sabato 6 agosto 2011
Sul divieto di indossare burqa e niqab
... ma sarà che i musulmani moderati non esistono proprio?
I musulmani moderati italiani si lamentano di media e tv che danno spazio solo ai fanatici di Dimitri Buffa
E’ una “vexata quaestio” in Italia, quella di dare spazio in tv e sui giornali quasi esclusivamente ai fanatici dell’Islam piuttosto che alle voci dei moderati che parlano di integrazione, amore e armonia tra i tre monoteismi. La legge anti burqa, in discussione in Parlamento, ha rispolverato questo problema. A volte si tratta di scorciatoie per l’audience, che ledono non poco anche la professionalità dei giornalisti. Altre di incomprensione, talvolta di idiozia e persino di malafede, cioè di disonestà intellettuale bella e buona. Fatto sta che ieri l’associazione che rappresenta i muslmani moderati in Italia non ne ha potuto più. E ha preso carta e penna, o meglio, computer e stampante, per diffondere un comunicato dai toni durissimi. In cui preannuncia persino una denuncia alla magistratura penale. “Quello che è andato in onda da due giorni a questa parte è scandaloso – si legge nel documento - a livelli che davvero mai si erano visti; a margine dell’approvazione in Commissione del ddl su burqa e niqab, in alcune trasmissioni pubbliche, come UnoMattina e TG1 e altre testate giornalistiche di rilievo, troviamo solo personaggi afferenti all’estremismo, senza alcun contraddittorio su un tema così delicato. Su questo abbiamo già inviato una lettera alla Procura della Repubblica”.
La nota di protesta prosegue così: “Abbiamo capito perfettamente cosa sta accadendo e ce lo aspettavamo, sebbene non in queste proporzioni. La lobby islamica radicale formata più che altro di convertiti non rappresentativi della comunità ma ben presente nella comunicazione italiana, – proseguono – prende tutto lo spazio disponibile per parlare del provvedimento, senza che noi moderati, che da anni lottiamo contro questa barbarie, veniamo nemmeno interpellati.” Si parla ovviamente della sacro santa legge contro il burqa in Italia (martedì licenziata dalla Commissione affari costituzionali della Camera e verosimilmente in aula a settembre), specie quello imposto con la forza dagli uomini alle donne delle comunità islamiche. “Complimenti a chi gestisce l’informazione – dicono gli islamici moderati - perché ha dato prova di non comprendere assolutamente la delicatezza di un tema che, comunque lo si voglia giudicare, afferisce alle libertà personali.” “Abbiamo già indirizzato una lettera alla Procura della Repubblica – conclude il documento – per accertare se vi siano comportamenti deontologici da sanzionare. Perché se è vero che la par condicio esiste, allora va applicata sempre, nonostante qualcuno sappia bene come oliare certi meccanismi”.
venerdì 5 agosto 2011
giovedì 4 agosto 2011
Sbarchi a Pantelleria e Lampedusa
TRAPANI - L'ennesimo allarme sbarchi è scattato all'alba. Con un cellulare un immigrato ha chiamato la sala operativa della guardia costiera di Pantelleria dicendo che il motore aveva problemi e che qualcuno venisse a salvarli. Poi un rimorchiatore cipriota, a novanta miglia da Lampedusa, ha gettato in mare delle zattere a 300 profughi su una carretta in avaria e ferma in mezzo al mare da quasi due giorni, profughi poi recuperati dalle motovedette della Guardia costiera. Secondo il racconto di alcuni superstiti, che deve ancora essere vagliato dalle forze dell'ordine, durante la traversata decine e decine di migranti sarebbero morti di stenti e di fame: i cadaveri delle vittime sarebbero stati abbandonati in mare. A ricostruire la tragedia, che non ha ancora trovato conferme ufficiali, sono stati i primi superstiti trasportati in elicottero nel Poliambulatorio dell'isola a causa del forte stato di disidratazione. A fatica, anche a causa dello choc, hanno raccontato di essere partiti venerdi sera dalla Libia e di essere rimasti alla deriva dopo la rottura del motore. Le forze dell'ordine attendono tuttavia l'arrivo degli altri migranti, che e' previsto in serata, per avere un quadro esatto della vicenda. Nelle operazioni di soccorso sono impegnate quattro motovedette della Guardia Costiera, che hanno gia' trasbordato circa 300 profughi, e un elicottero che sta facendo la spola con Lampedusa per trasferire le persone che hanno bisogno di cure immediate. Il comandante della Capitaneria di Porto di Lampedusa, Antonio Morana, ha detto che gli equipaggi delle motovedette non hanno avvistato cadaveri nella zona dove è stato ''agganciato'' il barcone.
Stamattina da Pantelleria erano partite due motovedette, una della Guardia costiera, l'altra della Guardia di finanza, mentre da Birgi si è levato in volo un elicottero HH3f del Centro Sar che ha proceduto in un giro di ricognizione. L'avvistamento del primo barcone a 4 miglia a nord dell'isola: il natante in legno, con a bordo una settantina di immigrati, stava già imbarcando acqua ed era alla deriva, Dopo le manovre di avvicinamento finalmente il trasbordo dei migranti sulle due motovedette. Quattro donne e quattro bambini sono stati trasferiti in ospedale, mentre la barca è affondata. E' stato poi l'elicottero Nemo della Guardia Costiera, partito dall'aeroporto di Catania, a calare sulla barca e sulle zattere il proprio cestello con acqua e generi di prima necessità. Ma il disperato tentativo di qualche naufrago di aggrapparsi al cestello per tentare una impossibile risalita a bordo ha costretto l'elicottero ad abbandonare l'attrezzatura. Alle 14,40 le quattro motovedette hanno quindi raggiunto il barcone e le zattere, ed hanno iniziato il trasbordo al sicuro degli occupanti - ridotti ormai allo stremo delle forze. Tre degli occupanti sono stati recuperati dall'elicottero gravemente disidratati, fra questi una donna incinta. Il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Altero Matteoli, e il comandante della Capitaneria di porto di Pantelleria, Giovanni Nicosia hanno seguito con attenzione l'andamento della delicata missione umanitaria.
Mercoledì era approdato al molo Favaloro di Lampedusa - dove domani è atteso il segretario del Pd Pierluigi Bersani - un altro barcone con 304 profughi a bordo, soccorso due ore prima da due pattugliatori della Guardia di Finanza. L'imbarcazione aveva raggiunto il molo autonomamente, scortata dai due pattugliatori delle Fiamme Gialle. Dei 304 profughi 52 sono donne e 6 bambini. Provengono tutti dall'area subsahariana. Verranno trasferiti tra il centro d'accoglienza di Contrada Imbriacola e l'ex base militare Loran. Salgono così a più di 1.200 gli immigrati presenti sull'isola di Lampedusa. E nella tarda di martedì era arrivato a Lampedusa ancora un altro barcone. C'erano 330 migranti provenienti dalla Libia, tra cui 50 donne e 4 bambini. Erano stipati su un'imbarcazione di 15 metri in legno, simile a quella giunta lunedì con a bordo 271 persone e i 25 cadaveri di disperati morti nella stiva.
mercoledì 3 agosto 2011
I disordini dell'orda
Aggiornamento, qui.
Cara, una 'strategia della violenza' chiesta la convalida degli arresti. Nessuno dei 28 immigrati del Cara sarà processato per direttissima. Il pm: "Dai video della Digos elementi significativi". Si fa strada l'ipotesi della regia esterna degli scontri avvenuti anche a Mineo e Crotone. La tensione è altissima: stasera scade l'ultimatum al governo sui permessi, risposte certe altrimenti sarà di nuovo guerriglia
Cara, una 'strategia della violenza' chiesta la convalida degli arresti. Nessuno dei 28 immigrati del Cara sarà processato per direttissima. Il pm: "Dai video della Digos elementi significativi". Si fa strada l'ipotesi della regia esterna degli scontri avvenuti anche a Mineo e Crotone. La tensione è altissima: stasera scade l'ultimatum al governo sui permessi, risposte certe altrimenti sarà di nuovo guerriglia
La Procura della Repubblica di Bari ha deciso di non procedere con rito direttissimo nei confronti dei 28 migranti arrestati lunedì a Bari durante gli scontri scoppiati nei pressi del Cara. Il procuratore aggiunto Pasquale Drago, insieme al pm titolare delle indagini Marcello Quercia, ha annunciato che chiederà la convalida degli arresti al gip di turno presso cui saranno depositate richieste e atti. "Abbiamo deciso in tal senso - ha spiegato Drago - perché dalle indagini e dai video della Digos stanno emergendo elementi importanti che meritano un approfondimento d'indagine". I 28 di cui non sono state rese note le generalità sono giovani tra i 20 e i 38 anni d'età e provenienti da diverse nazionalità: i gruppi più numerosi sono originari di Bangladesh, Pakistan, Mali, Costa d'Avorio e Ghana; altri da Afghanistan, Burkina Faso, Iraq e India. Resistenza a pubblico ufficiale aggravata dall'uso di armi improprie come pietre e spranghe in ferro, minacce, interruzione di pubblico servizio per il blocco stradale della statale 16, danneggiamento seguito da incendio di cassonetti e sterpaglie, danneggiamento aggravato di beni della pubblica amministrazione tra cui dieci automobili della polizia e un pullman dell'Amtab, violenza privata nei confronti degli automobilisti bloccati e delle donne sequestrate sull'autobus, lesioni personali aggravate verso agenti e militari, furto e blocco ferroviario. Sono otto i reati che la procura contesta a vario titolo ai 28 arrestati per i disordini di lunedì mattina all'esterno del centro di accoglienza, quando la tangenziale fu bloccata, un autobus assaltato e la circolazione ferroviaria intorrotta. Accuse pesantissime, perché per il solo blocco ferroviario di gruppo rischiano da due a dodici anni di reclusione.
Mantovano: "No al permesso per tutti, bisogna capire bene chi sono". Ma il sospetto degli investigatori è che dietro i migranti ci sia una cabina di regia. La stessa che ha dato vita ai disordini anche a Mineo e Crotone. Gli inquirenti infatti indagano su possibili infiltrati nella protesta che avrebbero organizzato la rivolta a livello nazionale. I rivoltosi, circa 200, secondo gli investigatori, avrebbero minacciato e pestato anche gli altri ospiti del Cara per convincerli a partecipare alla manifestazione: all'inizio della protesta infatti tra i moduli erano in 800, poi il gruppo si è sfaldato e solo lo zoccolo duro ha preso parte alle violenze. Il bilancio finale della guerriglia è stato di 98 feriti di cui 42 poliziotti, 40 carabinieri e 16 cittadini presi di mira nelle automobili in coda o nel bus dell'Amtab assaltato dagli extracomunitari. La tensione a Bari resta altissima in vista dell'incontro di oggi in Prefettura con il sottosegretario all'interno Alfredo Mantovano. I migranti del Cara hanno già annunciato una manifestazione in piazza Libertà: dalle 16 terranno un presidio per chiedere il riconoscimento del diritto di asilo. Entro questa sera infatti scade l'ultimatum di 48 ore che avevano dato al governo: risposte certe altrimenti sarà di nuovo guerriglia. Il timore è che si possano ripetere gli scontri di lunedì ma questa volta nel cuore della città.
Il comico
Il presidente dell'associazione bocciofila italiana dice: "Una novità politica. È questo che serve". E quale sarebbe, di grazia, la novità politica? Una inutile accozzaglia di altri imbecilli come lui? Che poi, non ha detto di voler fare una class action di tutti gli iscritti alla sua bocciofila contro la macchina del fango? Ecco, pensi a quello... o a nascondersi da qualche parte.
Roma - Il Pd non fa sconti a Berlusconi e continua a chiederne le dimissioni. "Non è per polemica politica o interessi di bottega che noi chiediamo una svolta politica - ha detto a Montecitorio il segretario dei democratici Pierluigi Bersani -. I problemi non si risolvono con un discorso o un monitoraggio con le parti sociali ma serve un po' di tempo per una tregua con gli investitori ed i mercati e il tempo si può avere solo con un gesto politico". "Davanti all’emergenza - ha puntualizzato Bersani - a fronte di un passo indietro responsabile di chi ci ha portato fin qui, siamo disposti a fare un passo avanti. Se non intendete avere questa generosità e togliere questo impedimento, vi prendete voi la responsabilità".
Dovete fare autocritica. "Se siamo arrivati fin qui non dite che le avete azzeccate tutte. Uno stralcio di autocritica ce lo dovete. Se avete tempo - prosegue il leader democratico - le proposte noi le abbiamo. Se c'è bisogno di tempo e di rigore doloroso, ma intelligente, noi ci siamo. Ma chi la fa questa cosa?". Secondo Bersani il governo deve dare "un messaggio serio al Paese, perché ne ha bisogno".
Il solito ritornello. L'ultima idea di Bersani per uscire dalla crisi in realtà è il solito ritornello che il segretario del Pd tira fuori ogni volta con impressionante ripetitività. Quasi che avesse una sola idea in testa. Ma veniamo prima di tutto all'analisi del problema: "L’Italia - argomenta Bersani - è fortemente impaurita e c’è un distacco crescente tra il Paese e la politica". Il segretario del Pd si rivolge ai deputati del suo partito, riuniti per discutere della situazione economica in vista dell’intervento del premier a Montecitorio. Bersani osserva sconsolato "che la situazione ormai è sfilacciata". La soluzione per uscire dalla crisi quindi quale sarebbe? "Una novità politica. È questo che serve" dice Bersani sicuro di sé...
E Veltroni rincara la dose... "Un grande partito come il Pd- dice Walter Veltroni - in una situazione così drammatica, di crisi economica e sociale deve indicare una soluzione. Per me è lanciare la sfida di un governo istituzionale, chiedendo alla maggioranza di avere la stessa responsabilità che abbiamo avuto noi nell’approvazione della manovra". È quanto avrebbe detto Veltroni nel suo intervento all’assemblea del gruppo Pd alla Camera in vista del discorso del premier. "Per noi la sfida di un governo istituzionale - sostiene Veltroni - viene prima dell’ipotesi di elezioni. Noi dobbiamo tentare, se ci diranno di no, allora l’unica soluzione sono le urne". Per Veltroni le proposte prioritarie per l’economia sono la riforma del lavoro, il rientro dal debito e "la richiesta a settembre di una sessione parlamentare sulle riforme istituzionali, dalla riduzione del numero dei parlamentari alla riforma della legge elettorale".
Gianfranzo Fini e la casta
Mica tanto, ma solo il 17 luglio dopo il successo dei pettegolezzi di spider web, questo tizio qui di cui sopra scriveva qualcosa come: "Condivido l’appello affinché il Parlamento faccia tutto quanto è in suo potere per convincere gli italiani che le Camere non sono il luogo dove una casta privilegiata si chiude a difesa dei suoi interessi - scrive il leader di Futuro e Libertà - sono certo che entrambe le Camere faranno la loro parte e, per quanto riguarda Montecitorio, insieme al Collegio dei Questori metterò a punto le proposte di riduzione dei costi e di trasparenza, che entro luglio saranno discusse dall’Ufficio di presidenza e votate in Aula prima della pausa estiva" ... Ma, ovviamente si sa che tra il dire e il fare c'è di mezzo un mare... anzi, un oceano, anche se sarebbe comunque stata ben poca cosa a fronte di tutto ciò che hanno i politici italiani...
E' Fini il paladino della casta: salva i vitalizi dei deputati di Emanuela Fontana
La difesa della casta è qualcosa di politicamente molto scorretto, adesso. E chissà, Gianfranco Fini non ha calcolato forse il rischio di esporsi «a gamba tesa», come accusa l’Italia dei Valori, a tutela dei privilegi. All’ordine del giorno dell’Idv, che chiedeva di abolire per sempre il vitalizio dei deputati, il presidente della Camera ha risposto con uno stop: «inammissibile». Non è possibile, ha detto, perché è «incostituzionale». Non ha calcolato Fini in che guaio è andato a infilarsi con questo «no» scandito in ufficio di presidenza. L’Italia dei Valori ha subito annunciato di non votare il bilancio interno della Camera, ma soprattutto questo rifiuto all’abolizione del vitalizio, privilegium privilegiorum, risuona davvero come una mossa da rappresentante integralista della casta, e non certo come un comportamento da buon riformatore dei vizi di palazzo. E poi non è bastato che Fini abbia corretto successivamente: voleva dire, cioè, che l’idea dei dipietristi è ottima, ma che non può valere per la legislatura in corso, quanto «per il futuro». Tanto più che l’Italia dei Valori l’ha rosolato a puntino tirando fuori un ordine del giorno identico sulla cancellazione dei vitalizi, presentato dallo stesso deputato (Antonio Borghesi) un anno fa, e che non aveva avuto nessun rifiuto pre-aula, ma era stato discusso nell’emiciclo, salvo essere affondato, come immaginabile, da più di quattrocento «no». E dunque, perché Fini ha tirato fuori ora la storia dell’incostituzionalità ora e non nel 2010? Insomma, è facile parlare di tagli alle saponette dei bagni e alle auto blu, ma se si va a pizzicare i vitalizi dorati, nemmeno il fondatore di Futuro e Libertà riesce a combattere il richiamo della casta. Va detto che in ufficio di presidenza, composto anche da quattro vicepresidenti, tre questori e otto deputati segretari, nessuno l’ha contestato,tutti i rappresentanti dei gruppi presenti hanno lasciato correre, ma «la scelta gravissima», per l’Idv, è soprattutto quella di Fini. Nell’ordine del giorno si chiede «la soppressione immediata di ogni forma di assegno» denominato appunto vitalizio, di cui un deputato può godere con soli cinque anni di mandato, al compimento dei 65 anni di età (60 in relazione alla durata del mandato), e di «destinare la medesima quota dell’indennità parlamentare alla gestione separata presso l’Inps». Si propone in sostanza di equiparare, almeno da questo punto di vista, un deputato a un cittadino normale. Secondo i promotori, questo intervento garantirebbe un risparmio per la Camera di circa 100 milioni di euro l’anno. Ogni parlamentare versa mille e sei euro al mese per il vitalizio. La pensione-premio va da un minimo di 2.486 a un massimo di 7460 euro al mese, circa il triplo di quella percepita dai colleghi europei. La precisazione successiva di Fini è stata una retromarcia che ha solo complicato le cose: la scelta sull’ordine del giorno dell’Italia dei Valori è stata fatta considerando il metodo, «ovviamente prescindendo da qualsiasi giudizio di merito che potrà, (e a mio avviso dovrà) essere valutato dalle forze politiche attraverso conseguenti iniziative legislative». Il metodo sarebbe appunto l’intervento anche sugli assegni in corso, con effetto retroattivo, perché, ha obbiettato Fini, «in contrasto con i principi generali posti dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale». Ma a Fini si potrebbe obbiettare che l’ultima manovra economica, per esempio, è intervenuta sulle pensioni in essere, nel caso dei tagli a quelle superiori ai 90mila euro, e quindi non sarebbe uno scandalo attuare fin da subito il taglio all’assegno perpetuo, tantopiù che l’ultima relazione annuale dell’Inps dice che la metà delle pensioni percepite dagli italiani è sotto i 500 euro. «Altro che metodo!- è stata la replica contro Fini del capogruppo dell’Italia dei Valori Massimo Donadi L’ordine del giorno dell’Idv è stato respinto per la paura di sostenere le critiche dell’opinione pubblica nel bocciarlo», in aula, qualora fosse andato al voto e non fosse stato congelato prima, come è invece avvenuto. In serata il questore della Camera Antonio Mazzocchi (Pdl) ha poi chiarito che «l’ufficio di presidenza di Montecitorio ha deliberato la sostituzione dell`attuale istituto del vitalizio a decorrere dalla prossima legislatura, con un nuovo sistema previdenziale, analogo a quello previsto per la generalità dei lavoratori». Insomma, la stangata degli assegni perpetui riguarderà i prossimi parlamentari. E sarà affare del futuro presidente della Camera.
martedì 2 agosto 2011
I buffoni... ci ripensano
Solo ieri Calderoli ci diceva che: "di fronte ad una crisi come questa, i politici non hanno diritto di andare in ferie questo agosto". Oggi hanno già cambiato idea. Ma invece che straparlare a vanvera, non sarebbe meglio tacere preventivamente? Io penso che farebbero un pò meno schifo se tenessero almeno una volta quella bocca chiusa.
Roma - Inizieranno domani, salvo imprevisti, le vacanze dei deputati, subito dopo il dibattito sull’informativa del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, previsto alle 15 in Aula alla Camera. I lavori di Montecitorio riprenderanno poi il 5 settembre, con le sedute delle Commissioni. Lo ha stabilito la conferenza dei capigruppo, che questa mattina ha fissato il calendario di settembre. L’Aula della Camera riprenderà le sue sedute la settimana successiva, il 12 settembre. Il presidente dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto, ha spegato che la decisione è stata frutto di una "valutazione seria", dal momento che la prima settimana di settembre "circa un centinaio di parlamentari", come tradizione, "fanno un pellegrinaggio. Per rispetto verso di loro abbiamo dunque ritenuto - ha spiegato Cicchitto - di iniziare le sedute dell’Aula la settimana successiva". 170 tra deputati e senatori, infatti, andranno in Terra Santa dal 3 al 9 settembre. È dal 2004 che i parlamentari cattolici vanno in pellegrinaggio, un viaggio organizzato anche quest'anno dal vicepresidente della Camera Maurizio Lupi.
Contrarie le associazioni musulmane...
... e allora? Siamo in italia e non in islamilandia... almeno, non ancora. Vogliono portare burqa e quant'altro? Bhe, che se ne tornino nei loro paesi. E per i convertiti, partano anche loro e vadano nei paradisi islamici a praticare la loro "religione". Ma sicuramente, qualcuno come ad esempio, chessò, la cassazione farà di tutto per cancellare tale legge e magari anche prima che vada in vigore.
MILANO - Primo sì alla Camera sul disegno di legge che vieta burqa, niqab e altri indumenti etnici che nascondono il volto della persona. Si tratta di un primo passo verso l'approvazione perché la proposta dovrà passare al vaglio dell'Aula, dopo la pausa estiva. A votare a favore sono stati i deputati di Pdl, Lega e Reponsabili. Contro si è espresso il Pd. Mentre Fli, Idv e Udc si sono astenuti. La maggioranza ha annunciato che ne chiederà la calendarizzazione in aula a Montecitorio alla ripresa dei lavori a settembre.
REAZIONI - Nella nuova legge sono previste multe pecuniarie per chi non rispetta il divieto e anche la reclusione fino a un anno, oltre a ben più pesanti sanzioni pecuniarie fino a 30 mila euro, per chi obbliga altri a indossare il burqa o comuqnue a girare per le strade con il volto coperto. Tra i primi a commentare il provvedimento il ministro delle Pari Opportunità Mara Carfagna che plaude alla risoluzione: «Il velo integrale non è mai una libera scelta delle donne, ma un segno di oppressione culturale o fisica: vietarlo nei luoghi pubblici vuol dire restituire la libertà alle donne immigrate». In Italia non c'è però un'emergenza burqa, ha aggiunto il ministro: «In Italia, come in altri Paesi, i casi di donne costrette ad indossarlo restano per fortuna isolati, ma non per questo sono meno gravi». Commenti soddisfatti sono giunti anche dalla lega, mentre il Pd ha espresso la sua contrarietà attraverso la senatrice Vittoria Franco che ha definito la proposta di legge «un errore», aggravato dalla previsione di multe e reclusione per punire chi non si adeguerà.
MONDO ISLAM - Non si è fatta attendere la reazione del mondo islamico. Contraria al provvedimento Silvia Layla Olivetti, portavoce del Movimento per la tutela dei diritti dei musulmani: «Pur non essendo favorevoli all'uso del niqab o del burqa in Europa, siamo decisamente contrari a una proposta di legge che si potrebbe tradurre in una penalizzazione per quelle donne che, per scelta non contrattabile o per costrizione, indossano il velo integrale». Contraria anche l'Unione delle Comunità islamiche in Italia, che tramite il suo portavoce Roberto Hamza Piccardo ha sottolineato che «Vietare il velo islamico per legge è un'ingiustizia che tocca le libertà individuali».
Multikulti (punti di vista)
Sangue, crociati, miti protestanti e volontà di potenza. Le idee di Breivik sono la prova che il multiculturalismo ha fallito (ancora) di Daniela Coli
Beppe Severgnini è rimasto sorpreso dal massacro di Utoya perché crede di conoscere il mondo facendo conferenze agli Italians. Il giorno dopo Utoya racconta che tre anni, fa guardando la Norvegia dalla terrazza di un hotel, si era detto: “ecco l’Europa come dovrebbe essere”. La Norvegia non fa neppure parte dell’Unione Europea, ha rifiutato di entrarvi con due referendum e non ha aderito all’euro come la Danimarca, che ha appena chiuso le frontiere. Per questi paesi, l’Europa è spesso l’estero, abroad, come per la Thatcher. Chi conosce un po’ l’Europa del Nord, purtroppo, non si è stupito di Utoya, perché Norvegia, Danimarca, Olanda, come la Gran Bretagna, hanno aperto all’immigrazione extraeuropea dagli anni ’50 e ’60. Anche se la Scandinavia ha soltanto un milione di immigrati residenti, mentre l’Italia ne ha quattro e mezzo, il Nord Europa ha avvertito da vari anni problemi che il Regno Unito affronta soltanto adesso. Diversamente dalla Scandinavia, l’Olanda ha aderito all’Ue e all’euro, ma negli anni ’90, quando il 9/11 era inimmaginabile, era preoccupata per il trattato di Schengen, angosciata dalle nostre frontiere a due passi dall’Africa, convinta che sarebbe stata inondata da arabi e africani per colpa della nostra polizia, in combutta con la mafia come tutti gli italiani. Se nell’Europa del Nord, come in Europa, non ci fossero stati in questi anni partiti di destra, che hanno dato voce al disagio per la società multietnica, ci sarebbero state violenze peggiori di quella di Utoya. È quindi un bene che esistano partiti che portano nell’arena politica la critica al razionalismo astratto del multiculturalismo, con argomenti che sono quelli della destra conservatrice o della destra tout court, perché in Europa la destra non si definisce “liberal” da tempo.
In Occidente il termine “liberal” non è più collegato alla libertà, ma all’uguaglianza e definisce da tempo la sinistra, non la destra. La destra europea ed americana ha avuto liberisti come la Thachter e Reagan, ma non si definisce “liberal”, perché p.e. non ritiene che gli omosessuali uguali agli eterosessuali e non crede abbiano diritto al matrimonio. Cameron rifiuta il multiculturalismo e basta vedere le decisioni del suo governo per capire che è un liberista, ma è un conservatore, perché non crede che qualsiasi straniero abbia diritto alla cittadinanza britannica soltanto perché appartiene alla specie umana. L’Italia ha l’esclusiva di avere una “destra liberale”, perché solo da noi la destra teme di essere definita fascista. Berlusconi è considerato un pericoloso nazionalista sciovinista dal Times e dall’Economist, che non fanno una piega quando Cameron dice di rifiutare il multiculturalismo; anzi, durante l’ultima campagna elettorale, il Times di Murdoch e Harding ha addirittura denunciato un complotto laburista per favorire l’immigrazione e assicurarsi un nuovo vivaio elettorale. Inappuntabili liberal olandesi, preoccupati dello sciovinista Berlusconi o dalla xenofoba Lega, raccontano al ritorno di ogni viaggio dal Sud Africa come i pochi bianchi rimasti vivano in stato d’assedio, in pericolo di vita, e come un bianco non possa girare per strada da solo senza essere aggredito, picchiato e derubato da gruppi di ragazzini neri. Mentre imprecano contro lo sciovinista Berlusconi, parlano dei soliti boeri che avevano portato la vite in Sud Africa, rimpiangono l’apartheid perduta e quando pensano ai boeri ricordano anche la secessione delle Fiandre del 1830 appoggiate dagli inglesi, che li avevano invece aiutati insieme ai francesi nella Guerra degli Ottant’anni per sottrarle agli Asburgo d’Austria e di Spagna.
Dopo il 9/11, nei paesi europei che hanno avuto imperi nell’800, affini al Regno Unito, con governi laburisti, come quello di Blair, che bombardavano afghani e iracheni e difendevano il multiculturalismo, mentre a Londra gli inglesi nativi dopo l’attacco del 7 luglio non osavano prendere la metropolitana per la paura di un attentato, si è persa la sicurezza. Per questo, gli inglesi a cui non dispiacevano le guerre di Blair e un nuovo impero – si pensi a Niall Ferguson – hanno votato Cameron, un conservatore coerente e realista. Un conservatore inglese non avrebbe certo problemi a fare una guerra per rifare l’impero, ma in tempo di guerra avrebbe almeno la prudenza di non fare entrare nel Regno Unito qualsiasi straniero e certamente non dai paesi o dall’area geopolitica con cui è guerra, come si è fatto in Gran Bretagna fino al 1945. Anche da questa schizofrenia è nato il massacro dei giovani laburisti a Utoya.
Marcello Veneziani si è arrabbiato con Michele Serra, perché ha definito Breivik di destra, accostandolo a Oriana Fallaci e alla Lega, però nel manifesto del terrorista sono affastellate idee che potrebbero trovarsi anche nei testi della Fallaci, donna con guizzi intelligenti, la cui islamofobia non condivido, pur ritenendo dannoso il multiculturalismo, come Giovanni Sartori, che ha dedicato al tema un libro che molti dovrebbero rileggere attentamente. Nel manifesto di Breivik vi sono anche idee di Roger Scruton, che ha più volte messo in rilievo come il terrorismo islamico sia una risposta ai tentativi di secolarizzare e americanizzare i musulmani. Per Scruton, quando l’architetto Mohamed Atta lanciò l’aereo dell’American Airlines contro il World Trade Center, non stava esprimendo solo il risentimento per l’alta finanza americana, ma anche il rancore contro l’architettura razionalista sulla quale aveva fatto la tesi, dove ricorda Aleppo, devastata dai grattacieli che ne hanno distrutto l’identità musulmana.
Per Scruton, Atta intendeva protestare contro una civiltà, quella occidentale, che distruggeva la sua. Purtroppo, la propaganda della guerra in Afghanistan e in Iraq, due guerre il cui obiettivo principale era americanizzare i paesi arabi per fare business più che trovare Bin Laden, ha messo in secondo piano la ragione principale per la quale Bin Laden aveva attaccato le Twin Towers: Bin Laden non voleva basi americane in terra araba. Il rifiuto di basi americane e dell’americanizzazione non comportava però per Bin Laden, prima della Guerra del Golfo del 1991, la rinuncia ad avere rapporti e fare affari con l’Europa e gli Stati Uniti; la famiglia Bin Laden era in ottimi rapporti con i Bush, gli americani e gli europei. Arabi ed europei hanno fatto affari per secoli, rispettando differenze religiose, culturali, giuridiche, di costume, così come si sono combattuti, hanno cercato gli uni e gli altri di sopraffarsi, si sono occupati, sono stati respinti. Non è però mai accaduto che i turchi assediassero Oslo, né invadessero la Gran Bretagna come i sassoni, i celti, i romani.
I conflitti tra arabi e cristiani sono rimasti per secoli circoscritti all’area del Mediterraneo. I cristiani si sono anche combattuti e ammazzati tra di loro in Europa, come gli arabi se le sono date tra di loro. È la banalità della storia, dove paci e guerre si alternano continuamente. La situazione cambiò radicalmente per gli arabi, quando a difendere l’Egitto dall’invasione di Napoleone non si presentò un generale egiziano, ma l’ammiraglio Nelson. La frustrazione e la rabbia nasce negli arabi quando diventano terra di conquista e di scambio per chiunque. I popoli di un impero secolare che era arrivato ad assediare Vienna e a fare paura a tutti si trovano a essere occupati, colonizzati, scambiati; a vedere i loro tesori e simboli trafugati. Al British Museum si prova disagio di fronte alle mummie e alla Stele di Rosetta, arraffata da Napoleone, passata poi in mano a Nelson e portata in Inghilterra come trofeo. Se dà fastidio a un’italiana che conosce la storia romana, gli archi di trionfo romani, cosa può provocare in un arabo?
Difficile gli arabi possano avere fiducia negli inglesi che li convinsero a lottare contro i turchi alleati dei tedeschi nella prima guerra mondiale con la promessa dell’indipendenza e poi li truffarono. Nella seconda guerra mondiale combatterono con i tedeschi per liberarsi dagli inglesi e non andò bene neppure allora. Avevano il petrolio e Ford aveva scoperto il capitalismo di massa, un’auto per tutti, da pagare a rate, assicurare, che cambiava non solo le strade, ma abitudini, comportamenti, mentalità. Nascevano i Mad Men. Il grande business del moto, principio fondamentale da Aristotele a Hobbes, al centro del quale c’era il petrolio. Il Medio Oriente non è diventato un’area di conflitti perché agli ebrei è stato concesso di avere uno Stato in Palestina, ma perché il controllo del petrolio da parte delle grandi compagnie americane ha reso di fatto impossibile la sovranità degli Stati arabi e africani, invitati da americani e sovietici e ribellarsi agli imperi europei.
Il risentimento degli arabi nei confronti degli ebrei, non nasce tanto da odio religioso, nasce dalla percezione di Israele come uno Stato creato dagli occidentali per danneggiarli. E’quindi follia razionalista, prova di irrazionalistico senso di onnipotenza, pensare di trasformare in inglesi o europei, capaci di combattere perfino con noi i propri paesi d’origine, uomini e donne che per sopravvivere lasciano la propria terra di cui non sono di fatto più padroni da secoli, pronti anche a fare i lavori più umili, per mandare i soldi alle famiglie o per fare figli, sperando di tornare a casa. L’Europa non è un continente da popolare come gli Stati Uniti, né ha mai rapito uomini e donne dall’Africa per farli lavorare nei campi. Gli afro-americani, discendenti degli schiavi, sono in genere cristiani, non musulmani, hanno perso l’identità religiosa e culturale, ma non quella etnica e preferiscono eleggere come rappresentanti neri non bianchi. Cosi i latinos preferiscono eleggere latinos, quando possono, e difendono la propria lingua e cultura. Nel caso dei latinos, la resistenza nel conservare identità linguistica e culturale è sostenuta dalla vicinanza col Sud America, che parla spagnolo.
Lo stesso accade in Europa con africani e arabi per i quali l’Africa e il penisola araba sono vicini. In Europa arabi e africani non perdono identità, come i latinos in America del Nord. La guerra in Afghanistan e in Iraq con l’idea dell’effetto domino per secolarizzare e americanizzare i musulmani, ha provocato una reazione di solidarietà degli immigrati musulmani in Europa con i paesi arabi attaccati: la reazione più leggera è stata quella delle donne che hanno cominciato a indossare lo chador, la più forte quella dei giovani anglo-arabi che sono andati a combattere in Afghanistan o in Iraq. Sono reazioni naturali e solo un razionalismo astratto può immaginare di eliminarle, quando si combatte una guerra a poche ore di volo da Londra. E’ poco realistico sperare nell’effetto domino di paesi, che parlano le nostre lingue, studiano nelle nostre università, possono comprare le migliori armi o produrle, mentre noi non conosciamo neppure le loro lingue e dialetti. Così tentare di cavalcare le rivolte arabe ha fatto perdere a Obama la simpatia iniziale.
La politica di Obama nei paesi arabi e in Africa è la continuazione di quella di Bill Clinton, che portò alla guerra di Serbia e alla creazione del Kosovo. Il fatto che Breivik protesti nel suo manifesto contro la guerra alla Serbia non significa che questa guerra fosse nell’interesse dell’Europa, né che Breivik difenda la Serbia nell’interesse dell’Europa. Il Kosovo è la regione dove i serbi avevano costruito monasteri e chiese cristiane e il fatto che sia stato occupato dai turchi dal 1400 al 1912 e la maggioranza musulmana degli abitanti ne abbia reclamato la sovranità alla morte di Tito, non significa affatto come afferma Noel Malcolm, corrispondente del Guardian, studioso di Hobbes e di Marcantonio De Dominis, che i serbi non avessero diritti su questo territorio. La tesi di Malcolm, che ha dedicato un libro alla storia della Serbia, non sta in piedi, perché, in base ai suoi principi, non si capisce perché l’Onu non sia intervenuta nel 1982 contro il Regno Unito, quando Margaret Thatcher attaccò l’Argentina per le Falkland o Malvinas. Le isole fanno parte integrale del territorio dell’Argentina, erano deserte, abitate da pastori argentini nel 1825, nel 1833 sbarcarono gli inglesi, vi fecero una base: da allora gli inglesi le considerano proprie e non si capisce quali diritti avessero di reclamare la sovranità su delle isole dell’America del Sud, dove hanno piantato la bandiera soltanto 150 anni fa.
Brievik ritiene il Kosovo un precedente pericoloso, perché qualsiasi insediamento musulmano in Norvegia o in Inghilterra potrebbe diventare un nuovo stato musulmano, ma è difficile immaginare gli Stati Uniti e la Nato a bombardare la Gran Bretagna o uno dei suoi alleati storici come la Norvegia, la Danimarca e l’Olanda. Nell’interesse di Breivik per la Serbia c’è del torbido, come nella guerra contro la Serbia e negli interessi, le passioni, i fantasmi del passato che hanno contribuito a smembrare l’ex Jugoslavia alla morte di Tito. I Balcani sono una zona nevralgica dell’Europa: dai Balcani non è solo partito il colpo di pistola che provocò la prima guerra mondiale, la distruzione degli imperi centrali e la destabilizzazione dell’Europa, ma anche la Guerra dei Trent’anni che devastò l’Europa più della seconda guerra mondiale e ne spezzò l’unità politica e religiosa. La Guerra dei Trent’anni scoppiò nel 1619 in Boemia, attuale repubblica ceca, e fu attivata dalla fondamentalista protestante Elizabeth Stuart, nata nel castello di Falkland in Scozia, e dal marito, Federico V, elettore del Palatinato, leader dei principi protestanti tedeschi.
Frances Yates ha descritto il delirio suscitato tra i fondamentalisti protestanti inglesi e scozzesi dalle nozze di Elizabeth col principe tedesco e le fantasie di abbattere gli Asburgo e “riformare” Roma, traboccante di corruzione cattolica. La Yates descrive il mondo rosacrociano di Heidelberg di Federico V, protestanti ostili agli Asburgo, che si richiamavano ai Templari e alimentarono poi le logge massoniche. Su Brievik, cristiano, massone e templare, aleggia il fantasma della fondamentalista Elizabeth, esiliata dal padre Giacomo I all’Aia, sconfitta nella battaglia della Montagna Bianca, vicino a Praga, e sbeffeggiata dai papisti col titolo di regina d’inverno. Il fantasma di Elizabeth svolazzò anche su Hitler, perché Elizabeth, idolo di tutti i protestanti nemici degli Asburgo, si prese la rivincita con la figlia Sofia che sposò Ernst August di Hannover e suo nipote, Georg Ludwig di Hannover, che non parlava una parola d’inglese, diventò re d’Inghilterra col nome di Giorgio I e fu il primo principe brit elettore del Sacro Romano Impero, mentre sua figlia Sofia Dorotea diventò regina di Prussia. Il sogno di Elizabeth fu rotto da Napoleone che terremotò l’Europa ed eliminò il Sacro Romano Impero, ma attraverso Elizabeth iniziò la tradizione britannica di avere una casa reale tedesca, fino ai Sassonia-Coburgo-Gotha che nel 1917 dovettero cambiare il nome in Windsor. Fu questa tradizione di sovrani con “sangue” tedesco a trarre in inganno Hitler, che credeva nel “sangue”, e a pensare che l’Inghilterra si sarebbe alleata con la Germania se avesse sconfitto la Russia. Il legame di Breivik con Hitler è tutto in questo impasto di miti protestanti, rosacrociani e volontà di potenza che hanno già prodotto in Europa troppe guerre di religione e nel Mediterraneo non si sente certo il bisogno di nuovi Templari, né di guerre di civiltà.
Aria nuova a Milano
Milano, rave party alla basilica di San Lorenzo. Ecco l'urlo della movida: "Pisapia è anarchia" di Giannino della Frattina
«Con Pisapia è anarchia...». La rima è facile. Così come aggirare le nuove norme introdotte in via sperimentale dal Comune per cercare di dare un argine alla movida selvaggia. Che utilizza Internet per lanciare gli appuntamenti e garantire a invitati e punkabbestia che le forze dell’ordine non riusciranno a impedirli. Il rave è servito. Con Pisapia è anarchia, appunto. Come testimoniano i video postati su Facebook. Perché le nuove regole servono a ben poco e i residenti sono costretti a rimanere svegli fino all’alba, storditi dalla musica ad altissimo volume, come successo sabato notte sul sagrato della Basilica di San Lorenzo maggiore. Sfregiata ancora una volta. Perché ora non c’è più nulla di improvvisato. La discoteca abusiva è messa in piedi con tutti i crismi. Nessuna autorizzazione di questura o Comune, ma consolle, casse acustiche e tanto di dj a sparare house. «The hole party», il party del buco. Ovviamente dopo mezzanotte e fino alle prime luci del nuovo giorno. Con i residenti disperati e attaccati al telefono per chiamare polizia, vigili e carabinieri. Che arrivano sul posto. Ma, di fronte a mille persone assiepate in uno spazio così angusto, valutano sia troppo pericoloso tentare uno sgombero con la forza. E, allora, non resta che subire. E quasi una beffa suonano le parole del neo assessore alla Sicurezza Marco Granelli che dopo la giunta di venerdì commentava le nuove disposizioni. A partire dalla chiusura anticipata dei locali intorno alle Colonne dalle 2 all’1,30. «Abbiamo fatto in modo - spiegava - di garantire il riposo notturno dei residenti, almeno dopo una certa ora, lasciando però ai giovani la possibilità di divertirsi fino a tarda sera». Non è andata così. Perché nemmeno ventiquattr’ore dopo erano in mille i giovani a divertirsi ballando fino all’alba al ritmo di un’amplificazione professionale. I residenti insonni e gli assessori Granelli e Franco D’Alfonso a dar la colpa alla Moratti. «Il risultato della pessima gestione della precedente amministrazione», assicurano annunciando per ieri sera una visita notturna. Di lunedì, quando il rischio è ben minore. E magari non a notte fonda. Perché è proprio quando i locali chiudono che scatta l’happy hour tribale. Consolle e impianti col volume a palla, bonghi, chitarre, cori fino al mattino. Il divieto di utilizzare lattine, bicchieri e bottiglie di vetro? Aggirato da un nugolo di venditori abusivi pronto a rifornire di birra e alcolici il popolo della notte. Di una zona in cui nell’ultimo anno e mezzo ci sono stati 185 arresti per detenzione o spaccio di stupefacenti. Indispensabile corollario dello sballo notturno.
E torna la proposta di «riprendere progetto di cancellata in vetro a scomparsa» approvato anche dal soprintendente provinciale ai Beni monumentali Alberto Artioli. E perché a ben poco sembra poter servire anche la decisione della giunta di anticipare alle 2 i lavori di pulizia dell’Amsa al Ticinese. Ramazze e idranti sono armi spuntate. «La discoteca all’aperto abusiva di sabato - attacca Alfredo Zini, vicepresidente vicario di Epam, organizzazione di Confcommercio - è la dimostrazione della difficoltà di gestire la movida. Sono proprio le norme che riducono l’attività dei locali, considerati responsabili di ogni problema ad alimentare questi circuiti alternativi non controllabili». E chiede di uscire «una buona volta dallo schema vecchio che individua nei gestori dei locali i “nemici” della quiete pubblica. Non è così». Ma D’Alfonso e Graneli a differenza dei residenti non sono preoccupati. «Con i giovani cercheremo soluzioni condivise per trovare spazi alternativi per vivere la notte, senza costruire cancellate».
Un pò di notizie
Calderoli ci dice che: "di fronte ad una crisi come questa, i politici non hanno diritto di andare in ferie questo agosto". Il quirinale si toglie poco più d'una settantina d'euro al mese per restituirli alle casse dello stato... epperò poi, succede che zitti zitti (fin quando le notizie non escono sui giornali), la regione lazio aumenta gli stipendi dei manager, Fassino si regala un portaborse da 187 mila (n)euri l'anno e il parlamento, ovviamente, a carico dei contribuenti, paga ancora i portaborse del psi (che NON esiste più). E nel frattempo, le bestie arrivate da lontano fanno scoppiare guerre civili che in un paese civile non si fanno ormai più.
Immigrati in rivolta, sprangate ai poliziotti di Carmine Spadafora
Pretendono il documento che attesti il loro status di rifugiati politici ma, per dare un’accelerata alla lentezza della burocrazia, da ieri mattina e fino alle due del pomeriggio, oltre cento immigrati libici del «Care» (Centro accoglienza richiedenti asilo) di Bari hanno assaltato polizia e carabinieri, bloccato strade e binari della ferrovia e, tenuto in ostaggio migliaia tra automobilisti e passeggeri delle Fs. E, mandato all’ospedale una cinquantina tra poliziotti e carabinieri, feriti dal lancio di sassi e dai colpi di spranga dei neri ma, anche semplici passanti e giornalisti.
Il bilancio degli scontri è gravissimo: oltre cinquanta tra poliziotti, carabinieri e finanzieri sono finiti inospedale per le ferite riportate durante la guerriglia scatenata dagli extracomunitari, provenienti nei mesi scorsi da Lampedusa. In pronto soccorso è finita un’altra ventina di persone, semplici passanti e cronisti. Durante la sommossa provocata da gli immigrati, nordafricani e qualche libico, medici e operatori del 118 sono intervenuti sul posto per curare gli automobilisti divenuti oggetto di un fitto lancio di sassi da parte dei dimostranti oppure intossicati dai lacrimogeni sparati della polizia.
I «ribelli» hanno distrutto tutto ciò si sia materializzato lungo il loro percorso: cassonetti della spazzatura dati alle fiamme, auto private e delle forze dell’ordine distrutte a colpi di spranga e di grossi sassi. Inutili anche i tentativi dei della Questura di Bari che hanno cercato di convincere i capi rivolta ad abbandonare strade e ferrovia. La risposta è stata di tipo ricattatorio: «Prima i documenti e poi andiamo via». Un poliziotto ha commentato amaramente l’aut aut dei dimostranti. «In questo Paese aspettiamo dei mesi per una Tac oppure per ottenere un documento ma nessuno reagisce come stanno facendo oggi gli immigrati, dando alle fiamme uffici e cose dello Stato o private. E noi siamo a casa nostra». Alla fine «solo» una trentina di libici è finita in Questura per accertamenti.
Gli scontri sono esplosi nella zona vicina al Care, nei pressi dell’aeroporto militare di Bari–Palese. Gli immigrati sono fuggiti dal Centro di accoglienza e hanno invaso i binari della ferrovia che passano a ridosso del perimetro del Cara. Gli stranieri hanno invaso anche la statale 16 bis su cui si concentra gran parte del traffico automobilistico barese. Poliziotti, carabinieri e finanzieri in assetto antisommossa si sono fronteggiati con i dimostranti, cercando di disperderli tra le vicine campagne. Prima dell’arrivo dei rinforzi, le forze dell’ordine sono state costrette in qualche caso ad arretrare sotto la furia dei rivoltosi «fuggiti dalle loro guerre civili, ma per portarla in Italia», commentava rassegnato un funzionario della Questura barese. La protesta è terminata grazie alla mediazione del prefetto vicario, Antonella Bellomo e che ha promesso un vertice in Prefettura per domani in cui esaminare le loro richieste. In serata, stavolta a Crotone, altri incidenti. Una trentina di immigrati del Centro di accoglienza di Isola Capo Rizzuto (Crotone) sono evasi inscenando una protesta all’esterno della struttura. Anche qui scontrandosi con le forze dell’ordine.
Effetto domino d'importazione
Parto ancora una volta da un commento preso a caso: "Questo è il Belpaese, dove la legge dice una cosa ma poi se ne fa un'altra. Il Belpaese dove anche l'ultimo arrivato di sfroso può menare i poliziotti, incendiare cassonetti, far casini e distruggere come gli pare, tanto c'è sempre che lo giustifica dicendo che tutti possono manifestare pacificamente e che sono i poliziotti a provocare e picchiare. Mi fermo qui, se no dite che sono un fascista". Poi, leggo nell'articolo che "da almeno due mesi si registrano proteste e tensioni"... e loro continuano a restare in italia (ovviamente a spese del contribuente) a protestare, a distruggere e a dare fuoco mentre il governo continua ad evitare d'affrontare la situazione facendoli restare in suolo italico invece che riportarli a casa.
Bari - Guerriglia urbana nei centri d'accoglienza di Bari e di Isola di Capo Rizzuto. In mattinata si sono registrati violenti scontri con le forze dell'ordine innescati da un gruppo di oltre 150 immigrati che ha bloccato la statale 16 bis e i binari non lontano dal Centro di accoglienza richiedenti asilo di Bari. La polizia ha subito utilizzato gli idranti per disperdere i manifestanti che hanno attivato i blocchi armati di spranghe. Ci sarebbero stati almeno una sessantina di feriti e trenta fermi.
Tensioni all'interno del Centro. Da almeno due mesi si registrano proteste e tensioni all’interno del Cara, il centro di accoglienza per i richiedenti asilo di Bari Polese che ospita oltre 1.200 immigrati, prevalentemente provenienti dal Nord Africa. Gli immigrati hanno acceso alcuni fuochi lungo la linea ferroviaria e dislocato massi lungo i binari per bloccare la circolazione dei treni. I blocchi sono stati progressivamente rimossi dalle forze dell’ordine e dal personale delle Ferrovie. Attualmente i binari sono stati liberati così come la Statale 16. I feriti negli scontri sono tutti lievi e sarebbero almeno una trentina. Si tratta per lo più di personale delle forze dell’ordine che ha subito contusioni per il lancio di sassi da parte degli immigrati che protestano perchè chiedono la regolarizzazione e lo status di rifugiato politico. I manifestanti hanno anche assaltato un autobus di linea che è stato bloccato e danneggiato a sassate.
Rivolta a Crotone. Poi in serata il copione si ripete e questa volta la violenza va in scena a Isola di Capo Rizzuto. Una trentina di immigrati somali che lamentano ritardi nel riconoscimento dello status di rifugiati politic hanno innescato la rivolta. Ci sono stati scontri violenti e prolungati tra gli immigrati e forze dell'ordine, al termine della "guerriglia" si sono contati cinque agenti di polizia feriti, un numero imprecisato di immigrati che hanno riportato lesioni e due stranieri arrestati. Dei cinque agenti feriti soltanto uno è stato ricoverato nell'ospedale di Crotone, mentre per gli altri sono state sufficienti le cure ricevute nel pronto soccorso. La protesta degli immigrati è cominciata all'interno del centro di accoglienza, con il danneggiamento da parte degli immigrati di alcuni mezzi di carabinieri e polizia, ed è proseguita all'esterno della struttura, dove ci sono stati momenti di forte tensione. Gli immigrati hanno dato vita a una fitta sassaiola contro le forze dell'ordine e poi hanno occupato la statale 106 jonica su cui si affaccia il centro di accoglienza.
lunedì 1 agosto 2011
Multikulti
Se il multiculturalismo genera nuovi mostri (e dirlo non è un reato) di Magdi Cristiano Allam
Sembra proprio che in Italia siamo prossimi all’introduzione del reato di offesa al multiculturalismo. Prima che qualche magistrato ideologicamente orientato (purtroppo in Italia non mancano) arrivi a condannare me o altri intellettuali per apologia di razzismo o addirittura di terrorismo, facendo leva su un reato che si accrediterebbe per la prima volta, di offesa al multiculturalismo o all’islam, ritengo sia opportuno chiarire la differenza sostanziale tra la dimensione dell’ideologia o della religione da quella delle persone, nel caso specifico tra multiculturalismo e multiculturalità, nonché tra islam e musulmani.
Dopo la pubblicazione del mio commento sul Giornale dal titolo «La strage in Norvegia: il razzismo è l’altra faccia del multiculturalismo», pubblicato lo scorso 24 luglio, ho ricevuto una valanga di accese critiche e anche qualche violenta minaccia. Data la mia condizione di sicurezza assai critica che mi costringe da oltre otto anni a vivere con la scorta di primo livello eccezionale, ho dovuto denunciare alle competenti autorità i messaggi che incitavano apertamente ad odiarmi, a disprezzarmi, a radiarmi dalla società civile, qualificandomi come talebano, razzista, fascista, nazista, sentenziando la mia condanna all’ergastolo sbattendomi in galera e lanciando la chiave nell’oceano, perché sarei il peggior nemico dell’Italia e dell’Europa, il sommo traditore di tutto, degli arabi e dei musulmani, ma anche degli italiani e dei cristiani, un rinnegato che immeritatamente è riuscito a spacciarsi per giornalista e poi per politico, ma che in realtà è solo un ignorante e un fanatico.
Mi domando se i miei critici, denigratori e implacabili giustizieri si siano presi la briga di leggere il mio commento prima di infliggermi la pena capitale senza possibilità d’appello. Come hanno potuto tralasciare la mia ferma condanna delle stragi di Oslo e di Utoya, ripetute all’inizio e alla fine del commento, chiarendo che non possono essere in alcun modo giustificate e che non si può accordare alcuna attenuante a chi attenta alla sacralità della vita di tutti, a prescindere dall’etnia, dalla fede, dall’ideologia e dalla cultura? Probabilmente non sanno che proprio per la mia strenua difesa della sacralità della vita di tutti che è iniziato il mio calvario oltre 8 anni fa, quando da musulmano moderato e laico sostenni pubblicamente il diritto di Israele a esistere come Stato del popolo ebraico, condann ando aperta mente il terrori smo islamico che, dopo aver legittimato il massacro degli israeliani e degli ebrei, si è scatenato contro i cristiani e infine contro tutti i musulmani che non si sottomettono al suo arbitrio.
Quando nel 2003 fui per la prima volta condannato a morte da Hamas proprio per la mia pubblica denuncia del terrorismo suicida islamico che mieteva vittime tra i civili israeliani, pagando sulla mia pelle la limitazione alla mia libertà personale, ho compreso la necessità di distinguere tra la dimensione della religione e la dimensione delle persone. Presi atto del fatto che i musulmani come persone possono essere moderati, ma che l’islam come religione non è moderato. I fatti oggi confermano che sono gli stessi musulmani la gran parte delle vittime del terrorismo islamico che si ispira esplicitamente ai versetti coranici che istigano all’odio, alla violenza e alla morte contro gli ebrei, i cristiani, gli infedeli, gli apostati, gli atei, le adultere e gli omosessuali. Così come si fonda sul comportamento di Maometto che ha ucciso i «nemici dell’islam» fino a commettere l’orrore di partecipare di persona allo sgozzamento e alla decapitazione di circa 800 ebrei della tribù dei Banu Quraisha nel 628 alle porte di Medina.
Il ragionamento simile l’ho maturato nei confronti del multiculturalismo dopo l’atroce sgozzamento di Theo Van Gogh il 2 novembre 2004 da parte di un giovane terrorista islamico olandese di origine marocchina nel centro di Amsterdam e dopo la strage perpetrata da quattro giovani terroristi suicidi britannici di origine pachistana nel centro di Londra il 7 luglio 2005. Da allora hanno preso le distanze o pubblicamente denunciato il multiculturalismo capi di stato e di governo europei di sinistra e di destra, da Tony Blair a David Cameron, da Nicolas Sarkozy a Angela Merkel, da Silvio Berlusconi a Anders Fogh Rasmussen. Ebbene se io oggi condanno apertamente il multiculturalismo e come reazione vengo accusato di essere razzista, fascista, ecc. dovremmo estendere la medesima accusa a questi capi di Stato e di governo?
A questo punto dobbiamo chiarire la distinzione fondamentale tra il multiculturalismo e la multiculturalità. La multiculturalità è la fotografia della realtà inoppugnabile che ci fa toccare con mano il fatto che ormai in qualsiasi angolo della terra convivono persone provenienti da Paesi diversi, con fedi, culture e lingue diverse. Personalmente considero di per sé la multiculturalità come una realtà positiva, una risorsa che può tradursi in arricchimento e crescita per l’insieme della società e, su scala più ampia, per l’insieme dell’umanità.... La multiculturalità è l’estensione, nel nostro mondo globalizzato, della realtà dell’emigrazione che è connaturata alla vita stessa, avendo da sempre l’uomo ricercato altrove migliori condizioni di sussistenza.
Il multiculturalismo invece è tutt’altro dalla multiculturalità. Mentre la multiculturalità è un dato che concerne gli «altri», il multiculturalismo è un dato che concerne il «noi». Il multiculturalismo è un’ideologia che immagina di poter governare la pluralità etnica, confessionale, culturale, giuridica e linguistica senza un comune collante valoriale e identitario, limitandosi sostanzialmente a elargire a piene mani diritti e libertà a tutti indistintamente senza richiedere in cambio l’ottemperanza dei doveri e il rispetto delle regole. Il multiculturalismo laddove viene praticato, principalmente in Gran Bretagna, Olanda, Svezia, Norvegia, Danimarca, Belgio, Germania, ha finito per disgregare anche fisicamente la società al suo interno con la presenza di quartieri-ghetto abitati quasi esclusivamente dagli immigrati, ha accreditato l’immagine di nazioni alla stregua di «terre di nessuno» alimentando l’appetito di chi ci guarda come se fossimo «terre di conquista».
Ora spero proprio che sia chiaro il mio pensiero: se io, legittimamente, confortato anche dalla posizione espressa da capi di Stato e di governo europei in carica, denuncio il multiculturalismo, ciò non significa in alcun modo né che io sia contrario alla multiculturalità intesa come convivenza con persone di etnie, fedi, culture e lingue diverse e, meno che mai, che io nutra un pregiudizio razziale o religioso nei confronti delle persone. Come potrei mai proprio io, che sono di origine egiziana e che sono stato musulmano per 56 anni, avere sentimenti ostili nei confronti dei miei exconnazionali e dei miei excorreligionari? Tuttavia, al pari di Gesù e di Gandhi, che dissero di amare il peccatore, ma di odiare il peccato, io rivendico il diritto di poter affermare pubblicamente e legittimamente sia il mio amore per gli immigrati e per i musulmani come persone sia la mia condanna del multiculturalismo come ideologia e dell’islam come religione. È ancora lecito in Italia e in Europa affermare la verità in libertà? Possiamo ancora attenerci all’esortazione evangelica: «Sia il vostro parlare sì sì, no no»?
Bestie d'importazione
BARI - Alcune centinaia di immigrati ospiti del Cara di Bari hanno bloccato strade e binari nei pressi del Centro di accoglienza per protesta contro le lungaggini burocratiche che ritarderebbero il rilascio dello status di rifugiati. Secondo le prime notizie, alcuni manifestanti sarebbero armati di spranghe e avrebbero attaccato i poliziotti. Sarebbero state danneggiate auto della polizia; ci sarebbero feriti, anche tra alcuni passanti.
LA RIVOLTA - I migranti hanno bloccato la Statale 16 bis in entrambe le direzioni di marcia e stanno causando disagi alla circolazione dei treni lungo i binari adiacenti al Centro di accoglienza per richiedenti asilo. Sul posto stanno confluendo in numero massiccio le forze dell'ordine. La circolazione è in tilt. «Vogliamo i documenti»: così Mohamed, uno degli immigrati che partecipa alla protesta, ha risposto alla domanda di un cronista di un emittente locale che gli chiedeva i motivi della manifestazione degenerata in scontri. Mohamed ha aggiunto di essere ospite del Cara di Bari da sette mesi e di non sapere ancora nulla della sua richiesta di asilo. «Se abbiamo i documenti lasciamo la barricata» ha aggiunto un altro manifestante. Le forze dell'ordine, in tenuta antisommossa e utilizzando anche gas lacrimogeni, hanno costretto i manifestanti ad indietreggiare e stanno cercando di riportarli nelle vicinanze del Centro di accoglienza richiedenti asilo.
ORE 12.30 - LA RIVOLTA CONTINUA - Un gruppo di immigrati che era stato isolato nelle campagne attorno alla ferrovia dalla polizia che lo stava facendo retrocedere verso il recinto del Centro, ha improvvisamente reagito con lanci di sassi contro i poliziotti. Le forze dell'ordine sono arretrate andandosi a riparare dietro due automezzi. A nulla sono valsi i lanci di lacrimogeni e la presenza dall'alto di un elicottero della polizia che ha tentato di disperdere i manifestanti. Dopo aver messo in fuga le forze dell'ordine, gli immigrati hanno cominciato a lanciare sassi anche contro i giornalisti, che si sono rifugiati su un cavalcavia che sovrasta la zona degli scontri. La situazione è tornata temporaneamente alla tranquillità. I manifestanti si sono dispersi in alcune zone di campagna, mentre i mezzi della polizia si sono dislocati sul cavalcavia a distanza di sicurezza. Un manifestante è stato ammanettato e arrestato, e quindi medicato sul posto per alcune ferite che aveva sulle braccia. La zona continua ad essere sorvolata da un elicottero della polizia, mentre gli agenti sono dislocati in varie postazioni.
I FERITI - Decine di poliziotti e carabinieri sono rimasti feriti nelle cariche con gli immigrati del Cara di Bari, che per fronteggiare la polizia hanno lanciato grosse pietre tratte dai muretti a secco delle campagne dove è in corso la manifestazione di protesta. Al momento le forze dell'ordine e i manifestanti si mantengono a distanza. Gli immigrati sono divisi in gruppetti lungo il perimetro del Centro, mentre le forze dell'ordine sono dislocate nella zona circostante e intorno ai mezzi di soccorso. A quanto si è appreso, una delegazione di manifestanti sarebbe tornata a ridosso del recinto del Cara, dove sarebbe in corso un tentativo di trattativa da parte di funzionari della Questura, della Prefettura, del Comune di Bari e della Regione Puglia, per convincere gli immigrati a recedere dalla protesta. Alcuni gruppi di manifestanti stazionano sui binari della ferrovia Bari Nord, che sono stati bloccati con massi. Il traffico ferroviario è bloccato su questa linea e anche su quella delle Ferrovie dello Stato, che corrono entrambe a ridosso del recinto del Cara. Dall'esterno del Centro è visibile uno dei grandi capannoni che accoglie una delle sale comuni del Centro, la cui copertura è stata semidistrutta.
IL SINDACO EMILIANO - «Quanto accaduto oggi sulla tangenziale di Bari e zone limitrofe al Cara di Palese dimostra che la città sta pagando un prezzo altissimo alle politiche del Governo Berlusconi che concentrano sulla nostra città un numero sproporzionato di richiedenti asilo, allungando in modo insopportabile i tempi della verifica delle domande e scaricando sulla cittadinanza il peso di questo errore». Lo afferma in una nota il sindaco di Bari, che è a Roma per impegni istituzionali e ha seguito la rivolta del Cara tramite il direttore generale del Comune, Vito Leccese. «I richiedenti asilo - ha detto - devono essere smistati immediatamente in altre strutture e devono essere potenziate le Commissioni che esaminano le domande, per ridurre gli estenuanti tempi di attesa». Ha poi affermato che chi, tra i richiedenti asilo, «si è reso responsabile di reati va immediatamente arrestato e processato, valutando l'ipotesi di un immediato rimpatrio se questo non è incompatibile con il diritto alla sopravvivenza del richiedente asilo». «Purtroppo - ha aggiunto - i fatti accaduti sulla tangenziale questa mattina sono manna per il razzismo che è dentro ognuno di noi. L'incapacità di intuire ciò che stava accadendo dentro il campo e di prevenire l'occupazione della principale strada di accesso al capoluogo di Regione dimostra che il campo non è gestito adeguatamente. Sarà il nuovo Prefetto ad accertare le responsabilità». Emiliano è quindi tornato a chiedere al ministro Maroni la nomina del prefetto sottolineando che la sede è vacante da mesi.
IL GOVERNATORE VENDOLA - «Nell'esprimere la mia solidarietà alle forze dell'ordine e nell'auspicare una pronta guarigione ai feriti, voglio ringraziare tutti coloro che in queste ore hanno lavorato perché si potesse giungere ad una mediazione. Ma di fronte a questa situazione non si possono tacere responsabilità gravissime del Governo Nazionale. L'immigrazione non è una questione che può essere trattata in termini di mero ordine pubblico e di repressione». Lo ha detto il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola commentando gli incidenti. Per Vendola, «urge, oggi più che mai, una risposta politica all'altezza della situazione. Per questo - aggiunge - torno a chiedere che il Governo conceda il permesso di soggiorno per motivi umanitari come già fatto nei mesi scorsi in occasione dell'ondata di sbarchi dalla Tunisia. Gli incidenti di oggi - ha sottolineato Vendola - sono il frutto avvelenato della disperazione di chi, dopo lunghi viaggi della speranza in fuga da guerra, persecuzioni e fame, si vede negata la possibilità di un futuro di accoglienza. Le insopportabili attese per le pratiche di valutazione delle richieste di asilo - ha continuato - e il numero crescente di dinieghi rappresentano una condizione inaccettabile nella fase straordinaria che stiamo attraversando. I centri di accoglienza per richiedenti asilo scoppiano in tutta Italia. Il sovrannumero e l'incertezza sul proprio futuro rischiano di determinare una moltiplicazione delle rivolte e un ulteriore innalzamento della tensione».
MANTOVANO: «VIOLENZE INTOLLERABILI» -«Nell'esprimere apprezzamento per la professionalità e la generosità delle forze di polizia intervenute (in particolare, per la Polizia di Stato), sono certo che seguiranno interventi sanzionatori verso coloro che saranno riconosciuti come autori degli illeciti. Poiché va perseguito l'obiettivo di perfezionare il sistema di prevenzione di violenze come quelle messe in atto oggi, ma al tempo stesso vanno accelerati i tempi per la trattazione delle domande di asilo e di rafforzamento della struttura del Cara, mercoledì 3 agosto alle 14.30 presiederò nella prefettura di Bari una riunione tecnica dedicata alla questione. L'incontro, fissato d'intesa col Ministro Maroni, precederà quelli già da tempo concordati, sempre con sede in Prefettura, sulle misure di contrasto alla criminalità nelle aree critiche del Gargano e del Barese. A esso prenderanno parte, oltre ai vertici provinciali delle forze di polizia, il Prefetto Angela Pria, capo del Dipartimento libertà civili e immigrazione del Viminale, e il Presidente della Commissione asilo operante a Bari».
LA SENATRICE - «Dopo i gravissimi fatti di pestaggi e scontri violenti, avvenuti in questi giorni al Cie di Ponte Galeria, a Lampedusa e oggi al Cara di Bari, il Governo riveda subito le sue posizioni, adottando misure più ragionevoli e più rispettose dei diritti civili: non è tollerabile il carcere per gli innocenti». Lo chiede la senatrice del Pd Rosa Calipari che domani sarà al presidio organizzato da associazioni, sindacati e rete di associazioni, davanti al Senato per dire no al decreto Maroni sui rimpatri. «I Cie - afferma - sono luoghi dove i diritti delle persone sono sospesi e dove non è garantita nessuna tutela legale e nessun rapporto con il mondo esterno. Prolungare i tempi passando da 6 mesi a 18 è una vera vergogna oltre ad essere una misura disumana: trattenere per 18 mesi innocenti è più punitivo del carcere, si tratta di persone che non hanno subito nessun processo. Non è più tollerabile che in un paese civile come l'Italia siano previste misure così indegne, disumane e ingiuste».
ORE 14 - Si è conclusa la protesta degli immigrati dopo l'impegno scritto assunto dal prefetto vicario di Bari, Antonella Bellomo, di dare una risposta alle loro richieste entro mercoledì prossimo, dopo la riunione che si terrà in prefettura a Bari con il sottosegretario all'Interno Alfredo Mantovano.
Stalker, poliziotti, sparatorie...
Magari lo stalker, per potersi beccare una "giusta pallottola" in corpo, avrebbe dovuto ammazzare la ex fidanzata prima...
ROMA - È indagato per «eccesso colposo in uso legittimo di armi» l'agente di polizia che sabato 30 luglio - durante un inseguimento congiunto ad opera di polizia e carabinieri sul Grande raccordo anulare di Roma - ha colpito a morte un pregiudicato in fuga, uno stalker che era appena stato protagonista di una notte di follia dopo aver tentato di assalire l'ex fidanzata in un condominio di Cinecittà.
LA SPARATORIA SUL GRA - Il poliziotto era a bordo di una delle pattuglie che - dopo la fuga dal condominio davanti al quale aveva speronato un'auto delle forze dell'Ordine - inseguivano Bernardino Budroni, 40 anni. L'agente, in forze al Reparto Volanti di Roma, dovrà rispondere deella violazione degli art. 53 e 55 del Codice penale. L'indagine è affidata al procuratore aggiunto, Pierfilippo Lariani, che ha intanto disposto l'autopsia sulla vittima ed una consulenza balistica che dovrà chiarire la traiettoria del colpo esploso mentre Budroni era in fuga a bordo della sua Ford Focus.La sparatoria avvenne sul Grande raccordo anulare di Roma, all'altezza dello svincolo di via Nomentana. La vittima era stata denunciata dalla ex compagna per stalking.
«QUELL'UOMO ERA UNA FURIA» - Nella notte tra sabato e domenica Budroni aveva raggiunto l'appartamento della ex fidanzata tentando di sfondare la porta dell'abitazione e danneggiando il portone d'ingresso: «Quell'uomo era una furia, ci siamo dovuti barricare in casa», hanno raccontato gli inquilini del palazzo di via Quintilio Varo, svegliati per tre volte di seguito dall'assalto di Budroni. Nell'edificio di quattro piani su un viale alberato, i segni dei tentativi dell'uomo di raggiungere e aggredire l'ex fidanzata - anche lei di 41 anni, separata dal marito e madre di un tredicenne, residente nello stesso edificio - sono ancora evidenti: sfondati a martellate il vetro del portone e il gabbiotto del portiere, distrutte le maniglie, anche quelle più pesanti, danneggiate le porte dell'ascensore, forse con il cacciavite con cui lo stalker poi ucciso aveva tentato di aggredire il padre della ex fidanzata.
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