giovedì 3 maggio 2012

Esasperazione umana


MILANO - Spari all'interno della sede dell'Agenzia delle entrate di Romano di Lombardia, nel bergamasco, dove poco prima delle 16 di giovedì pomeriggio un cinquantenne, armato di un fucile, ha preso in ostaggio quindici persone. L'uomo ha poi liberato tutti gli ostaggi, tranne uno, un impiegato di lungo corso che è ancora all'interno dell'edificio. Intorno alle 17.30, un maresciallo dei carabinieri è entrato per trattare con il sequestratore che non sarebbe ancora stato identificato. I carabinieri gli avrebbero chiesto di prendere un militare al posto dell'impiegato ma lui avrebbe rifiutato. Il sequestratore ha chiesto di parlare con la stampa, annunciando che solo dopo libererà l'ostaggio. Ha urlato frasi sconnesse da cui si è capito che è in difficoltà economiche e che minaccia di togliersi la vita. L'uomo avrebbe ricevuto una serie di cartelle di Equitalia che non è in grado di pagare. I colpi sparati sono stati un paio, rivolti al soffitto, e non hanno causato feriti.

IL SINDACO - I testimoni «hanno raccontato di una persona estremamente agitata ma ragionevole, visto che ha lasciato andare 14 persone» dice Michele Lamera, sindaco di Romano di Lombardia. Secondo il primo cittadino, nella zona «la situazione economica è critica come in tutto il Paese» ma «non mi ha aspettavo un gesto così eclatante». Il sindaco ipotizza anche che il sequestratore possa essere un residente dei paesi limitrofi.

EDIFICIO CIRCONDATO - Alcune decine di militari stanno presidiando il piazzale davanti all'entrata degli uffici, in molti con in mano armi di ordinanza e indosso giubbotto antiproiettile. Sul posto anche numerosi funzionari della Questura. In volo sopra l'edificio un elicottero dell'Arma. L'Agenzia delle entrate si trova al piano terra di un edificio di 5 piani che al momento non è stato fatto evacuare. Per decine di metri intorno al quartiere - dove si sono riversati molti curiosi - il traffico è bloccato in ogni direzione.

mercoledì 2 maggio 2012

Il salvatore buono a nulla...

A parte il fatto che è stato lui a dire che con il "crescitalia" tutto si sarebbe aggiustato e l'italia sarebbe andata come un treno... ma se non è capace di fare altro oltre che tassare, è ora che se ne torni a casa propria. E nel frattempo, l'ennesimo suicida.


MILANO - «Non aspettiamoci troppo da riforme strutturali come quella del lavoro, come dimostra l'esperienza americana». Lo ha dichiarato il premier Mario Monti, intervenendo al seminario di Italianieuropei. Un'occasione, per il presidente del consiglio di parlare di crescita, austerità e di evasione fiscale. Lo spunto sull'Italia l'ha offerto il premio Nobel Joseph Stiglitz che ha bacchettato il professore. L'austerità? «Da sola non funzionerà - ha precisato Stiglitz - non basterà per risollevare l'Europa dalla crisi economica. Nella storia nessuna grande economia europea si è mai ripresa rapidamente solo con l'austerità - ha spiegato -. Deve essere chiaro che la situazione peggiorerà». «È molto importante convincerci che l'insufficiente crescita è esistita: cosa che è stata negata fino a poco tempo fa - la risposta di Monti -. Oggi questo mostro della mancata crescita lo vediamo a nostre spese».

LA CRESCITA - Di tempo, ne servirà per risollevare le sorti del Paese. «E non ne basterà poco» ha confermato Monti, sottolineando che nessuno deve aspettarsi miracoli. «Non aspettiamoci troppo da riforme strutturali come quella del lavoro - ha dichiarato - come dimostra l'esperienza americana». Un concetto che era stato spiegato poco prima anche dal premio Nobel: «Un mercato del lavoro flessibile non risolverà i problemi dell'Italia». Il professore si è soffermato anche sull'Europa e le sue carenze: «L'Europa non sta facendo certo molto bene, il problema è che accanto all'obiettivo della crescita, l'Europa ha l'obiettivo di costruire se stessa - ha detto il premier - integrare l'economia e le istituzioni europee che può comportare anche una rinuncia alla crescita nel breve periodo, purtroppo». Quanto all'Italia, l'obiettivo del pareggio di bilancio sarà rispettato «perchè abbiamo preso tutte le misure necessarie».

EVASIONE - Su un tema come quello dell'evasione fiscale, il presidente del consiglio è molto chiaro: «Saremo più pesanti contro l'evasione - specifica Monti - e chi incita a evasione meriterebbe un trattamento molto più rigoroso nel contesto sociale». Il riferimento, implicito, è alla crociata anti-Imu della Lega: «Questo è un Paese che non ama molto le tasse - ha premesso Monti - ma ci sono dichiarazioni che, come esponente del Governo, ho il dovere di dichiarare inaccettabili come quella di non pagare l'Imu».

I DEBITI - Sul problema dei debiti della Pubblica amministrazione verso le imprese, Monti annuncia una soluzione europea: «Bisognerebbe, e in questa direzione stiamo lavorando - ha spiegato - trovare una soluzione concordata sul piano europeo che permetta prima dell'entrata in vigore del fiscal compact di fare un'operazione trasparenza dei debiti verso le imprese: emersione, pagamento, correzione delle statistiche. Da quel momento rien ne va plus». Impossibile invece una compensazione crediti-tasse.


Ridicole inutili lauree e ridicoli ed inutili laureati

Non sono capaci di tagliare sprechi e privilegi della politica ma chiedono aiuto (finto) a noi cittadini per prenderci ancora in giro. BUFFONI! Non siete capaci, tornatevene a casa.

Il modulo «Esprimi la tua opinione». Catricalà: «Entro 15 giorni il piano di Bondi». Fassina: «Nomine senza senso». E Alfano replica a Monti: «Togliere ici, scelta che rifaremmo domani». Il governo: segnalate sprechi via web. Il modulo «Esprimi la tua opinione». Catricalà: «Entro 15 giorni il piano di Bondi». Fassina: «Nomine senza senso»

MILANO - Un modulo sul sito del governo pensato per i cittadini con l'obiettivo di aiutare i tecnici a individuare gli sprechi e le spese futili. E' l'ultima iniziativa dell'esecutivo che ha inserito sul suo indirizzo web una sezione apposita denominata «Esprimi la tua opinione», sulla scia della bozza del decreto legge sulla spending review (revisione di spesa) che prevede un risparmio di 4,2 miliardi nel 2012 teso a evitare l’aumento di due punti dell’Iva previsto per gli ultimi tre mesi del 2012. «Nel complesso, - scrive Palazzo Chigi - la spesa pubblica rivedibile nel medio periodo è pari a circa 295 miliardi di euro. A breve termine, la spesa rivedibile è notevolmente inferiore, stimabile in circa 80 miliardi».

I TAGLI - Il provvedimento prevede l'eliminazione di spese di rappresentanza e spese per convegni, ridimensionamento delle strutture dirigenziali esistenti, riduzione anche mediante accorpamento degli enti strumentali e vigilati e delle società pubbliche. Ma non solo. Nella direttiva, contenuta in quattro pagine, Monti indica le 11 attività per la revisione della spesa, la cui la ricognizione degli immobili in uso; riduzione della spesa per contratti di affitto, definizione di precise connessioni tra superficie occupata e numero degli occupanti. Poi l'ottimizzazione dell'utilizzo degli immobili di proprietà pubblica anche attraverso accorpamenti di uffici e amministrazioni e la restituzione all'agenzia del demanio degli immobili di proprietà pubblica eccedenti i fabbisogni. Ma non solo, anche la proposizione di impugnazioni di sentenze di primo grado che riconoscano miglioramenti economici o progressioni di carriera per dipendenti pubblici, onde evitare che le stesse passino in giudicato. I progetti dovranno essere presentati entro il 31 maggio e, se non arriveranno risposte, il presidente del consiglio potrà adottare decisioni. La direttiva, tra l'altro, costituisce un comitato di ministri, presieduto da Monti, che avrà proprio il compito di coordinare l'attività di spending review. La riduzione delle spese pubbliche attraverso la spending review, informa il sito web di Palazzo Chigi, «non sarà lineare ma - si sottolinea - selettiva, e sarà realizzata potenziando la linea di risparmio seguita dal governo nei primi mesi di attività: ad esempio i risparmi, per oltre 20 milioni di euro, prodotti dalla Presidenza del Consiglio grazie alla diminuzione delle consulenze e ai tagli all'organico, la riduzione degli stipendi dei manager pubblici, i tagli sui voli di Stato e sulle auto blu, la soppressione di enti, o la riforma delle Province».

IL PIANO DI BONDI - E i primi provvedimenti arriveranno presto: «Entro 15 giorni Enrico Bondi (il risanatore dei conti Parmalat nominato commissario per la gestione delle spese, ndr) dovrà presentare il piano per i tagli di sua competenza» pari a circa 2,1 miliardi di euro. Lo ha affermato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Antonio Catricalà, a margine del bilancio di fine mandato dell'Agcom. Alla domanda su quanto sia la parte di tagli, del totale di 4,2 miliardi di euro, spettante a Bondi, Catricalà ha risposto, «più o meno la metà». E sulla nomina di Bondi è arrivato l'affondo di Stefano Fassina: «Confesso di non aver capito il senso di queste nomine», ha detto il responsabile economico del Pd ospite di Agorà su Rai Tre. «Comunque - ha continuato - per fare le cose bene bisogna sapere dove si mettono le mani».

CAMUSSO - Critica sulla scelta del governo di fornire una spazio di denuncia ai cittadini è il segretario della Cgil Susanna Camusso: «Mi sembra stano abbiamo un governo dei tecnici che nomina dei tecnici e poi chiede alla popolazione di fare il lavoro che dovrebbero fare i tecnici che hanno nominato i tecnici.... Mi pare assurdo».

ALFANO - Intanto però non si placa la polemica dei giorni scorsi tra il Pdl e Monti sulla vicenda dell'Ici, che per il premier non dioveva essere abolita. «Togliere l'Ici sulla prima casa è stata una scelta giusta che rivendichiamo» ha detto a Lucca il segretario del Pdl, Angelino Alfano. «Lo rifaremmo domani mattina», ha aggiunto. Parlando dell'Ici e dell'Imu, Alfano ha ribadito che «abbiamo già ottenuto che l'Imu si paghi in tre rate. Lavoreremo perchè questa tassa possa essere una tantum».


martedì 1 maggio 2012

L'ideona che non c'è...


A lungo enfant prodige dell’economia italiana, Corrado Passera non è ormai più enfant a 57 anni e ha smesso di essere prodige da quando, entrato nel governo, non ha fatto un tubo. Dal seggio di ad di Intesa SanPaolo, poco prima di diventare ministro dello Sviluppo, Corradone (eretto, sfiora l’1,90) tirava le orecchie al Berlusca e Tremonti trattandoli da brocchi incapaci di raddrizzare la barca dell’economia. Lasciava intendere che lui avrebbe risolto con uno schiocco di dita. Ecco, in un’intervista al Corriere della Sera, come strattonava i berlusconiani.

Ma dove si trovano le risorse? chiedeva il giornalista che, ancora ignaro di quello che Passera sarebbe stato come ministro, prendeva sul serio il vaniloquio. «Non è facile», fece Corrado con sussiego e, dopo una pausa che sottintendeva «se però mi lasciaste fare», esternò l’ideona: «Le risorse si possono e si devono trovare. Dobbiamo investire 40-50 miliardi all’anno per cinque, sei anni. Non sono cifre fuori dalla nostra portata. Ci sono tanti fondi pubblici non spesi, fondi comunitari, autofinanziamenti, fondi privati... bla, bla, bla». Questo fu il Passera guascone, quando era facile parlare perché in prima linea ci stavano altri. Ora che tocca a lui, la sicumera è sfumata. «Non c’è un’ideona», si è arreso Corradone dopo averci ponzato per cinque mesi. Non ci sono miliardi, fondi comunitari, pieghe del bilancio. Dobbiamo solo «pazientare», aspettando che i sacrifici inflitti da Monti vadano a buon fine. Ma come il salasso possa rimetterci in salute non lo spiega nessuno, né il premier né il loquace Passera. Siamo nelle loro mani. E Dio solo sa in che mani siamo. Corradone è il primogenito di una famiglia di albergatori comaschi. Ha due fratelli: Antonello e Bianca. I tre possiedono nel capoluogo lacustre due hotel quattro stelle, il Terminus sul Lungolago e il Villa Flori verso Cernobbio, una quota del sublime Villa d’Este, il ristorante Raimondi. Dei beni si occupa Antonello.

Il Nostro seguì invece la scia del denaro. Fece Economia alla Bocconi, prese un Mba a Philadelphia ed entrò in McKinsey, massima società orbe terracquea di consulenza aziendale. Dopo cinque anni di tirocinio, 1980-1985, si mise sul mercato. Carlo De Benedetti lo adocchiò e Corrado si fece le ossa in Cir, Mondadori, Olivetti. Trattando per conto dell’Ingegnere l’affare Sme, l’agroalimentare che De Benedetti voleva per quattro soldi dall’Iri, frequentò il suo presidente, Romano Prodi. Conobbe invece Silvio Berlusconi nel braccio di ferro sulla Mondadori. A 38 anni era già nel giro di quelli che avrebbero retto il Paese nel successivo ventennio. Nel 1996, Passera si affrancò dall’Ingegnere entrando nell’ambiente bancario. A chiamarlo come ad dell’AmbroVeneto fu Giovanni Bazoli, autorevole baciapile bresciano vicino a quel tristacchione di Mino Martinazzoli, detto Crisantemo. L’enfant prodige trascorse un biennio in mestizia, finché l’amicizia con Prodi portò il primo frutto. Romano, allora premier, lo volle ad delle Poste che erano un colabrodo. Corradone le risanò «esodando» 20mila persone, inventando la «posta celere» che ci restituì il piacere di ricevere gli auguri di Natale prima che fosse Pasqua e trasformando le Poste in una simil banca. Compiuta la missione, Passera ebbe l’occasione della vita diventando il primo banchiere italiano come ad di Intesa SanPaolo. Ci rimase dal 2002 fino alla nomina a ministro nel novembre 2011. Nei dieci anni, ha guadagnato 43,9 milioni. Entrando nel governo, il compenso è diminuito di otto volte. Di questo gli va dato atto. Come anche di non essere un ingrato.

Dopo le Poste, è infatti rimasto un fedelissimo di Prodi fino a partecipare platealmente, lui banchiere numero uno, alle primarie 2005 dell’Ulivo per appoggiarlo. Col Berlusca le relazioni sono invece altalenanti. Corradone è più un pesce in barile alla Casini che un ammazzasette alla Berlusca. Il Cav però lo ha avuto al fianco nel salvataggio Alitalia - di cui banca Intesa è stata advisor - ma non, come vedremo, per la sua bella faccetta. Oggi, se lo trova di nuovo contrapposto sulle frequenze tv che invece di essere gratuite saranno messe all’asta. Alti e bassi tra uomini di mondo. Sull’uscio dei cinquant’anni, Passera, già maritato e con due figli, si è invaghito. Ha ripudiato la moglie, Cecilia Canepa, per una giovanetta di diciannove anni più giovane, Giovanna Salza, dalla quale ha avuto due nuovi rampolli e che ha sposato con qualche ritardo l’anno scorso sulle rive del lago natio. Rito civile, ovviamente, nonostante il suo penchant religioso e gli eccellenti rapporti con Cl al cui Festival riminese non manca mai. Giovanna era la pr di AirOne, la compagnia di Carlo Toto che si è fusa con Alitalia nell’operazione benedetta dall’ad di Intesa. Poiché Toto era indebitato con la banca, si è arguito che Passera più che dare una mano al Cav, l’ha data a se stesso per rientrare nel credito con Toto (appioppando i debiti avionici allo Stato, cioè a voi e me) e alla sua signora che, dipendente di Toto, ha fatto un figurone col datore di lavoro.

Nella moltiplicazione dei danée, l’enfant è un mago. Tempo fa, il Corsera raccontò che i Passera nel 2009 avevano riportato in Italia dieci milioni dopo la vendita a Madeira di una loro società. Corradone, imbarazzato, come tutti quando si parla di isole fiscali, si precipitò a precisare. Nel 1999 - scrisse al giornale - la LarioHotels, società di famiglia che raggruppa i due quattro stelle di Como (cento stanze in tutto), aveva ottenuto da banca Intesa 15 miliardi di lire (7,5 milioni euro) per comprare un altro albergo. L’acquisto era poi sfumato, ma poiché il mutuo era ormai erogato, la banca consigliò i clienti di trasferire i danée a Madeira. Il seguito è elementare. La famiglia tenne il gruzzolo ai tropici dove, grazie al clima, lievitò da 7,5 a dieci milioni, per poi riportarlo a Como da dove era partito. Nulla da nascondere, concluse Corradone. Peggio el tacòn del buso. Mettiamo sia tutto regolare del che, senza essere Befera, dubito. Ma sembra la storia di un altro pianeta. Chi, come LarioHotels, otterrebbe 15 miliardi con il reddito di sole cento stanze insufficiente perfino a pagare la rata del mutuo? A chi tra noi sarebbero stati versati i soldi una volta che la finalità del mutuo, l’acquisto di un nuovo manufatto, fosse sfumata com’è successo ai germani Passera? Infine, si è mai vista una banca che ti suggerisce di depositare le palanche in mezzo all’Atlantico anziché in una sua filiale? E la favola ce la racconta proprio lei, egregio dottore, che poi di Intesa è diventato il caudillo? Gliela diamo per buona a un patto: che in futuro usi la fantasia solo per trovare una via di uscita al Paese. Noi le saremo grati, lei recupererà credibilità.

... è per affossarci meglio...


L'asso nella manica di Mario Monti si chiama Giuliano Amato. L'ex presidente del Consiglio è stato incaricato dal Consiglio dei ministri di "fornire al premier analisi e orientamenti sulla disciplina dei partiti per l’attuazione dei principi di cui all’articolo 49 della Costituzione, sul loro finanziamento nonché sulle forme esistenti di finanziamento pubblico, in via diretta o indiretta, ai sindacati". Amato, tanto per ricordarlo, fu quello che a sole due settimane dal suo insediamento decise di prelevare il sei per mille da tutti i conti correnti italiani retrodatandone l’efficacia del diktat. Una stangata che colpì indistantamente. E Giuliano Amato è inoltre un sostenitore della patrimoniale come viatico per la crescita. E a proposito di patrimoniale, il premier durante la conferenza stampa a seguito di un Consiglio dei ministri durato cinque ore, ha detto: "Oggi dobbiamo recuperare in alcuni mesi il tempo perduto. Se all’Imu si preferisce una patrimoniale, il governo è pronto a valutare seriamente ogni proposta che garantisca parità di gettito effettivo".

Insomma, ancora una volta spunta l'ipotesi della patrimoniale. Perché, sostiene Monti a seguito delle critiche nei confronti dell'Imu, "se oggi c’è l’Imu bisogna accettare l’amara verità che per tre anni si è eliminata la tassa senza valutarne le conseguenze. L’Ici non doveva essere abolita in condizioni precarie e quando non si voleva riconoscere che l’Italia non cresceva come il resto della zona euro". Parlando della spending review, il presidente del Consiglio ha poi spiegato che "tutti invocano la riduzione delle tasse, sembra che il governo si diverta a imporre tasse elevate. Ma vorrei invitare tutti a considerare che gli italiani non sono sprovveduti:una riduzione del carico fiscale è possibile se tutti paghiamo le tasse e se tutti i comparti del settore pubblico partecipano ad un contenimento della spesa. Chi vuole diminuire le tasse sa che è necessario rivedere enti e società, compresa la Rai, dove la logica della trasparenza, del merito, dell’indipendenza dalla politica non è garantita". Infine, Monti ha annunciato che il taglio di 4,2 miliardi alla spesa pubblica per il 2012 eviterà tra il temuto aumento dell'Iva del 2%.

I regali del governo italiano


Lo rivela Mario Monti a pagina 36 del Def appena portato in Parlamento. Il premier italiano annuncia triste che a fine 2012 il rapporto debito pubblico/Pil schizzerà per l’Italia alla percentuale record del 123,4%. Una cifra mostruosa, che in parte deriva dalle scelte di politica economica del governo italiano, che mettendo troppe tasse ha provocato la recessione (facendo scendere dunque il Pil più delle previsioni) e che non tagliando la spesa ha provocato la crescita del debito pubblico. Ma c’è anche un’altra ragione dei guai italiani, che era meno nota. Monti infatti nel giro di poche settimane ha messo la sua firma sotto due decisioni dell’Unione europea. La prima è il varo del famoso trattato sul fiscal compact, che rischia di mettere in ginocchio l’Italia perchè prevede l’obbligo di rientro rapido nel parametro debito/pil del 60%, costringendo a fare manovre annuali da 40 miliardi di euro l’anno per circa 20 anni. Mentre il premier, ben conscio di quel debito pubblico che stava schizzando alle stelle, con la sua firma da una parte metteva la testa dell’Italia sotto la ghigliottina, dall’altra firmava altri documenti che aggravavano ancora di più la situazione dell’Italia sborsando la bellezza di 35,1 miliardi di euro a favore di Grecia, Portogallo e Irlanda.

Il Def lo racconta così: «Lo scorso anno per il 2012 si prevedeva complessivamente un esborso aggiuntivo per la Grecia di circa 0,2 punti di Pil inclusi nel fabbisogno. Tra la fine dello scorso anno e l’inizio di quello in corso gli accordi europei sono stati modificati prevedendo che gli aiuti alla Grecia transitino attraverso l’Efsf insieme con quelli per il Portogallo e Irlanda, approvati successivamente all’uscita del programma di stabilità del 2011 (che infatti non li includeva). L’ammontare previsto delle emissioni di debito Efsf, per la quota italiana, sarà pari a circa 29,5 miliardi di euro, cui vanno aggiunte le tranche di pagamento per la costituzione del capitale dell’organismo permanente Esm (European Stability Mechamism), pari a circa 5,6 miliardi per il 2012 (anche esse non previste nella stima dello scorso anno)». In tutto appunto fanno 35,1 miliardi di euro, una cifra spaventosamente alta che Monti si è impegnato a spendere senza per altro chiedere permesso al Parlamento né discutere pubblicamente della cosa. Certo, salvare la Grecia può essere utile anche all’Italia che era travolta dalla tempesta finanziaria subito a ruota. Ma quei 35,1 miliardi come oggi Monti riconosce, hanno un effetto grave sul debito pubblico italiano, visto che in cassa non c’erano e per pagarli si sono emessi nuovi titoli pubblici. «Complessivamente», scrive il premier italiano, «questi contributi rappresentano circa il 2,2 per cento del Pil, due punti percentuali in più rispetto alla stima dello scorso anno. D’altra parte la previsione per il fabbisogno del settore pubblico, proprio per effetto del superamento della modalità di erogazione diretta alla Grecia, è previsto essere inferiore di circa 0,2 punti percentuali di Pil rispetto alla stima dello scorso anno. A questo andamento dello stock del debito va poi associata una dinamica del Pil nominale decisamente più lenta».

Traduciamo per chi non fosse a conoscenza dei termini tecnici. Secondo gli accordi che l’Italia aveva con la Ue prima dell’arrivo dei governi tecnici, l’aiuto alla Grecia sarebbe stato di circa 3 miliardi di euro da pagare direttamente. Monti ha portato quell’impegno a 35,1 miliardi di euro, emettendo titoli del debito pubblico. Il risultato sarà che il deficit scenderà di 3 miliardi di euro non per merito del governo tecnico, ma per una scelta contabile. E il debito pubblico peggiorerà di 35,1 miliardi di euro, facendo schizzare il parametro debito/pil a quel 123,4% appena annunciato per il 2012.  Valeva la pena mettere l’Italia in queste condizioni e aggravare ancora di più la manovra di rientro imposta dal trattato sul fiscal compact? Come ha fatto Monti a firmare con la mano destra lo stanziamento di quei 35,1 miliardi a Grecia, Portogallo e Irlanda e con la sinistra la ghigliottina che costringeva a tagliare quei 35,1 miliardi ogni anno per rientrare nei parametri fra debito e pil? Che logica ha aiutare gli altri paesi per impiccare l’Italia? Questa è una domanda che va rivolta al premier ma anche ai partiti che così acriticamente lo stanno sostenendo da mesi. A che serve un governo di unità nazionale? A farci morire tutti per obbedire alle regole di quella Angela Merkel che ormai tutti i paesi d’Europa non sopportano più, in primis la Francia che l’ha fatto ben capire con il suo recente voto alle presidenziali. Il governo di unità nazionale semmai era una grande occasione per dare all’Italia la forza di ribellarsi e fare le politiche esattamente opposte. Se la Germania vuole solo rigore, se ne vada lei dalla Ue. L’Italia difenda i suoi interessi. Che non sono certo quelli di essere costretta a sborsare 35 miliardi per gli altri, sapendo già che quel gesto la farà finire pure sul banco degli imputati.

lunedì 30 aprile 2012

Pierferdy il viscido

E questo'altro era uno di quelli che quando si stava leggermente meglio e c'era quel dittatore di B., ogni due per tre, davanti alle telecamere berciava con la bavetta ai lati della bocca che, "le famiglie non hanno aiuti e non arrivano a fine mese e lo stato non fa nulla per loro"... ora non bercia più. E le famiglie davvero non ci arrivano più a fine mese. Non mi chiedo manco più se ci è o ci fa ma mi auguro che i suoi elettori rinsaviscano per le prossime elezioni. Lui è uno dei tanti che andrebbe punito e rimandato a casa a fare compagnia alla sua donna.


ROMA - «Sono disperato, lei non ha capito nulla di quello che io ho detto». Pier Ferdinando Casini sbotta davanti a Fabio Fazio che a "Che tempo che fa" chiede dove si collocherà alla fine il Polo della Nazione, se con il centrodestra o con il centrosinista. «Noi non vogliamo essere l'ago della bilancia, non vogliamo determinare la vittoria di questo o di quello, perché vincere con il 51% serve solo a dividere il Paese», spiega il leader Udc. «Vogliamo essere ago e filo e ricucire, tessere, continuare uno sforzo come quello che stiamo facendo oggi a sostegno del governo Monti», prova a chiudere il siparietto Casini. Fazio incalza. Lei quindi vuole Monti dopo Monti?, incalza Fazio. «Stavolta ha capito bene...». E Monti lo sa? «Non mi interessa che lo sappia, non lo deve sapere. Monti riconsegnerà le chiavi alla politica al termine di questa legislatura. Starà alla politica il compito di assumersi poi le proprie responsabilità». Berlusconi. Intanto Casini "liquida" senza troppe perifrasi le offerte di riappacificazione arrivate da Silvio Berlusconi. «Non è che non voglio più Berlusconi, ho delle idee diverse da lui. Rispetto le sue e lui rispetti le mie - da diverso tempo andiamo per strade diverse e non credo che l'interpretazione dei voti moderati che ha dato Berlusconi in questi anni sia convincente. Per cui pace e bene a tutti: a lui, agli altri....».

Casini fa capire chiaramente che non si scappa dalla maggioranza allargata che oggi sostiene Monti. «Se Berlusconi è d'accordo con Alfano che è d'accordo con Bersani...», si lancia in una sorta di sciarada, prima di ribadire le ragioni di una legge elettorale che condanni il falso bipolarismo che ha regnato in questi anni. «Basta con le armate Brancaleone che mettono insieme tutto ed il contrario di tutto - afferma -. Che c'entra Bersani, che è stato serio ed ha rinunciato ad elezioni che avrebbe vinto, con Vendola e Di Pietro? Che c'entra Alfano, che stimo, con la Lega. E dov'era Maroni, che oggi parla di protesta fiscale, quando il governo ha tolto l'Ici facendo venir meno risorse e costringendo oggi Monti a mettere l'Imu?». Il voto. «Mi sembra che siano tutti smemorati, tutti Alice nel Paese delle Meraviglie - conclude Casini -. Sembra quasi che se oggi c'è la pressione fiscale sia colpa di Monti...». In ogni caso, per Casini, non si andrà al voto ad ottobre. «Chi vuole farlo non ha il coraggio di dirlo o di provocare le elezioni - conclude Casini -, quindi si andrà a scadenza...».

Traveggole

A tale proposito, visto che in questo post si parla anche di RCA, intelligentemente, alcune provincie della mia terzomondista e terzomondistica regione, hanno deciso di aumentarle del 16% esattamente dal primo maggio. Le provincie sono Ascoli Piceno, Fermo e Pesaro. Quindi, non solo dobbiamo pagare la benzina a prezzi da capogiro (alcuni dicono che in questa regione la si paghi più caro che altrove), dobbiamo comprare gli pneumatici da neve e le catene per l'inverno e se sprovvisti fioccano multe costosissime come se nevicasse, curare la manutenzione delle auto e adesso, l'aumento della RCA senza un apparente motivo... perlomeno, io non l'ho capito e NON avere uno straccio di autobus o mezzo pubblico che ci porti da una cazzo di cittadina all'altra perchè gli autobus fanno solo orari scolastici. Eh, ma le liberalizzazioni di monti ci faranno risparmiare un botto.


Le misure di Monti e del suo governo commissariale sono tali e tante che alcune norme, spesso impacchettate tra le cosiddette liberalizzazioni, sono passate quasi inosservate.Tra queste ve ne sono alcune che solo ora stanno dispiegando il proprio effetto distruttivo o distorsivo. Non parlo dell’IMU, sulla quale sono già scorsi fiumi d’inchiostro, mi riferisco invece a quei provvedimenti “minori”, quali l’obbligo di azzerare le commissioni per rifornimenti di carburante fino a cento euro (analogo alla richiesta di conto corrente a zero spese per i pensionati), oppure il tentativo di equiparare i costi della RCA dal Brennero a Lampedusa. E’ noto che l’assicurazione auto ha costi molto diversificati, a seconda della residenza dell’assicurato, con un premio che cresce rapidamente per alcune aree del sud, Napoli in testa, rispetto al nord ed alla media nazionale. Con l’ennesima convulsione dirigistica, il governo Monti aveva statuito (art. 32 del decreto sulle liberalizzazioni!) che “Per le classi di massimo sconto, a parità di condizioni soggettive e oggettive, ciascuna delle compagnie di assicurazione deve praticare identiche offerte”. Un chiaro obbligo per le compagnie, secondo le intenzioni dell’esecutivo, ad uniformare i trattamenti prescindendo dalla collocazione geografica dell’assicurato (purché “virtuoso” nel suo passato di guidatore). Un’altrettanto chiara follia era però pretendere che lo facessero veramente.

Poiché il premio assicurativo deve tener conto del rischio coperto, è onestamente assurdo non considerare il fatto, assodato, che in alcune aree del meridione, Napoli in testa, il rischio di incidenti è maggiore, proporzionalmente, che altrove, ed è altrettanto se non più vero che proprio molti di quegli incidenti sono risultati tentativi di truffa ai danni delle compagnie. Il desiderio del governo avrebbe perciò comportato un onere potenzialmente molto significativo per le compagnie che non avrebbero potuto fare altro che riversarlo sugli automobilisti del resto d’Italia, attirandosi mille critiche. Le compagnie hanno quindi puntato i piedi, sulle orme della Camusso, ottenendo l’ennesima retromarcia del governo. Ora viene al pettine un’altra questione: quella delle commissioni, da azzerare, sul rifornimento di carburante fino a cento euro. Ovviamente anche in questo caso qualcuno avrebbe dovuto farsi carico dell’onere, giacchè installare, mantenere e difendere le “macchinette” per il pagamento con carta di credito o Bancomat non avviene gratuitamente. Si tratta di un servizio che ha dei costi che, se non pagati dall’esercente e dal cliente, sarebbero interamente a carico dell’istituto di credito che peraltro si fa anche carico di eventuali truffe, rapine e quant’altro. Pur con tutta l’antipatia per le banche, soprattutto in questo periodo, non si può quindi negare anche in questo caso che la norma montiana ha un che di assurdo, ben oltre l’evidente dirigismo statalista che la ispira. Di nuovo, quindi, ci siamo trovati di fronte ad una reazione che, c’è da scommetterci, finirà per costringere il governo ad una retromarcia, esattamente come con le licenze di taxi e farmacie, coi conti correnti a zero spese, con la riforma dell’art. 18. Non possiamo pretendere che i professori al governo le azzecchino tutte, né che riescano in un batter d’occhio dove hanno sbagliato generazioni di politici, vorrei però sommessamente chieder loro di evitarci almeno tirate propagandistiche e voli pindarici. Alla luce di tali e tanti flop, sarebbe infatti opportuno smetterla di vantare iperboliche potenzialità di crescita del PIL, dovute proprio a queste “liberalizzazioni”.

L'esempio, l' e-commerce Groupon


MILANO - C'è chi ha parlato di contratti a orologeria, connotando negativamente una pratica ampiamente consolidata nelle strategie di gestione del personale di Groupon Italia. C'è chi invece ne sottolinea il carattere profondamente meritocratico di un modus operandi con poche imitazioni nell'atrofizzato mercato del lavoro italiano. I detrattori parlano di illusione diffusa, di pratica abusata che alimenta un forte turnover del personale, i sostenitori rilanciano la tesi del posto di lavoro legato esclusivamente al raggiungimento degli obiettivi, alla produttività e all'interiorizzazione dei valori aziendali legati a doppio filo alla velocità dell'internet economy e al vero boom della scontistica correlata ai gruppi di acquisto collettivi, di cui Groupon ne è l'esempio più lampante.

LA STRATEGIA - La strategia è questa: l'azienda con quartier generale negli Stati Uniti assume i suoi dipendenti italiani - al netto degli stagisti impegnati in programmi di formazione universitaria - con un contratto (da subito) a tempo indeterminato. Un investimento importante, nessuna considerazione sull'articolo 18 che ingesserebbe il mercato del lavoro per la presunta mancata flessibilità in uscita, soprattutto il tentativo di smarcarsi dalla precarietà diffusa che penalizza le scelte (anche di vita) dei giovani.

IL PERIODO DI PROVA - La contropartita che richiede l'azienda è però chiara: il periodo di prova lo è a tutti gli effetti. I 60 giorni lavorativi (tre mesi solari) vengono utilizzati dal management per testare il neo-assunto. Se non è sufficientemente "smart" (per dirla utilizzando un lessico caro agli anglosassoni) e non dà prova di abnegazione totale viene messo alla porta. E' una tendenza evidente soprattutto per le funzioni aziendali di tipo commerciale, in cui la produttività viene valutata anche per l'eventuale raggiungimento degli obiettivi. Ma sostengono i suoi detrattori è una pratica che interesserebbe altri dipartimenti (dal legale all'amministrativo) e sarebbe diventata preponderante, tanto da dar seguito a un forte turn-over del personale. In termini di diritto del lavoro - segnala la giuslavorista Maria Vinciguerra (di Kpmg Advisory) - «è tutto perfettamente legittimo, anzi sarebbe persino auspicabile da parte delle imprese usare al meglio questo periodo-finestra per valutare attentamente il candidato», per evitare poi di trovarselo sul "groppone" (in attesa della riforma Fornero). Considerazione condivisa anche dell'azienda che parla di «criteri meritocratici, dove chi ha competenze ha possibilità di far carriera e crescere professionalmente».

LE ASSUNZIONI - Resta un interrogativo: in 60 giorni lavorativi si riesce a valutare minuziosamente le qualità di un candidato? Dalla sede milanese di Groupon assicurano di sì. Eppure - segnalano alcuni dipendenti messi alla porta prima del termine del periodo di prova - soltanto da marzo sarebbero cominciate le prime lettere di licenziamento individuali e molti avrebbero abbandonato la loro scrivania venerdì, non rientrando il lunedì (e alimentando "un clima di tensione diffuso"). I maligni sostengono che il boom delle assunzioni (Groupon ha 430 dipendenti e in quest'ultimo anno ha contrattualizzato centinaia di giovani, grazie alla definitiva sedimentazione dei consumi legati agli acquisti collettivi) si sarebbe arrestato per la crescita dei reclami degli utenti e con la difficoltà di far fronte ai rimborsi. Ma - al netto delle considerazioni di tipo economico - Groupon sembrerebbe anticipare il principio-ispiratore del disegno di legge Fornero: «Il posto di lavoro legato alla produttività», come ha segnalato il titolare del Welfare in un recente forum di Corriere Tv. Eppure qualche malessere c'è.

Fabio Savelli

Imbecilli incapaci ma laureati

Per lo "spending rewiew"... (chiamarlo revisione di spesa noo, visto che viviamo in italia e parliamo italiano?) nessuno del governo è buono a farlo e quindi, per totale incapacità, forse e dico forse, s'è deciso di chiamare qualcun' altro. Ma il peggio forse deve ancora arrivare perchè si mormora di "esodare" o mandare in prepensionamento circa 40 mila persone... quindi, non si capisce dove stia la differenza. Beppe Grillo dice che la mafia è meglio dello stato... forse forse, che abbia ragione di straparlare così? E tuttavia, non lo rivaluto ma ha ragione su milioni di cose. Dico, perchè dobbiamo risarcire le famiglie dei due pescatori morti ammazzati si, ma non dagli italiani? Non è mafia anche quella?

domenica 29 aprile 2012

Ancora un suicidio


La crisi economica continua a mietere vittime. Ogni giorno un tragico suicidio, ogni giorno un imprenditore che getta la spugna. I debiti, l'incertezza nel futuro, il fallimento: l'Italia, stretta nella morsa della recessione e della crescita zero, assiste immobile e inerme a una strage che si consuma quotidianamente. Proprio oggi un impresario edile di 55 anni, originario di Mamoiada, un paese nel Nuorese, si è tolto la vita dopo che la sua azienda, a causa della crisi economica, aveva chiuso. L'imprenditore, costretto a licenziare i propri figli, non ha retto il colpo e ha deciso di farla finita, di dire "basta" e di suicidarsi. Secondo la ricostruzione fatta dall'Unione Sarda, l'imprenditore 55enne si sarebbe suicidato con un colpo di pistola venerdì pomeriggio, nella vigna di proprietà. L’uomo non ha lasciato alcun biglietto d'addio, ma molte persone che lo conoscevano sussurrano che può trattarsi dell’ennesima cronaca di una disperazione dovuta alla mancanza di lavoro. Da impresario G.M. aveva dato lavoro a diversi giovani del suo paese, pendolari verso la costa per costruire case di villeggiatura. Poi, negli ultimi mesi, il precipizio della recessione, che si è tradotto nel fermo dell’azienda, fino alla difficilissima decisione di licenziare i due figli che si trovano alle sue dipendenze. "Non potevamo immaginare nemmeno lontanamente il dramma interiore che quest’uomo stava attraversando - racconta all'Unione Sarda il sindaco di Mamoiada, Graziano Deiana - faceva parte di una famiglia molto unita, era una persona in gamba".

... e poi c'è l'imbecille che non vorrei manco come amministratore del mio condominio

Bersani fa il gradasso: "Troppo facile vincere le elezioni a ottobre". Il leader Pd non vuole andare alle urne: "Non intendo vincere sulle macerie del Paese". Ed è pieno di sé pure per la riforma del lavoro: "So dove prendere i soldi" di Clarissa Gigante

"Non possiamo in questi mesi destabilizzare il Paese, la crisi è ancora lì. In questi mesi dobbiamo far girare le politiche europee, e Monti può avere la credibilità sufficiente per farlo. Non intendo vincere sulle macerie del mio Paese". Dopo che Giorgio Napolitano ha escluso qualsiasi possibilità che si vada alle elezioni prima della fine della legislatura, Pier Luigi Bersani ricorda un po' l'atteggiamento della volpe che non può arrivare all'uva. Da un po' di tempo nella sinistra il clima è quello della campagna elettorale e, nonostante le smentite del leader del Pd, la sensazione era proprio quella che i democratici spingesse per andare al voto il prima possibile, forse anche per contrastare l'ascesa nei sondaggi dei grillini. Ma il niet del Colle ha scombussolato i piani e Bersani può ergersi a vincitore senza nemmeno andare alle urne.

È un Bersani pieno di sé quello che risponde ai microfoni di SkyTg24. Il leader del Pd sostiene anche di avere la ricetta per trovare la quadra della riforma del lavoro - in ballo da mesi ormai - in appena una settimana: "Servono ammortizzatori per i parasubordinati, si tratta di 300-400 milioni di euro che noi sappiamo dove poter prendere", ha detto aggiungendo che "si può chiudere sulla riforma già la prossima settima con questo aggiustamento". Sui tagli invece dà fiducia al governo: "So che c'è la possibilità di alleggerire la spesa pubblica. Sono sicuro che un uomo come Giarda pensa di entrare col cacciavite in questi meccanismi perché usare la mazza non va bene. Abbiamo dei punti di spreco e dei punti di sofferenza. Spendiamo male". Anche sulle questioni europee il segretario democratico ha da ridire. Se infatti in Francia dovesse vincere Hollande, "porrà un tema serio dicendo che a quel fiscal compact bisogna aggiungere misure per la crescita. Noi come progressisti abbiamo una piattaforma precisa a questo proposito". E ancora: "Vogliamo farla una tassa sulle transazioni finanziarie perchè la finanza paghi parte di quello che ha fatto e non ricada tutto sulle spalle del debito pubblico?". A sentirlo parlare, Bersani non sarebbe spaventato da Beppe Grillo: "C’è rabbia in giro per la situazione sociale ed economica, per le favole finite in niente, per una cattiva idea che si è creata sulla politica e si mette insieme tutto. È una rabbia che capisco e Grillo la sta interpretando. Ma il cambiamento ha bisogno di binari altrimenti si finisce in proposte che non portano a nulla".

Italia violenta e bloggers criminalizzati

... tuttavia, secondo la Severino (guardasigilli italiano abusivo), a fare i danni peggiori sono i pericolosissimi bloggers...


Il catalogo di rapine selvagge nelle case e per la strada, di stupri commessi a tutte le ore e in tutte le località del Paese, di morti ammazzati per caso o perché si sono provati a reagire, di commercianti vessati condannati per aver osato armarsi e difendersi, si fa tutti i giorni, ed è doloroso, è in crescita esponenziale. Sarà la fame da crisi nera, sarà che in dieci anni il numero degli stranieri è triplicato, e con la gente che viene per lavorare importiamo allegramente fior di delinquenti. Ma sarà anche e prima di tutto che non se ne occupa nessuno, che siamo in regime di polizia finanziaria, siamo col Parlamento a casa anche se ancora ufficialmente in stanca funzione, siamo in una zona grigia, in una morta gora che è peggio di un golpe? Peggio, se pure la violenza della cronaca nera non fosse, e lo è, superiore ad altri periodi della storia recente, se per ipotesi fossimo di fronte ad una recrudescenza episodica, ricorrente e perfino fisiologica, e non lo è, provate a pensare di vivere ancora in una nazione a gestione democratica, dove governano e legiferano eletti dal popolo italiano, e riflettete su quel che accadrebbe, su quel che è già accaduto in vicende analoghe sotto un governo Prodi o un governo Berlusconi che sia.

Responsabilità - Partirebbe una polemica politica locale e nazionale, scambi di accuse furibonde fra esponenti di maggioranza e opposizione, interrogazioni parlamentari, relazioni del ministro dell’Interno, decisioni eccezionali, potenziamenti delle forze dell’ordine, invio di truppe speciali. Succederebbe un casino sano e salvifico, la dialettica che tiene vive anche le democrazie più cialtrone e slabbrate. Invece no, tutti buoni, tutti zitti, che non si disturbi il manovratore tecnico, lo stesso che per intenderci probabilmente ci guida verso lo sfracello, non gli si chieda di rispondere della ondata di violenza, di prendere iniziative. Tutti zitti. A, B e C studiano alchimie elettorali e forme nuove di finanziamento ai partiti, il Cav si rianima solo su giudici e Rai, per il resto conferma la fiducia nel professor Monti, e chissà se si continua sentire in magica sintonia con gli italiani. Le elezioni amministrative si tengono tra una settimana e non si capisce un tubo di chi è alleato con chi e chi si nasconde dietro l’ennesima sigla fasulla, pardon, lista civica. Nel momento di maggior distacco fra cittadini e potere della storia repubblicana, c’è ancora qualcuno in Parlamento, scranno alto, che si permette di chiedere «Grillo chi?», ma non si trova nessuno disposto a chiedere al ministro Cancellieri come pensa di rispondere alla criminalità che colpisce gli italiani onesti, e che ne è stato delle efficaci scelte politiche del suo predecessore, Roberto Maroni; non si trova nessuno disposto a chiedere al ministro Riccardi come concilia le sue raffinate teorie sulla commistione fra culture con l’ondata di delinquenti romeni che ci affligge; non si trova nessuno disposto a chiedere al ministro Terzi che fine hanno fatto i nostri due marò prigionieri in India, e con loro la nostra dignità nazionale. Se questo non è golpe che cos’è?

Il caso Reggiani - Gli episodi di violenza di questi ultimi giorni mi hanno ricordato l’orrendo omicidio di Giovanna Reggiani a Roma nel 2007. Fu uno spartiacque del buonismo, che sarebbe riduttivo attribuire solo al sindaco Veltroni, e che voleva gli stranieri integrati e contenti nella capitale; la polemica politica che seguì a quel delitto fu pesante ma giusta, fu utile per cambiare almeno per un po’ atteggiamento. Alla Corte d’Assise che scelse di concedere all’assassino romeno delle attenuanti e di non condannarlo all’ergastolo, toccarono invettive e critiche pesantissime, mi onoro di esserne stata apri strada; toccò anche a quella Corte di essere smentita seccamente dalla Corte d’Assise d’Appello, che raccolse il senso della polemica e della richiesta pubblica di severità.

Tempo scaduto - È possibile e perfino legittimo che un governo formato da amministratori delegati, diplomatici e commis di Stato non sia oggettivamente in grado di far fronte alle complesse richieste della gestione di un Paese, e che non sia giusto chiederglielo, tanto meno pretenderlo, e che l’ordine pubblico, la lotta alla criminalità appartengano invece e fino in fondo ai doveri di un esecutivo politico. Per questa ragione si chiamano governi di emergenza, durano il tempo necessario per portare alle elezioni senza traumi o cesure improvvise. Ma qui i mesi passano, al 2013 manca ancora un anno, il consenso dei partiti è al minimo tollerabile, nessuna delle riforme sperate è stata messa in campo. La sensazione è ancora più dolorosa e allarmante, è che l’indifferenza che gli eurocrati mostrano per i bisogni della gente, quell’accanimento tutto burocratico nel caricare di pesi insopportabili e nel minacciare poliziescamente chi non sia in grado di farvi fronte, si trasferisca anche a ordine pubblico e lotta alla criminalità. Questo succede, voi politici tutti zitti? E vi chiedete «Grillo chi?».

di Maria Giovanna Maglie

Tagli alla difesa


Dopo quella degli esodati, sta per arrivare la bomba degli esoldati. Il governo di Mario Monti ha infatti intenzione di mandare a casa 40mila militari attualmente inquadrati nelle varie forze (esercito, marina, aeronautica). Una dismissione umana graduale, da qui al 2024, che dovrebbe fare scendere l’organico delle attuali forze armate da 190 a 150 mila militari. Questo significa che con il turn over annuo di entrate e uscite si dovranno in media lasciare a casa 3.333 stellette ogni anno. Così si potranno risparmiare 2,2 miliardi di euro l’anno a regime rispetto ad oggi. Il piano è contenuto in un disegno di legge delega a firma del ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola. E difficilmente sarà popolarissimo sia nell’uno che nell’altro schieramento politico che dovrebbe assicurare la maggioranza per farlo diventare legge. Nel Pdl sarà facile catalizzare il malumore degli esoldati, nelle fila del Pd chissà quanti approveranno un’operazione che si propone di investire tutti quei 2,2 miliardi di euro risparmiati all’anno in tecnologie e armamenti. Assai probabile che buona parte della sinistra oggi fuori dal Parlamento possa insorgere di fronte a questa ipotesi di scambio (semplifichiamo) fra uomini e bombe: meno uomini per avere più bombe.

La strage in ogni caso non sarà assoluta, anche perché mandare via i militari non è progetto di facilissima realizzazione: secondo i dati forniti dallo stesso ministero in forza oggi ci sono solo cinque alla vigilia del 65° anno di età, 6 alla vigilia del 64°, 24 alla vigilia del 63° e in tutto circa 800 militari dai 60 anni in su. La maggiore parte dei reclutati ha meno di 50 anni, e il grosso della truppa è fra i 30 e i 40 anni. I costi medi sono molto differenziati. Al lordo di Irap e oneri previdenziali gli ufficiali (esclusi i dirigenti) costano in media 72.349 euro l’anno. I sottoufficiali vanno da una media di 39.524 euro per i sergenti ai 54.993 euro dei marescialli. I volontari di truppa costano in media 35.717 euro. Per risparmiare di più è necessario dunque essere selettivi, e cercare un costo medio di circa 50mila euro l’anno per la scelta degli esoldati. L’obiettivo finale che si vuole raggiungere è quello di 115.330 militari in servizio permanente (più di 35mila meno di oggi) e 34.700 in posizione di ferma (circa 4 mila meno di oggi).

Come scatterà la riduzione? In tre modi. Il primo è il più banale: si ridurrà sensibilmente il reclutamento in modo da non rimpiazzare quelli che naturalmente se ne devono andare via per limiti di età o di servizio. Il secondo sarà il tentativo di civilizzare i militari facendoli passare nei ruoli organici dei ministeri per rispondere al loro turn over. Ma si prevede già che l’appeal di questa misura sarà scarsino fra le truppe. Il disegno di legge delega allora cambia alcune norme attuali per facilitare la terza strada, inserendo «alcune misure volte a facilitare, con ogni necessaria garanzia per ciascuno, l’anticipazione dell’esodo del personale militare rispetto ai limiti di età: si tratta di una serie di possibili misure, fra le quali quelle dell’estensione dell’ambito applicativo dell’aspettativa per riduzione di quadri anche al personale di livello non dirigenziale e del ricorso a forme di sospensione del servizio».

Leggendo Di Paola si scopre così che la riforma delle pensioni fatta da Elsa Fornero nel decreto salva-Italia dello scorso 6 dicembre vale per tutti, ma non per i militari che al momento possono ancora essere baby-pensionati. Per l’innalzamento della loro età pensionabile infatti tutto è stato demandato a un apposito regolamento, che nessuno si è finora immaginato nemmeno di scrivere in bozza. E difficilmente lo sarà ora con l’esigenza di mandare a casa prima del tempo migliaia di stellette. Analoga cura dimagrante è prevista anche per il personale civile in forza al ministero della Difesa. Secondo Di Paola entro l’anno prossimo già scenderà a 29.525 unità e in un decennio dovrà attestarsi sulle 20 mila unità, con un esodo di circa 10 mila dipendenti. Qui non si sa bene come funzionino le regole previdenziali perché nella pianta organica 2011 risulta in servizio un dipendente classe 1939 (73 anni), due del 1940 (72 anni), uno del 1942 (70 anni), due del 1943 (69 anni), due del 1944 (68 anni), 26 del 1945 (67 anni), 30 del 1946 (66 anni) e 118 del 1947 (65 anni). I dipendenti civili sono divisi in tre aree funzionali che costano lorde fra 30.177 e 44.783 euro l’anno.

di Franco Bechis

Cambiare mentalità e diventare poveri in canna

Un commento: "mentre continuano a discutere di art.18 annacquato, le tasse aumentano, le aziende chiudono, i disoccupati aumentano, le bollette enrgetiche aumentano ed aumentano le fasce di cittadini che sono ridotte ormai ai limiti della povertà. E nonostante ciò sia evidente il governo e tutta la banda di incapaci che siedono al parlamento nulla hanno fatto per ridurre le spese dello stato. Difendono all'arma bianca i loro privilegi. Bisogna abbattere questo sistema non andando a votare fino a quando vedremo sparire le solite figure che hanno occupato i seggi parlamentari da più di 30 anni. Se l'italia è in questo stato la prima responsabilità cade sulle loro spalle. Gente che si è arricchita con la politica senza aver mai lavorato.VERGONATEVI!.Toglietevi di mezzo prima che vi si spazzi via con la violenza!"


"Sulla flessibilità in uscita è vero che stiamo togliendo qualcosa all’articolo 18, ossia la garanzia che impediva il licenziamento consentendo al giudice di reintegrare il lavoratore, ma non lo abbiamo smantellato". Ad assicurarlo è il ministro del Welfare, Elsa Fornero nel corso del suo intervento a un convegno dell’Udc a Torino. Il ministro ha spiegato che "abbiamo cercato di fare un ragionamento prendendo in considerazione che c'è un'area che fa impresa che in certi momenti può avere un motivo economico vero per licenziare le persone e indennizzarle economicamente senza che intervenga il giudice. Questo non è sottrarre una protezione anche perché era limitata ad una cittadella di lavoratori, i giovani ne sono fuori e in parte anche le donne, il nostro obiettivo è distribuire meglio la protezione su una platea più ampia". Insomma, per Fornero, "la vera rivoluzione per l’Italia sarebbe una modifica del sistema di ammortizzatori sociali in cui non va protetto il posto di lavoro, ma il lavoratore nel mercato del lavoro".

Il titolare del dicastero del Welfare è poi tornato a parlare della sua visita alla fabbrica dell'Alenia per spiegare direttamente ai lavoratori la riforma del lavoro. Secondo il ministro, la sua visita "è stata una prova di democrazia" e con l'Alenia "è stato un confronto vero, duro, autentico, dove nessuno ha concesso niente all'altro. Io l'ho trovato prima di tutto una forma di cortesia, perché 1300 persone hanno firmato per chiedermi un incontro e poi - e lo dico senza enfasi - una prova di democrazia. Loro sono rimasti della loro idea ma credo che abbiano apprezzato l'onestà intellettuale del lavoro di ministro". Tornando alla riforma del lavoro, Fornero ha spiegato che "abbiamo preso uno schema di assicurazione sociale per l’impiego, in cui il disoccupato si deve attivare per trovare una nuova occupazione ma lo Stato non lo lascia solo con politiche di riqualificazione, formazione e servizi per l’impiego". Sulle partite Iva, Fornero ha spiegato di ritenerle "una bella cosa perché sono sinonimo di lavoro autonomo ma quando una commessa lavora a partita iva siamo in presenza di una distorsione".

Dunque, "noi vogliamo salvare le partite Iva ma anche evitare che troppe persone siano costrette a lavorare a partite Iva. Con la riforma del lavoro che seppure non ha molti estimatori, io continuo a difendere abbiamo cercato di fare un’operazione delicata, preservare la flessibilità cercando di ridurre gli abusi. Trovare un equillibrio è delicato". Infine, per quanto riguarda il sistema pensionistico, il ministro ha dichiarato che "bisogna separare la previdenza dall’assistenza. I contributi sociali che oggi diamo sono eccessivi. Non si può far gravare l’assistenza sui contributi ma deve essere finanziata con la tassazione progressiva e prendere di più da chi ha di più. Ci vuole il sostegno al reddito per disoccupati, ma condizionato al fatto di essere attivi. Un 40enne disoccupato ha il diritto e il dovere di riqualificarsi, di non rifiutare corsi, né opportunità di lavoro fornite". Insomma, così come Monti giorni fa aveva detto che gli italiani devono cambiare modo di pensare e di vivere, anche la Fornero si colloca sulla stessa linea di pensiero e dice: "Dobbiamo cambiare mentalità, non dire ti devi aspettare l'indennità da disocupato" ma: "ti devi attivare per trovare un lavoro, ma io non ti lascio solo, oltre al reddito ti do formazione, riqualificazione e servizi per impiego. Questa sarebbe la vera rivoluzione in Italia". "La nostra società ha negato per anni l'esistenza del rischio della disoccupazione, addirittura non chiamando un lavoratore "disoccupato", ma "cassaintegrato o prepensionato".

sabato 28 aprile 2012

Stupri a Milano


MILANO - Impressionante serie di violenze e molestie contro le donne a Milano: in pochi giorni cinque diversi episodi.

IL CASO PIU' GRAVE - La mamma di 42 anni aggredita nel parco di Villa Litta giovedì mattina è stata ascoltata negli uffici della Squadra mobile. I poliziotti le hanno concesso 24 ore di tregua perché la donna, dopo la violenza subita, era in stato di profondo choc. Quello che filtra fa pensare: si dovrebbe trattare di un uomo che parla un buon italiano (ma forse italiano non è), è biondo e ha i capelli corti. Quando ha aggredito la quarantaduenne che aveva da poco lasciato il bambino a scuola, l'uomo pare indossasse dei guanti di lattice. In mano stringeva qualcosa. Minacce, botte, poi la violenza. Sul singolare profilo del violentatore è ora al lavoro la squadra degli specialisti della squadra mobile. Il particolare dei guanti indossati potrebbe nascondere la premeditazione, o forse l'abitudine a colpire.

LA SERIE DI VIOLENZE - Negli ultimi tre giorni in città si sono registrati altri quattro episodi di violenza. In via Bruzzesi, al Giambellino, di prima mattina un uomo si è infilato in casa di una 66enne e dopo averla rapinata ha cercato di abusare di lei. Non c'è riuscito ed è fuggito. In via privata Iglesias, nel tardo pomeriggio, a Gorla, i carabinieri hanno arrestato un senegalese di 27 anni che aveva appena violentato un'amica camerunense di 24. Due donne sono state aggredite da un maniaco in metropolitana. Le due, di 24 e 32 anni, sono state palpeggiate in due momenti distinti all'interno del mezzanino da un giovane cingalese che poi è stato bloccato dal personale dell'Atm e quindi arrestato dalla polizia.

LE POLEMICHE - L'ex vicesindaco Riccardo De Corato del Pdl ha attaccato la giunta: «È il fallimento del modello sicurezza di Pisapia». Accusa respinta a stretto giro di posta: «Chiediamo più rispetto. Il dolore delle donne non venga utilizzato strumentalmente»