sono più bassi che nel resto d'Europa e crescono pure di meno. Dunque tutti contenti.
Io capisco questa visione “utilitaristica”. Giuro, comprendo il ragionamento. Ma il costo del lavoro non è un fattore di competitività! Se così fosse, la Svizzera sarebbe ultima nel panorama mondiale – invece è ai primi posti. La battaglia sul costo del lavoro non è solo una battaglia ingiusta, è sopratutto una battaglia persa: un ingegnere indiano costa e continuerà a lungo a costare un decimo di uno italiano. Non è quello il punto. La riforma del lavoro che sosteniamo serve a permettere alle aziende di fronteggiare con maggiori strumenti le variazioni ormai vertiginose del mercato, per permettere loro di fare investimenti che un domani non le affondino, per aiutarle a rischiare di più in innovazione. Il costo del lavoro non è e non potrà mai essere un nostro asset, perché attrae aziende che non investono in innovazione.
Lavoriamo invece tutti insieme per valorizzare l'università e la ricerca, riformare la fiscalità in modo che sia chiara e semplice, lavoriamo sui costi dell'energia e sulle infrastrutture, prevediamo incentivi intelligenti rivolti alle aziende straniere che scelgano di stabilirsi da noi. Questa è la chiave per convincerle a venire in Italia. Che il fine giustifichi i mezzi non mi è, francamente, mai andato giù. Ora arriviamo al punto di fare brochure dicendo “Venite in Italia, i nostri ingegneri sono bravissimi e costano poco”: perdonatemi, ma siamo proprio fuori strada.
martedì 4 ottobre 2016
Ottobre, Bergoglio e un suicidio
E' ottobre e non c'è niente di strano. Nel frattempo, ieri, sono arrivati quasi 6000 "migranti", le coop, sempre che poi vengano pagate, si stanno lisciando le pance. Ieri, a Lampedusa si sono commemorati i morti in mare e, una circolare, per decisione univoca del governo "obbligava" le scuole a commemorare le vittime dell'immigrazione. Con la visione su rai 3 del docufilm Fuocoammare. Rendetevi conto fin dove siamo arrivati. Oggi invece, dopo più di un mese, Bergoglio ha trovato tempo (tralasciando momentaneamente i suoi amati migranti) di andare sui luoghi del terremoto. Oggi però, c'è stato anche un funerale al quale non è stata data alcuna rilevanza.Un ennesimo suicidio causato dalla crisi. A quando una giornata per queste povere vittime? Mai, vero? Erano solo italiani che un tempo lavoravano e che dopo non hanno potuto più farlo e si sono spinti fino al suicidio a causa delle banche e di equitalia. Forse, per il governo, non meritano nemmeno di essere un piccolo trafiletto in un importante giornale o l'apertura di un tg.
CARRARA. La figlia Serena gli aveva passato i mattoni. Mattone dopo mattone quella villetta a due piani il padre l’aveva tirata su dal nulla, trentasei anni fa. Un pezzo di terreno a Bonascola, popolosa frazione alla periferia di Carrara, era diventata la casa, la casa per la vita. Un traguardo, un punto fermo per Giuseppe Pensierini, imprenditore edile di 61 anni con un grande amore per la musica.
I FATTI
Lui aveva cominciato a lavorare a dieci anni, a diciannove aveva aperto la partita Iva (un’eccezione alla regola visto che una volta bisognava aspettare di averne ventuno) e si era sposato con la sua Antonella. Erano nati i figli, Serena e Massimiliano e la piccola impresa edile era diventata sempre più fiorente: dieci anni fa, prima della crisi, dava lavoro a cinquanta dipendenti.
Poi tutto è andato storto. Gli affari si sono fermati. Sono arrivati i problemi. Le cartelle di Equitalia, sempre più pesanti. Le banche, il pignoramento e una certezza che ha cominciato a traballare. Per la casa di Bonascola Giuseppe aveva firmato un fondo fiduciario per la vita: «Era certo che non gliela avrebbero mai toccata», racconta la figlia Serena. Ma non è stato così. Per questa vicenda c’è una causa in corso, da tempo ormai. In tribunale la sentenza è attesa per il prossimo anno, il 2017.
Giuseppe Pensierini non ha aspettato. Non ce l’ha fatta, perché nel frattempo la sua villetta a due piani, con una mansarda piena della sua musica, è stata venduta all’asta, venerdì scorso, poco prima dell’una. Lui ci ha provato fino all’ultimo a difendere quei mattoni, messi su con il sudore della fronte. Proprio lunedì scorso aveva presentato la domanda in tribunale per chiedere di poter acquistare lui l’immobile. Ma la quarta asta non è andata deserta. La casa l’ha comprata un amico, uno che Giuseppe conosceva bene. La moglie e i figli non hanno avuto il coraggio di dirglielo: «L’ho detto anche all’avvocato, al babbo non diciamo nulla, solo che è andata male – racconta Serena – Ma lui l’aveva capito. Me lo aveva detto: il mio amico guarda troppo la nostra casa, l’ho visto io».
In una mattinata di ottobre due certezze crollate: quelle della casa, per la vita, e dell’amicizia, che dovrebbe durare per sempre. Giuseppe non ha retto. Ma ha fatto finta di nulla. Ha perfino sorriso alla moglie Antonella, con cui era sposato da 42 anni, quando lei gli ha sussurrato: «Dai Giuseppe, ricominceremo piano piano, proprio come tanto tempo fa, quando eravamo giovani».
Lui non le ha risposto. È stato silenzioso. Troppo silenzioso per la figlia Serena che ha cercato di portarlo con lei a prendere i nipotini, proprio quei nipotini che avevano preparato a scuola la lettera per la festa del nonno. Ma lui ha accampato una scusa, ha detto che doveva andare a Sarzana, che doveva vedere una persona per questioni di lavoro, quel lavoro che dopo i rovesci finanziari aveva provato a rimettere in piedi all’estero, in Marocco e in Tunisia. Serena non era tranquilla: «Un anno fa lo aveva scritto all’avvocato, “se mi portano via la casa mi ci impicco dentro”. Da allora avevo paura per lui. Gliel’ho anche detto: babbo non farmi stare in pensiero». Ma quando Giuseppe ha cominciato a non rispondere più al telefono, il genero e la moglie Antonella sono andati di corsa a casa. Hanno visto la botola della soffitta aperta. In un primo momento hanno pensato che stesse cantando. Giuseppe Pensierini a Sarzana non ci era mai andato. La macchina non è uscita dal garage. Lui ha scritto due biglietti, in stampatello: uno indirizzato all’amico che ha comprato la sua casa all’asta e l’altro ai giudici del tribunale di Massa.
LA LETTERA ALLA MOGLIE
E una lettera più lunga, e struggente, vergata a mano e firmata, per la moglie Antonella: «Scusami ma non potevo più vivere, sarei morto lentamente e io non volevo che soffrissi tanto. Spero di ritrovarti in un mondo migliore dove posso sposarti di nuovo».
Poi Giuseppe ha preso la corda e si è impiccato. Dentro alla sua casa. Alla scaletta della mansarda che lo aveva visto tante volte felice, dove andava a cantare. Dove aveva composto una canzone, “Il cuore di un bambino” musicata da Francesco Gabbani. Quel brano verrà suonato oggi al suo funerale . Un funerale che sarà celebrato nella chiesa del paese, in una comunità provata dal dolore a cui si rivolgono con una lunga lettera i figli di Giuseppe Pensierini, Serena e Massimiliano, che hanno voluto rendere pubblica la storia.
I FIGLI: "CAMMINERAI A TESTA ALTA"
«Diciamolo chiaramente che questo gesto non è stato fatto perché veniva a mancare un tetto e quattro mattoni, ma per la delusione, il rimorso di aver commesso degli errori, l’averci provato in tutte le maniere, aver provato a far capire ai giudici e non essere ascoltato - scrivono i figli - Noi ripetiamo quello che tu ci hai chiesto di far sapere, ma non ti assicuriamo che le persone coinvolte riusciranno a farsi un esame di coscienza». «Ovunque tu sia babbo - si chiude la lettera - camminerai a testa alta. Te lo meriti».
domenica 2 ottobre 2016
Il SOLO motivo per...
... votare NO, è l'esternazione di tal Giorgio Napolitano, verme e traditore della società italiana. SE il parlamento è INDEGNO, è perchè all'interno c'è ancora gentaglia canaglia e di malaffare come lui.
Referendum costituzionale, Napolitano: “Campagna partita male, ha favorito il no”. Renzi incassa e ringrazia.Il presidente emerito: "Non si è partiti bene: si sono commessi molti errori che hanno facilitato la campagna del No" dice parlando alla scuola di formazione politica del Pd. "Se vince il referendum istituzionale, avremo la possibilità di tornare a rendere il Parlamento un luogo degno"
Chissà a cosa o a chi pensa il presidente emerito Giorgio Napolitano quando dice che la campagna referendaria ha avuto un inizio difficile: “Non si è partiti bene: si sono commessi molti errori che hanno facilitato la campagna del No” dice parlando alla scuola di formazione politica del Pd. Ma la riflessione subito dopo è indirizzata direttamente al premier Matteo Renzi, che per tutta risposta – oggi – ringrazia così: “Oggi Napolitano mi ha anche un pò criticato, ma è bello, giusto e utile ricevere critiche da chi ha saggezza e esperienza. Se Napolitano con la sua saggezza e capacità mi ha fatto delle critiche sono felice di farne tesoro. E’ vero io ho sbagliato a giocare il futuro del governo sulla riforma costituzionale ma ho sbagliato in buona fede. Ho sbagliato ma capita a chi fa le cose”. Così Renzi, nel suo intervento ad un incontro sul referendum al Teatro Rossini di Pesaro. “Renzi ha capito gli errori e si è corretto”, giura Napolitano. “Ma il tempo conta, ed è tanto che persone si sono opposte alla riforma perché erano contro Renzi”. “C’è stato – argomenta – un periodo troppo lungo che ha facilitato quelli che, fregandosene della riforma, dicevano che bisognava votare contro Renzi”. Che nei giorni scorsi, dopo aver personalizzato per settimane il referendum, ha fatto marcia indietro: “Non si utilizzi il voto per buttarmi giù”.
“Se vince il referendum istituzionale, avremo la possibilità di tornare a rendere il Parlamento un luogo degno. Tra decreti e fiducie – aggiunge Napolitano – il Parlamento è stato ridotto uno straccio. Tutto questo può finire con questa riforma. Se vince il sì è una cosa. Molto buona. Per l’Italia”.
L’ex inquilino del Quirinale è un nome che spicca da mesi per qualità e quantità negli interventi in favore delle riforme e quindi non stupisce l’ennesima riflessione che come spesso ha detto il segretario del Pd sono state ispirante direttamente dal Colle. “Sosterrò la conferma della legge di riforma approvata dal Parlamento e mi auguro che le opposte parti politiche si confrontino sul referendum nella sua oggettività” aveva detto Napolitano in un’intervista al Corriere della Sera il 6 gennaio, per poi esprimere il 5 luglio un invito direttamente agli italiani: “Auspico che la stragrande maggioranza dei cittadini non faccia finire nel nulla gli sforzi messi in atto in questi due anni in Parlamento”, fino all’ultimo appello, datato 10 settembre: “Bocciare la revisione della Carta sarebbe un’occasione mancata“. Giorno in cui l’ex ministro dell’Interno ha chiaramente fatto sapere che l’Italicum così com’è va cambiato. Messaggio recepito così chiaramente che negli ultimi giorni il presidente del Consiglio non perde occasione per ribadire la sua disponibilità alle modifiche della legge elettorale. “Non ho informazioni riservate ma non mi risulta. Mi è stato detto che verranno indicate alcune ipotesi e poi si aprirà il confronto” risponde ai cronisti che gli chiedevano se il ballottaggio, formula alla quale lui è contrario, resta dirimente nella volontà del governo. “Difficile fare previsioni. Tuttavia, avere governi di coalizione e una politica di alleanze, non è una bestemmia”
C’è da dire che gli ultimi sondaggi allo stato mostrano un pareggio tra favorevoli e contrari, ma con il No in crescita. E i dati cominciano a preoccupare. La partita vera però sarà conquistare gli indecisi e forse aver piazzato il referendum a dicembre, invece che a ottobre come si ipotizzava, servirà a guadagnare quel terreno perso con gli “errori”. Dalla parte del No sono schierati l’Anpi per esempio protagonista di uno scontro con il ministro Maria Elena Boschi, la Cgil e anche parte della sinistra dei dem.
Chissà a cosa o a chi pensa il presidente emerito Giorgio Napolitano quando dice che la campagna referendaria ha avuto un inizio difficile: “Non si è partiti bene: si sono commessi molti errori che hanno facilitato la campagna del No” dice parlando alla scuola di formazione politica del Pd. Ma la riflessione subito dopo è indirizzata direttamente al premier Matteo Renzi, che per tutta risposta – oggi – ringrazia così: “Oggi Napolitano mi ha anche un pò criticato, ma è bello, giusto e utile ricevere critiche da chi ha saggezza e esperienza. Se Napolitano con la sua saggezza e capacità mi ha fatto delle critiche sono felice di farne tesoro. E’ vero io ho sbagliato a giocare il futuro del governo sulla riforma costituzionale ma ho sbagliato in buona fede. Ho sbagliato ma capita a chi fa le cose”. Così Renzi, nel suo intervento ad un incontro sul referendum al Teatro Rossini di Pesaro. “Renzi ha capito gli errori e si è corretto”, giura Napolitano. “Ma il tempo conta, ed è tanto che persone si sono opposte alla riforma perché erano contro Renzi”. “C’è stato – argomenta – un periodo troppo lungo che ha facilitato quelli che, fregandosene della riforma, dicevano che bisognava votare contro Renzi”. Che nei giorni scorsi, dopo aver personalizzato per settimane il referendum, ha fatto marcia indietro: “Non si utilizzi il voto per buttarmi giù”.
“Se vince il referendum istituzionale, avremo la possibilità di tornare a rendere il Parlamento un luogo degno. Tra decreti e fiducie – aggiunge Napolitano – il Parlamento è stato ridotto uno straccio. Tutto questo può finire con questa riforma. Se vince il sì è una cosa. Molto buona. Per l’Italia”.
L’ex inquilino del Quirinale è un nome che spicca da mesi per qualità e quantità negli interventi in favore delle riforme e quindi non stupisce l’ennesima riflessione che come spesso ha detto il segretario del Pd sono state ispirante direttamente dal Colle. “Sosterrò la conferma della legge di riforma approvata dal Parlamento e mi auguro che le opposte parti politiche si confrontino sul referendum nella sua oggettività” aveva detto Napolitano in un’intervista al Corriere della Sera il 6 gennaio, per poi esprimere il 5 luglio un invito direttamente agli italiani: “Auspico che la stragrande maggioranza dei cittadini non faccia finire nel nulla gli sforzi messi in atto in questi due anni in Parlamento”, fino all’ultimo appello, datato 10 settembre: “Bocciare la revisione della Carta sarebbe un’occasione mancata“. Giorno in cui l’ex ministro dell’Interno ha chiaramente fatto sapere che l’Italicum così com’è va cambiato. Messaggio recepito così chiaramente che negli ultimi giorni il presidente del Consiglio non perde occasione per ribadire la sua disponibilità alle modifiche della legge elettorale. “Non ho informazioni riservate ma non mi risulta. Mi è stato detto che verranno indicate alcune ipotesi e poi si aprirà il confronto” risponde ai cronisti che gli chiedevano se il ballottaggio, formula alla quale lui è contrario, resta dirimente nella volontà del governo. “Difficile fare previsioni. Tuttavia, avere governi di coalizione e una politica di alleanze, non è una bestemmia”
C’è da dire che gli ultimi sondaggi allo stato mostrano un pareggio tra favorevoli e contrari, ma con il No in crescita. E i dati cominciano a preoccupare. La partita vera però sarà conquistare gli indecisi e forse aver piazzato il referendum a dicembre, invece che a ottobre come si ipotizzava, servirà a guadagnare quel terreno perso con gli “errori”. Dalla parte del No sono schierati l’Anpi per esempio protagonista di uno scontro con il ministro Maria Elena Boschi, la Cgil e anche parte della sinistra dei dem.
venerdì 30 settembre 2016
Il prelievo forzoso sui conti correnti
Maggiorazioni di 25 euro sui costi dei conti correnti. E’ la sorpresa in arrivo a fine anno per i clienti del Banco Popolare. La motivazione? “Parziale recupero dei contributi versati al neo costituito Fondo nazionale di risoluzione“. Cioè lo strumento creato lo scorso novembre dopo il recepimento in Italia della direttiva sul bail in e utilizzato poco dopo per il salvataggio di Banca Etruria, Banca Marche, Cariferrara, Carichieti. Gli altri istituti italiani sono stati chiamati ad anticipare anche le quote (500 milioni l’anno) che avrebbero dovuto versare nel 2016 e 2017. E ora alcuni hanno deciso di rifarsi sui correntisti: oltre al veronese Banco Popolare, si sono già mosse anche Unicredit e Ubi.
Come rivelato martedì da Linkiesta il comitato esecutivo del Banco, che a gennaio dovrebbe fondersi con Bpm, ha deciso la “manovra” il 6 settembre e ha già inviato la comunicazione in materia alla rete delle filiali e ai clienti, con l’ultimo estratto conto. Il gruppo, che al fondo di risoluzione ha versato 152 milioni di euro, spiega nella mail che “la maggiorazione di 25 euro riguarda le ‘Spese fisse di liquidazione‘ e troverà applicazione al 31/12/2016. Sono esclusi i rapporti di nuova apertura”. Piazza Gae Aulenti, dal canto suo, ha ritoccato il canone mensile di alcuni conti (MyGenius Silver, Gold e Platinum) già da luglio: “Alcuni interventi legislativi e/o regolamentari nonché impegni imposti da autorità (…) hanno determinato dei costi e minori ricavi per la banca che costituiscono giustificato motivo per un aumento (…) del canone mensile relativo ai moduli transnazionali”, recitava la comunicazione allegata all’estratto conto del 31 marzo, annunciando un aumento del canone mensile di 2 euro che porta i costi per le tre tipologie di conto rispettivamente a 5, 7 e 12 euro. Il documento inviato ai clienti, nota Linkiesta, cita tra i fattori che hanno reso necessario l’incremento “l’accordo intergovernativo Fatca“, entrato però in vigore lo scorso anno, “l’aumento dell’Iva“, che è del 2013, le “disposizioni in materia di disaster recovery e adeguamento del sistema informativo”, “l’applicazione del regolamento europeo (…) che ha introdotto nuove regole sulle commissioni interbancarie applicabili alle carte di credito e di debito” e infine “l’accordo per la costituzione di un fondo per la risoluzione delle crisi bancarie”.
Infine Ubi, sempre in estate, "ha stabilito di aumentare da 40 a 64 euro i costi di gestione del conto corrente – un incremento del 60% – in seguito all’aumento delle spese sostenuto dal gruppo per il Fondo di garanzia dei depositi e gli oneri sostenuti per il finanziamento del Fondo nazionale di risoluzione”. Adusbef e Federconsumatori “denunciano l’ennesimo furto con destrezza a danno degli utenti, saccheggiati e spremuti come limoni per pagare i lauti pasti dei banchieri e dei distratti vigilanti, che come nello scandalo di Banca Popolare di Vicenza, di Veneto Banca, Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti e Carife, non pagano mai il conto di crac, dissesti ed erogazione clientelare del credito e del risparmio, con l’ennesima manovra sulla pelle dei truffati come risparmiatori espropriati, saccheggiati ed azzerati delle 4 banche in risoluzione e come clienti”. Secondo La Stampa, Intesa Sanpaolo, Mps e Bpm non hanno al contrario (per ora) applicato ricariche simili sui clienti.
martedì 27 settembre 2016
Io voto NO!
Che non servono tanti giri di parole. Non serve nemmeno leggere il testo del referendum visto che è un grande imbroglio. Basta davvero poco, basta entrare in cabina, aprire la scheda e votare NO. Fonzarelli resterà ma almeno per ora, non ci sarà la modifica alla costituzione.
venerdì 23 settembre 2016
Mafiosi ma sportivi
Avete visto la tracotanza del Padrino contro la Raggi? di Maurizio Blondet
Vedo che adesso l’impomatato bellimbusto che è padrone del CONI ha fatto una mezza marcia indietro: “Non faremo alcuna azione legale”. Poche ore prima aveva minacciato le azioni legali contro la sindaca Raggi: per danno erariale. Anzi di più: il CONI s’era fatto dare un parere (pagato, ovvio) da un avvocato Gianluigi Pellegrino secondo cui il CONI avrebbe potuto esigere dal Comune di Roma la restituzione dei fondi già spesi per “promuovere” Roma presso la Cosca internazionale che assegna Olimpiadi. Quanto? 15 milioni, ha valutato l’avvocato.
Ma, come ha scritto il sito Linkiesta, “la legge di stabilità dello scorso anno ha stanziato un contributo di 2 milioni di euro per il 2016 e di 8 per il 2017 a favore del Coni” per (come dire?) ungere le ruote alla Cosca Mondiale a favore di Roma Olimpica; ci sarebbero poi 8 milioni stanziati per il 2017: “è logico pensare che quegli 8 milioni di euro siano stati stanziati, ma non ancora spesi. Se così fosse, il rimborso, eventuale, riguarderebbe allora solo quei 2 milioni di euro di soldi pubblici”.
Li ha già spesi, l’impomatato coi suoi compari? Allora è lui che deve restituirli. Specifichi: come li ha spesi? Il sito immagina “per progetti, consulenze, attività promozionali e quant’altro”. Sarebbe interessante scavare in queste ipotetiche voci: attività promozionali, sono pasti e rinfreschi (in gergo PR) in ristoranti di lusso a Londra, o Maserati regalate ai capicosca? O a se stessi? Le “consulenze”? Che bisogno c’è di consulenze? In Italia, sotto la voce consulenze notoriamente si celano sinecure da 200-300 mila euro l’anno a parenti incapaci e ad amichette molto capaci, in certe cose.
Insomma il bellimbusto si dev’essere accorto d’aver pestato una m. con le sue scarpine (che immaginiamo di vernice) ed ha esalato a Radio Anchio: “Noi non facciamo alcun tipo di azione, non facciamo nulla e non vorremmo fare nulla. Ma se qualcuno – ha cercato ancora di minacciare – dico le autorità vigilanti, ci chiede, noi dovremo semplicemente dire perché abbiamo interrotto un atto dovuto. Abbiamo una società partecipata al 100% dal ministero dell’Economia, con la Corte dei Conti organo vigilante”. Alla domanda: ma quanto ha speso insomma? Ha risposto: “Noi siamo un ente pubblico, tutte le spese sono online”.
Se la cava così? Abbiamo una valorosa Guardia di Finanza che si copre di gloria quando multa una nonna salumiera che ha fatto un panino al prosciutto al nipotino e non ha fatto lo scontrino; può di grazie chiedere al CONI di esibire gli scontrini – migliaia immaginiamo – che giustificano i 15 milioni, quando ne poteva spendere due? Magari sono spese non documentabili? Pagamenti aum aum ai capicosca internazionali? Che so, donnine allegre fatte trovare nei loro letti delle suites di lusso? Abbonamenti a centri di massaggio per VIP? O “quant’altro”? Ebbene: siamo certi che qui interverrà la nostra valorosa magistratura d’accusa.
Essa si è coperta di gloria nell’accanita persecuzione per tangenti di Agusta Westland, la ditta – di Finmeccanica – che ha unto le ruote a certi indiani per vendere elicotteri all’India; e ancora ci edifica l’accanimento usato dai nostri procuratori contro Scaroni dell’Eni per tangenti pagate in Nigeria – ancorché nel primo caso, l’Agusta, dopo anni di persecuzione tutto sia finito con l’archiviazione. Ora siam sicuri che apriranno un fascicolo, con relativi avvisi di garanzia Malagò e compari, per vedere chiaro su quelle spese 15 milioni che il Coni ha ammesso di aver volatilizzato in “quant’altro”.
Perché non si tratta il CONI come l’ENI?
Siamo sicuri, e sapete perché? Perché altrimenti si potrebbe credere che la persecuzione pretestuosa contro Finmeccanica, e quella ferocissima contro l’Eni, sferrata dai nostri valorosi procuratori, siano state aperte come ausilio a certi poteri forti (abitanti forse presso la City di Londra, a due passi dalla Loggia-madre Quatuor Coronati) e concorrenti esteri, che aspirano a rovinare gli affari di quelle poche aziende semi-pubbliche rimasteci, onde farle scadere di valore e quindi impadronirsene per un boccon di pane. Operazioni di cui abbiamo avuto vari esempi in passato. In alcune si illustrò anche il maestro Ciampi, adorato da tutti noi, che ha recentemente raggiunto l’Oriente Eterno.
Quindi aspettiamo a pié fermo, fiduciosi, l’inchiesta sul CONI: ente del tutto secondario e diremmo superfluo rispetto a Eni e Finmeccanica. Perché altrimenti ci sarebbe davvero da preoccuparsi.
Per la tracotanza del boss. La tracotanza con cui ha apostrofato e minacciato la sindaca di Roma, le ha fatto capire “ci avrai sempre nemici”. Ora, cittadini, qualunque cosa pensiate della Raggi, essa è stata eletta di cittadini, e Malagò invece no. Non si può, non si deve lasciar correre quella arroganza e prepotenza contro uno che è stato eletto, la cui sola forza viene dalla vostra fiducia.
Il CONI è un ente secondario e superfluo: appunto per questo, la tracotanza del suo bellimbusto in abito tre pezzi è più allarmante. Figuratevi la potenza, tracotanza, senso di impunità che abita tutte le altre oligarchie più potenti perché hanno in mano le leve del potere, cosche pubbliche parassitarie, dilapidatrici del vostro denaro di contribuenti, le “municipalizzate”, le “magistrature”, i dirigenti assunti per “concuorzo” che quindi sono inamovibili, quasi che o concuorzo fosse un ordine sacro e indelebile. Le avete viste tutte quante,queste cosche potenti, intoccabili oligarchie inadempienti, (sostenute dai media, aizzati nel loro istinto di sciacalli che mordono le prede ferite), lanciare “avvertimenti” alla Raggi – ti teniamo in pugno, apriamo un fascicolo sul tuo assessore, teniamo aperto il fascicolo senza dirti perché … sono tutti avvertimenti contro la Raggi, per il motivo preciso che la Raggi è stata votata da tantissimi di voi, ed è stata votata su un programma di “pulizia”. Che ci riesca o no, che sia velleitario o no, non importa: quelli già sono lì a distruggerla, a fargli sgambetti.
Vogliono dimostrare una volta per tutte che comandano loro,che i poteri indebiti che si sono accaparrati se li tengono tutti, che i milioni che sprecano sono insindacabili. E sapete perché fanno così quadrato contro una debole sindaca? Precisamente perché sanno di essere inutili. Di poter essere cancellate – come si dovrebbe cancellare il CONI – senza che ne venisse alcun danno allo Stato. Anzi con vantaggio per la spesa pubblica. Se fossero utili, non avrebbero paura.
E qui si apre il più grave, evidente problema italiano – e il più taciuto. Il non funzionamento degli “apparati”. Ogni stato ha “apparati” , ministeriali,, regionali, provinciali o altri, con personale preparato ad eseguire le direttive e i programmi dei governi eletti. Qui in Italia, il raccordo fra governo e apparati è rotto. E’ rotto da decenni – da Mani Pulite –ma si vede oggi più che mai, perché c’è al governo Matteo Renzi: uno che “comanda” a parole, senza che nessuno sotto esegua. Si vede di più perché la UE chiede ”riforme”, e intende chiaramente la riduzione delle inefficienze costosissime delle cosche pubbliche parassitarie; Renzi le ha promesse, e non ha il coraggio di farle. Convoca dei super-commissari per la leggendaria “spending review”, e poi li manda via senza provare nemmeno ad attuare i loro suggerimenti . Proprio adesso è uscito il saggio di uno di questi (ex) consulenti, l’economista Roberto Perotti, (Status Quo, è il titolo) che spiega per esempio: i “tagli ai compensi ai consiglieri regionali”? Essi hanno aumentato i loro compensi, con aumenti dei rimborsi-spese che hanno abbondantemente compensato la riduzione delle indennità. Tracotanza. Il taglio alle auto blu da 66 a 22 mila, vantato da Renzi? Non c’ stato: semplicemente, ASL, Comuni ed altri enti pubblici “hanno smesso di fornire i dati al dipartimento della Funzione pubblica”. Tracotanza e impunità. L’ente dell’Ippica? Continua a ricevere 200 milioni di euro l’anno. La cosiddetta riforma Madia che promette di tagliare le “partecipate” e le municipalizzate? “Non c’è niente nella riforma che offra uno spunto pratico per ridurne il numero”.
Viva la Raggi, che è stata eletta
Insomma non cambia niente. Ma credetemi, non è colpa di Renzi: egli è solo l’ultimo arrivato. Non ha i voti in parlamento per mettersi contro in modo efficace alle tracotanti cosche pubbliche. Le colpe risalgono a prima. Non solo a Monti e Bersani. Non solo a D’Alema e Prodi. Il più colpevole di questa marcescenza tracotante delle pubbliche funzioni è Berlusconi. Il suo governo. Mai ha avuto tanti voto dal popolo italiano per cambiare le cose: e non l’ha fatto.
Scusate se forse mi ripeto:il popolo italiano, tra il ’94 e il’95, votò per referendum – con maggioranze enormi, che superavano gli steccati dei partiti – per la responsabilità civile della magistratura, per la riforma del Senato, per la disciplina della funzione pubblica, per lariforma della procedura penale, per il sistema elettorale maggioritario; contro il finanziamento pubblico dei partiti e quello truffaldino dei sindacati. Votò perfino, il popolo italiano – udite udite! – per la privatizzazione della RAI. Votò contro i partiti , specie il Partito Democratico, che aveva raccomandato ai suoi elettori di votare contro tutto questo, ossia contro “le riforme”.
Era un mandato della più alta legittimità, e il popolo italiano s’era espresso con chiarezza e lucidità politica. Berlusconi doveva semplicemente dichiarare: io attuo il programma che mi è stato dettato dai cittadini. La magistratura gli aveva lanciato contro oltre 400 cause? Poteva dire: “Lo fa’ perché io, su mandato del popolo, la stu rimettendo dentro i suoi confini. Essa mi sbatta in galera, sbatte in galera il popolo italiano!”. Non lo fece, come sappiamo. Tutti e ciascuno dei mandati indicati dal popolo italiano per referendum sono stati fraudolentemente disonestamente deviati da leggi e leggine. A cominciare dal maggioritario, falsato da un “mattarellum” pensato apposta per vanificare il comando del popolo e far esistere i partiti parassitari e minori. Primo di tutta una serie di porcellum e cazzellum,ossia di sistemi elettorali pensati apposta per favore chi è al governo sul momento. E tutto è stato fatto dai partiti per ingraziarsi le dirigenze pubbliche – di cui avevano bisogno avendo perso la loro profonda legittimità: le hanno affogate nell’oro, e le hanno dotate di sempre maggiori “autonomie” – di cui ovviamente quelle hanno profittato scandalosamente. Sono stati loro a trasformarle in cosche incapaci e costosissime,che non fanno funzionare lo Stato. E possono minacciare gli eletti d a forti maggioranze, come la Raggi.
Come siamo diventati italioti
E’ stato lì che “la politica” e i partiti hanno perso la loro legittimità. Ma il danno è stato, secondo me, ancora peggiore: è stato lì che il popolo italiano è diventato italiota. Constatato che la sua volontà così chiaramente e democraticamente espressa era stata vanificata, e in modo così furfantesco, è diventato ancor più profondamente cinico, disonesto; ha abbandonato gli sforzi per migliorare se stesso e la collettività. Che doveva fare? Bisognava facesse la rivoluzione per cacciare il potere illegittimo che l’aveva così apertamente offeso nella volontà collettiva; non lo fece.
La conseguenza è sotto gli occhi di tutti:fra l’altro, la crescita zero dell’economia. Perché, come ricorda Ortega y Gasset, quando un popolo sa che chi lo comanda “non ha il diritto di comandare” e tuttavia continua a farsi più o meno comandare da questo potere ormai illegittimo, si deforma interiormente, perde moralità – si demoralizza – e perde alla fine la spinta e la voglia di vivere.
La politica, cari, è una cosa seria: mortale addirittura. Ora, non ci resta che la Raggi. Che è anche l’ultima, flebile occasione di recuperare la sanità politica. Non lasciamo che un bellimbusto a capo di un ente inutile che divora milioni in aum aum, la sfidi. Sta sfidando – rendiamoci conto – la volontà popolare. Sta sfidando ciascuno di noi, sapendo che noi siamo separati e divisi, che “non siam popolo”. Non lasciamoglielo fare.
martedì 20 settembre 2016
Jobs act, i miracoli (dei voucher)
I buoni da 10 euro con cui dovrebbero essere pagate solo le prestazioni occasionali "drogano" i dati sull'occupazione. Perché, come previsto dalle convenzioni internazionali, chi ha lavorato per un'ora in una settimana è fuori dalle fila dei disoccupati. Intanto continuano a crollare i nuovi contratti stabili netti: il saldo positivo tra gennaio e luglio è stato di 76.324 unità contro le 465mila dello stesso periodo dell'anno scorso
di F. Q.
L’Italia è una Repubblica fondata sui voucher. Il cui abuso gonfia i dati sull’occupazione, visto che chi viene retribuito con i buoni da 10 euro che sulla carta dovrebbero servire solo per pagare prestazioni di lavoro occasionali viene considerato a tutti gli effetti fuori dalle fila dei disoccupati. Tra gennaio e luglio di quest’anno, stando all’ultimo Osservatorio sul precariato dell’Inps pubblicato oggi, ne sono stati venduti 84,3 milioni, con un incremento del 36,2% sullo stesso periodo del 2015. Questo dopo che nei primi sette mesi del 2015 si era registrato un +73% sullo stesso periodo del 2014. Numeri che fanno vedere sotto un’altra luce i dati positivi sull’incremento dell’occupazione nel secondo trimestre diffusi dall’Istat il 12 settembre e salutati dal premier Matteo Renzi come prova del fatto che “il Jobs Act funziona”. Intanto il governo prende tempo sul varo definitivo del decreto che dovrebbe limitare l’abuso dei buoni.
Il rapporto tra boom dei voucher e miglioramento dei dati Istat sul lavoro è diretto: chi viene pagato con i buoni – la “nuova frontiera del precariato” secondo il presidente Inps Tito Boeri – viene infatti contato dall’istituto di statistica tra gli occupati. Che comprendono il lavoro occasionale e accessorio così come quello part time, anch’esso in aumento. In generale, per convenzione standardizzata dall’Organizzazione internazionale del lavoro e adottata dagli istituti statistici di tutti i paesi del mondo, sono considerate occupate le persone che, durante le interviste dei ricercatori Istat, rispondono di aver “svolto almeno un’ora di lavoro retribuita” nella settimana a cui si riferisce l’indagine.
Il boom dei voucher è iniziato dopo la riforma Fornero del 2012, che ha esteso la possibilità di usare i buoni nati per pagare gli stagionali impiegati nella vendemmia a commercio, servizi (camerieri), giardinaggio e pulizia, lavori domestici. Poi il Jobs act ne ha incentivato il ricorso portando da 5mila a 7mila euro il limite di reddito percepibile da un lavoratore attraverso i voucher. I percettori sono così passati dai 24mila del 2008 agli 1,4 milioni del 2015, e il 37% non ha altri redditi.
La scelta del governo ha allargato le maglie promuovendo l’uso di uno strumento di per sé a rischio abuso: i sindacati hanno denunciato che molti datori di lavoro attivano il buono solo quando scattano i controlli, in modo che il lavoratore risulti in regola. Così, invece da far emergere il lavoro nero, i voucher finiscono per mascherarlo. Guasti a cui dovrebbe rimediare un decreto correttivo atteso dalla scorsa primavera, varato in via preliminare il 10 giugno e di cui è ancora attesa l’approvazione definitiva. Il testo uscito dal consiglio dei ministri di giugno impone la tracciabilità: il committente dovrà comunicare preventivamente il nominativo e il codice fiscale del lavoratore, la data e il luogo in cui svolgerà la prestazione lavorativa e la sua durata. Una soluzione che Cgil, Cisl e Uil ritengono comunque insufficiente: le sigle confederali chiedono che interi settori, a partire dall’edilizia, siano esclusi dalla possibilità di pagare con voucher, e che sia fissato un tetto massimo di ore che ogni azienda non può superare nella retribuzione con buoni lavoro.
Quanto all’andamento dei flussi di contratti stabili, nei primi sette mesi secondo l’istituto di previdenza sono stati stipulati 972.946 contratti a tempo indeterminato (comprese se le trasformazioni di contratti a termine e di apprendistato) a fronte di 896.622 cessazioni di contratti stabili, con un saldo positivo per 76.324 unità. Il dato è peggiore dell’83,5% rispetto alle 465.143 unità dello stesso periodo del 2015 – quando lo sgravio contributivo per i contratti stabili era del 100% contro il 40% attuale – ma anche del dato 2014, quando gli incentivi non c’erano. All’epoca il saldo sui rapporti a tempo indeterminato era positivo per 129.163 unità. A fronte di questi risultati non sorprende che il governo, stando a quanto detto dal sottosegretario Tommaso Nannicini, sia orientato a non rinnovare, nella prossima legge di Bilancio, l’esonero contributivo, per quanto ridotto. Potrebbe restare in vigore solo per i giovani o solo per le assunzioni nel Sud Italia.
sabato 17 settembre 2016
Sul bimbominkia
Da facebook di Andrea Scanzi
"Non condivido, quindi non ci vado". E tutti subito a dire quanto il nostro Renzi sia coraggioso: "Finalmente gliene ha dette quattro, a quegli stronzi di Merkel e Hollande, bravo Matteo!". Piccolo particolare: al vertice UE di Bratislava, Renzi non era stato invitato. Tanto per cambiare, non se l'è filato nessuno. Quando Germania e Francia devono decidere qualcosa di serio, lo trattano come Fabris in Compagni di scuola. Non è che Renzi ha deciso di non andare: sono gli altri che non lo hanno calcolato neanche di striscio. Sarebbe come se i Pink Floyd facessero una reunion e io dicessi: "Non ci vado, senza Wright non ha senso riunirsi, è proprio un'idea del cazzo". Giustamente mi prendereste per un bischero (che è poi quel che sono, ma questo ora non c'entra). Renzi dev'essere stato uno di quelli che, quando prendeva il due di picche da una ragazza, e deve essergli capitato parecchie volte, andava dagli amici e diceva: "Chi? Quella lì? Ma figurati, neanche mi piace, sono io che l'ho respinta". Matteo, te lo dico anche con un pizzico di affetto misericordioso: sei proprio un buffone.
venerdì 16 settembre 2016
Si stanno sperticando tutti con belle parole dopo la morte di Carlo Azeglio Ciampi. Colui che reintrodusse la festa della repubblica, dicono, un patriota, uno che aveva profondo senso dello stato e della sovranità dello stato. Così talmente patriota che vendette la sua tanto amata italia (italiani compresi) al mostro UE. Mi dispiace ma la penso esattamente come Salvini. Fu un traditore di stato come tanti altri politici come lui e, come re giorgio.
sabato 10 settembre 2016
Distraetevi con la Raggi...
Mentre tutti sanno tutto della Raggi, gli atleti olimpionici le scrivono per non spezzare il loro sogno (e quello delle coop rosse) olimpico romano (ma no, non sono stati strumentalizzati, eh), fonzarelli promette di regalare a tutti soldi a pioggia in vista del referendum, per poi riprenderseli per intero e in unica rata due giorni dopo, ecco cosa sta succedendo in italia... ma ditelo sottovoce... perchè certe cose è meglio non urlarle troppo.
Non serve aggiungere altro, no? I grandi risultati di un governo non eletto che non possiamo nemmeno mandare al diavolo.
giovedì 8 settembre 2016
Sul caso Raggi
Lo dico da osservatore esterno senza tessere di partito. Sulla vicenda
del Cinque Stelle a Roma è triste e insieme orribile vedere le masse che
si bevono tutto ciò che il circo
mediatico e il clero giornalistico fa credere loro. E che non capiscono
che siamo al cospetto di un golpe romano in atto per abbattere il Cinque
Stelle.
La vicenda delle Olimpiadi di Roma mi pare dirimente: la Raggi s’è
giustamente opposta alle Olimpiadi, andando a toccare interessi immensi
di poteri forti che ora, com’è naturale,
hanno deciso di prenderla di mira. Questo è il punto. Proprio come
accadde con Marino, sempre a Roma. È, ancora una volta, il modello di
Mani Pulite (1992), colpo di stato giudiziario ed extraparlamentare con
cui, in nome della lotta alla corruzione, si eliminò una prima
Repubblica centrata sui diritti sociali e sul lavoro per aprire la
strada alla “rivoluzione liberista” della distruzione del sociale, del
lavoro e dei diritti. Svegliamoci, prima che sia troppo tardi. E,
soprattutto, aderiamo al movimento degli “apoti”, come li chiamava
Prezzolini: ossia di quelli che non si bevono tutte le menzogne che il
circo mediatico senza tregua propina.
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