domenica 5 settembre 2010
Sarkò, i nomadi e la gauche
C'erano Rom e nomadi in testa al corteo che oggi è partito da place de la Republique, a Parigi, per contestare la politica di Sarkozy, considerata "xenofoba" dai manifestanti. Cinquantamila secondo gli organizzatori (100.000 in tutta la Francia), 12.000 per la polizia, ma Brice Hortefeux - ministro degli Interni - ha minimizzato: "Si è trattato soltanto di qualche decina di migliaia di persone". Il corteo, molto atteso dopo un'estate in cui le espulsioni dei Rom dei campi abusivi hanno tenuto banco sollevando proteste in tutt'Europa, era organizzato da una cinquantina di associazioni e Ong, ma hanno partecipato tutti i principali rappresentanti della sinistra, per una volta uniti, oltre ai rappresentanti dei sindacati e a molti artisti.
Proprio questi ultimi hanno dato il via alla mobilitazione di oggi, presentandosi questa mattina sotto le finestre del ministero dell'Immigrazione per una "serenata" sulle note dell'allusiva «Les petits papiers» di Serge Gainsbourg, interpreti fra gli altri la cantante Jane Birkin e l'ex regina delle notti parigine, Regine. Jane Birkin, accompagnata dalle note di una fisarmonica, ha spiegato: "E' una canzone per la miseria della gente, per riscaldarla. Mi sembra che si creino dei capri espiatori, clandestini o Rom, che possono essere espulsi al contrario di me, che sono anch'io straniera".
Presenti nel corteo organizzazioni caritative come Emmaus, anti emarginazione come "Attac" e il Mrap, il Movimento contro il razzismo e per l'amicizia fra i popoli. In testa, una quarantina di Rom romeni, il cui accampamento è stato raso al suolo il 12 agosto a Choisy-le-Roi, nella banlieue parigina, dietro uno striscione che recitava: "No alla politica inumana di Sarkozy". Al loro fianco, associazioni di nomadi francesi che portavano una bara di cartone con la scritta 'Sarkozy 1955-2010' e foto del presidente francese sulle quali c'era scritto 'Figlio di Petain', con allusione al maresciallo che fu capo della Francia collaborazionista sotto l'occupazione.
C'era tutta la gauche, dai Verdi con Cecile Duflot, ai socialisti, dal sindaco di Parigi Bertrand Delanoe alla vedova del presidente Francois Mitterrand, Danielle, poi tutti i sindacalisti e i capi delle associazioni. Molti inalberavano la prima pagina del quotidiano Liberation, che oggi titolava 'La nostra coscienza ci impedisce di tacere'. In centomila, o qualche decina di migliaia in meno stando ai conti del ministero dell' Interno, hanno sfilato in 130 città di Francia, spesso con Rom e talvolta con nomadi in prima fila, come a Bordeaux. Per gli analisti, è stato l'assaggio di una mobilitazione contro il governo che annuncia un autunno caldo, non soltanto per la stretta sulla sicurezza voluta da Sarkozy quest'estate ma anche per la riforma delle pensioni, uno dei provvedimenti più invisi all'opinione pubblica. Rappresenta però, come ha più volte sottolineato lo stesso capo dello stato, il momento cruciale della presidenza Sarkozy, e da martedì sarà in parlamento, presentata dal contestatissimo ministro Eric Woerth, coinvolto nello scandalo Bettencourt per conflitto d'interessi.
I passaporti magici
Due milioni di nuovi europei grazie al passaporto magico di Fausto Biloslavo
Il passaporto europeo è diventato una chimera ma centinaia di migliaia di cittadini, formalmente al di fuori di confini dell'Unione, lo hanno già ottenuto o potrebbero riceverlo per motivi storici e politici. L'Ungheria è pronta a concedere il passaporto a 300mila connazionali che vivono nella provincia autonoma della Vojvodina, nel nord della Serbia. Un retaggio storico, come i 160mila ungheresi in Ucraina. Consistenti minoranze che scalpitano per poter viaggiare e cercare lavoro liberamente in Europa, grazie all'ingresso della madrepatria nella Ue. Il quotidiano inglese «Times» ha stilato la lista lanciando l'allarme. I bulgari stanno preparando i passaporti per 300mila turchi espulsi dal regime comunista di Todor Zhivkov negli anni Ottanta. E si sta discutendo dell'ipotesi di cittadinanza a 1,4 milioni di bulgari che vivono in Macedonia, una delle repubbliche più povere dell'ex Jugoslavia.
Nel nostro piccolo già da anni gli italiani della minoranza rimasta in Istria, Fiume e Dalmazia alla fine della seconda guerra mondiale hanno diritto alla doppia cittadinanza. In gran parte vivono in Croazia, che a differenza della Slovenia non è ancora entrata nell'Unione europea. Giusti motivi storici e politici hanno permesso a circa 9mila italiani in Istria e Dalmazia croata di ottenere il passaporto italiano, che permette di girare nell'Europa comunitaria.
Secondo il «Times» il caso più allarmante riguarda la Romania entrata in Europa nel 2007. Fin dal 1991 il governo aveva deciso di concedere la cittadinanza ai vicini moldavi che sostenevano di averne diritto. In otto anni sono stati rilasciati 120mila passaporti a chi vive in Moldavia, uno dei paesi più disgraziati d'Europa. Con l'ingresso di Bucarest nella Ue le richieste si sono impennate. Quest'anno sono state registrate 53mila nuove domande e le autorità romene hanno già consegnato 17mila passaporti ai moldavi. Anche in questo caso la «politica dei passaporti» fa i conti con la storia. Nel 1940 Stalin mise le grinfie su territori romeni inglobando poi la Moldavia nell'Urss.
Secondo il «Times» la nuova ondata di cittadini europei acquisiti dall'Est potrebbe «essere un problema per i Paesi più ricchi dell'Unione europea occidentale». Un milione di moldavi, un quarto della popolazione, cerca un posto all'estero per mantenere la propria famiglia. «Molti di loro lavorano illegalmente per periodi brevi dai tre ai sei mesi. - scrive il quotidiano di Londra - Se diventassero cittadini europei, quello che adesso è illecito sarà legale e avranno il diritto di accedere a sussidi di disoccupazione e benefici». I moldavi puntano all'Inghilterra, ma pure alla Grecia, la Spagna e l'Italia. Un altro problema è costituito dai delinquenti e dallo sfruttamento della prostituzione, che utilizza le moldave buttandole sui marciapiedi delle città europee, comprese le nostre. I passaporti, per fortuna, non vengono rilasciati in massa, ma gradualmente. Per i moldavi i tempi tecnici di attesa sarebbero di almeno due anni.
Ai confini orientali dell'Unione europea lo scacchiere geopolitico potrebbe riservare ulteriori sorprese. La Transnistria è un piccolo paese fantasma pressato fra la Moldavia e l'Ucraina, che sopravvive grazie all'aiuto russo. Non si esclude che un accordo diplomatico possa riportarla sotto gli ucraini, che a loro volta cederebbero una fetta di territorio. Il risultato di questi cambiamenti è che la Moldavia potrebbe federarsi con la Romania entrando di fatto nell'Unione europea. Mosca non sta a guardare e gioca la sua partita dei passaporti rilasciandoli alla minoranza etnica nei paesi baltici, che sono tutti e tre membri della Ue. E lo stesso fa con la Transnistria.
I conti con la storia influenzano pure la Germania. Berlino ha accelerato le procedure per concedere la cittadinanza agli israeliani che ne fanno richiesta. Molti giovani dello stato ebraico puntano al passaporto europeo per girare senza quello con la stella di David, che pone problemi in molti paesi islamici. Il caso più eclatante evidenziato dal «Times» riguarda la Spagna. Madrid concede il passaporto ai discendenti dei comunisti che furono costretti all'esilio dal generalissimo Franco in America Latina o a Cuba. In un solo anno la Spagna ha ricevuto 161.463 richieste rilasciando oltre 80mila passaporti validi per tutta l'Unione europea.
sabato 4 settembre 2010
Su Gheddafi
La rivincita di Moammar Gheddafi a Roma di Piera Prister
Dice Emma Bonino: “Ogni volta che Gheddafi ritorna a Roma, e’ sempre peggio.” ( Gadhafi Urges Italians to Convert to Islam, The Wall Street Journal 31 agosto, 2010) . E’ chiaro che con i suoi petrodollari e il grande giro di affari che ha con le industrie italiane, il dittatore libico sponsor del terrorismo, la fa sempre piu’ da padrone, permettendosi delle liberta’ che prima incedono in un adagio maestoso e poi irrompono in un crescendo, fino al gran finale burlesco della sua voce che tuona: “Italiani convertitevi all’Islam!”, seguito dalla distribuzione di Corani e dalle conversioni. Ben ci sta! Povera Italia, che altro smacco piu' grave dovra' sopportare, a quale umiliazione e’ ridotta! Che altro ci saremmo potuti aspettare con la presenza massiccia dei capitali libici nelle banche UniCredit, nell’Ente Nazionale Idrocarburi, nei giornali italiani – che disinformano da tempo sempre di piu’- e nelle squadre di calcio. Con Gheddafi continuano ad affluire i capitali libici in Italia, un mucchio di soldi, tutti contenti che bonta’, grazie, Sig. Gheddafi! Su coraggio Italiani, cosi’ facendo non ci sveglieremo piu’ al suono argentino delle campane ma al canto melodioso dei muezzin che dai minareti chiamano i fedeli alla preghiera. Non dimentichiamoci che a febbraio, lo stesso Gheddafi ha fatto un appello alla guerra santa della Jihad contro la Svizzera per il referendum vinto contro i minareti.
La penetrazione islamica in Europa e in Italia - a suon di bombe e di petroldollari - e’ gia’ iniziata da tempo, dai tempi delle molte stragi che i cattocomunisti al governo hanno sempre depistato con una copertura dopo l’altra perche’ gli Italiani non sapessero chi ne fossero gli autori. Ora siamo impelagati fino all’osso e ci siamo immessi in una strada a senso unico senza ritorno. Il premier Berlusconi e' certamente molto meglio di Romano Prodi e di Massimo d'Alema e ha ereditato purtroppo il mismanagement delle amministrazioni precedenti, compromesse anima e corpo con l’Islam, ma al momento non ci ricorda certo la tempra di Scipione l’Africano, vincitore di Zama, quando diede una bella lezione ad Annibale, ne’ la risolutezza del presidente Reagan, che fece bombardare Tripoli. Gheddafi sembrava aver imparato la lezione, standosene in disparte per un bel po’ e aspettando l’occasione per rialzare la cresta. Occasione che e’ arrivata con l’elezione di Obama, un presidente filoarabo alla Casa Bianca che piace molto al dittatore libico a tal punto che lo reputa come un figlio, e che gli ha dato spunto per poter di nuovo gonfiarsi le penne. Un presidente americano che in un intervista a Nicolas Cristoff, giornalista emerito del New York Times del 6 marzo 2007 -quando Obama era senatore- ebbe a dire che: “the Muslim call to Prayer is one of the prettiest sound on the earth” cioe’ che il richiamo musulmano alla preghiera e’ uno dei suoni piu’ belli sulla terra. Dichiarazione seguita dalla recitazione della preghiera ripetuta a memoria da Obama, per esteso, in perfetta lingua araba e senza accento. Nulla da eccepire sulle preferenze del presidente Obama, ma perche’ il N.Y.Times s’e’ affrettato a cancellare tale intervista dal proprio sito su internet? E che cosa c’e’ da nascondere? La risposta e’ che la silenziosa Eurabia avanza ovunque, anche sotto mentite spoglie.
Dopo la penetrazione a suon di bombe e di capitali, ora inizia anche la penetrazione culturale araba. E’ la rivalsa di Moammar Gheddafi che ha sempre guardato con ammirazione e spirito di rivalsa Roma, dal basso verso l’alto, come un beduino in una tenda nel deserto, quando Roma era una grande potenza militare e dominava le coste del Mediterraneo, costruendo citta’ d’arte nel Nord Africa come per esempio Leptis Magna, una citta’ romana bellissima, preservata nel deserto della Tripolitania, con le sue colonne di marmo bianco, archi, templi e statue che si stagliano nel deserto. Il sogno di Moammar e’ il sogno redivivo di Amilcare e Annibale che ai tempi della Repubblica di Roma, cercarono di conquistarla con gli elefanti. Vinsero per un po’ di tempo ma poi alla fine subirono la sconfitta finale. Ora ci riprova Gheddafi che tra i suoi sogni ha proprio quello di conquistare Roma e di vederla prostrata ai suoi piedi.
Ed ecco fatto! E’ arrivato a Roma non con gli elefanti - che delusione, questo si’ che ci avrebbe impressionato - ma solo con 30 destrieri berberi, amazzoni e una folta corte, attirando la curiosita’ dei paparazzi e delle televisioni di tutto il mondo. Il tutto nello scenario grandioso dell’antica Roma che, per costruzioni massicce, strade, palazzi e acquedotti e perche’ no, vespasiani e cloaca massima, non ha niente a che fare con la beduinita’ dei deserti, con gli olezzi ammorbanti di cloache a cielo aperto, con gli harem e con le donne velate. Il mondo culturale che Gheddafi ci evoca in verita’, anche volendo stare al suo gioco un po’ bizzarro, a ben guardare non e’ per nulla cortese. Non e’ cortese verso la grazia delle donne, di quelle 800 ragazze che sembravano starnazzare per avere le attenzioni del gallo di turno, tanto piu’ se questi e’ il padrone del pollaio. In questi casi la sorte brutale riservata alle donne in questi regimi islamici la conoscono ormai tutti... il burqa e la lapidazione le attendono.
Ormai non incanta piu’ nessuno nemmeno l’inganno culturale del mito di Sheherazade che tra veli e danze, al suono della musica arabesque di Rimsky-Korsakov, seduce il crudele sultano - che pretende una vergine per notte per farla decapitare il giorno dopo - Ne' l'inganno di coloro che vogliono costruire moschee e centri culturali islamici per designare territorialmente le conquiste della Jihad. Quello di Gheddafi e’ un regime poi che di sottobanco tratta la liberazione di al-Megrahi, il mostro di Lockerbie con un governo britannico che si lascia corrompere dal petrolio. Che sia arrivato il turno anche dell’Italia? La situazione sta precipitando e sta cambiando celermente da un anno all’altro, con un presidente alla Casa Bianca che permette, impotente, che l’Iran si armi di testate nucleari. Anche in Gran Bretagna, con il tanto atteso cambio della guardia al governo, sembra che il nuovo premier David Cameron non sia tanto diverso da Gordon Brown se, per avere e aumentare le commesse del British Petroleum nel golfo della Sirte, si permette di dire che Gaza e’ un campo di prigionia - a prison camp - e nel frattempo fa l’occhiolino al turco Erdogan, promuovendo cosi’l’ingresso di una Turchia integralista in Europa.
L’odore del petrolio seduce chiunque e, in cambio dei petroldollari affluenti nelle finanze italiane, che cosa Gheddafi pretendera’ dall’Italia? Per ora sappiamo che l’Italia dovra’ risarcire i danni del colonialismo italiano in Libia con ingentissime somme di denaro, mentre Gheddafi non sembra che abbia intenzione di risarcire tutti gli Italiani cacciati indegnamente dalla Libia dal dittatore stesso. Eppoi, di quali danni si tratta se gli Italiani, come da sempre e’ nella loro natura e tradizione, ci risulta invece che abbiano costruito cola’ case, strade, ospedali e scuole, e abbiano alfabetizzato quelle popolazioni!
Ma l’Islam continua ad avanzare ovunque con il terrore e il ricatto, al momento purtroppo, non s’intravede l’alba di una leadership. Non quella del primo ministro Silvio Berlusconi che ci e’ sembrato non certo a suo agio e a corto di battute salaci - che di solito gli sono congeniali - e che all’indirizzo di Gheddafi, sarebbero state appropriate e apprezzate; ne’ del papa Benedetto XVI che da quando ha indossato la kefia, non e’ certamente ragguagliabile a Pio V della battaglia di Lepanto. Ne’ tantomeno di Obama. La leadership appartiene a Netanyahu che per nulla scalfito resiste come una roccia, e’ infatti risoluto a difendere il suo paese e a non permettere la divisione di Gerusalemme, che continua a ribadire e’ la capitale di Israele, una ed indivisibile.
Ma la speranza e’ dura a morire, non e’ detta l’ultima, tra poche settimane a novembre, si deve giocare ancora la carta delle elezioni di medio termine, in seguito alle quali i conservatori potrebbero riconquistare le due camere. Come il New Yorker ha pubblicato recentemente in copertina le sequenze di Obama che prima come il Messia cammina sicuro sulle acque del lago di Tiberiade per poi annaspare e sprofondare, cosi’ questa settimana il Time Magazine ha pubblicato in copertina la fotografia di Obama definendolo “Mr.Unpopular” visto che la sua popolarita’ sta declinando, dal 68% - dell’approval ratings dei tempi della sua elezione, simile a quelli di J.Kennedy - al 40% di adesso. Chissa’ che un buon segnale di contrattacco non parta proprio da qui, di nuovo dall’America.
La coop... sei tu
In Toscana la propaganda Coop alleva i consumatori a scuola di Marco Gemelli
Firenze - Piccoli consumatori crescono. Specie se viene loro insegnato fin da bambini come (e soprattutto dove) fare la spesa. Ma per essere sicuri che vadano nel supermercato "giusto", quale migliore occasione che accompagnarli direttamente tra gli scaffali insieme alle maestre? É quanto accade in Toscana, con i corsi di "Educazione alimentare" che ogni anno la Coop tiene nelle scuole pubbliche. Un progetto che quest’anno celebra il trentesimo anniversario e si avvale di un protocollo d’intesa con il ministero della Pubblica istruzione. Eppure, la modalità con cui si svolgono i corsi ha suscitato perplessità tra alcuni genitori. Il casus belli, in particolare, è la rituale "visita guidata" nei supermercati Coop prevista nel pacchetto: a detta dei genitori, infatti, dietro le buone intenzioni dei corsi - educare alla corretta alimentazione e al consumo consapevole, studiare i prodotti e le etichette, imparare a rispettare l’ambiente - si celerebbe una forma di pubblicità, neppure troppo occulta. Una sorta di propaganda, insomma, per indirizzare e condizionare fin da piccoli i bambini verso la Coop come luogo privilegiato dove fare la spesa una volta diventati più grandi.
"Si tratta di menti delicate e facilmente plasmabili - sostiene Adriano Fontani, padre di un bambino di una scuola della provincia di Siena, che sull’argomento ha scritto una lettera al ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, al governatore toscano Enrico Rossi e all’Ufficio scolastico regionale - che riconoscendosi nell’autorità dell’insegnante imparano presto dove andare a fare la spesa". In effetti, i corsi di "Educazione ambientale" prevedono sempre che i bambini vengano accompagnati un giorno nel locale negozio Coop a fare la spesa con le maestre e un’animatrice della catena di grande distribuzione.
A far storcere il naso ai genitori, poi, c’è il peculiare ruolo della Coop nel contesto toscano: nel senese, ad esempio, la cooperativa è infatti abbondantemente la catena più diffusa (quasi "monopolista" con il 78% del mercato) nel settore alimentare e grande distribuzione. Certo, ai bambini delle scuole non vengono affatto raccontate tutte le "vicinanze" politiche della Coop - da sempre legata al colore politico che in Toscana governa ininterrottamente dal 1945 - ma tanto basta per sollevate perplessità quando il supermercato, unico tra le maggiori catene italiane della grande distribuzione, fa proseliti nelle scuole.
"Un’educazione alimentare davvero disinteressata, semmai - continua il genitore che ha sollevato il caso - dovrebbe essere fatta dentro le scuole dalle aziende sanitarie, che peraltro sono organizzate a tal fine. Invece tanti istituti del senese privilegiano i corsi della Coop". Da qui l’idea, a metà strada tra la provocazione e la proposta: "Dato che di pubblicità si tratta, al limite, perché non regolamentarla con una sponsorizzazione? Nell’ambito dell’autonomia scolastica e nell’ottica della filosofia di una scuola sempre più simile a un’azienda - aggiunge Fontani - se si vuole che la Coop continui a tenere i corsi nelle scuole si chieda al supermercato di pagare le scuole per questa sua "propaganda commerciale" con cui guadagna nuovi clienti e condiziona fin da piccoli i futuri consumatori. Vista la carenza cronica di finanziamenti, ciò potrebbe avvenire senza versamenti in denaro ma direttamente con materiali utili, ad esempio, per uso didattico o per le pulizie".
E se finora nessuna scuola toscana ha mai avanzato questa proposta alla Coop, dal supermercato rispondono sottolineando come nel corso degli incontri con gli studenti venga insegnato solo a fare la spesa in maniera più economica, ecologica e rispettosa di una sana alimentazione. La vicenda, intanto, raggiunge le stanze della politica: "L’iniziativa in sé va anche bene - sottolinea il consigliere regionale Tommaso Villa (Pdl) - ma è discutibile la scelta esclusiva del "partner" commerciale. Invito i vertici delle altre catene, in primis il presidente di Esselunga Bernardo Caprotti, che già più volte si è reso disponibile a far sentire la propria voce, a chiedere di fare altrettanto".
Il cavallo di troia
Un cavallo di Troia nel centrodestra di Marcello Veneziani
Tirerà la corda ma non la spezzerà. Resterà in casa, ma farà il cavallo di Troia, senza offesa per nessuno. Non fonderà il partito farfalla di cui si parlava ma il partito-tarma che corrode la mobilia dall’interno. Dicono che parlerà chiaro e forte, e sul tono e il timbro di voce non c’è dubbio che sarà così: è sui contenuti che sarà chiara e forte la sua ambiguità, vorrà tenere il piede in due staffe. Non fonderà ma annuncerà, non deciderà ma minaccerà. Che statista, ma che bravo, diranno i giornali che faranno la ola ad ogni antiberlusconata. L'estate finissima volge alla fine e vorrei tentare un bilancio dell'impresa alla vigilia della sua riapparizione terrestre a Mirabello. Qual è in estrema sintesi il suo attuale fatturato politico? Gode di un potere e di buona stampa perché può azzoppare il governo Berlusconi. Ha un potere in negativo.
In origine Fini aveva un partito, il terzo per numero di voti, pari al 12-15 per cento. Era il leader più piazzato nel centrodestra per la successione a Berlusconi e questa popolarità, in una formazione populista e presidenzialista, conta assai. Essendosi esposto poco a governare, a fare, a esplorare, preferendo piuttosto parlare, seguire e lasciar fare, Fini aveva ancora una sua verginità di immagine e di prospettiva come leader. Infine aveva avuto un trattamento di favore da media e magistrati perché appena il suo nome spuntava in qualche inchiesta giudiziaria, a Perugia o a Roma, su affari, sanità, assicurazioni e altri campi, toccando i suoi famigliari e il suo entourage, finiva tutto in un beato nulla di fatto e la sua integrità restava inviolata. Insomma aveva un patrimonio buono da spendere. Ma poi lo prese la second life, ovvero la fregola di cambiar vita, privata e pubblica; il suo partito lo infastidiva, i suoi colonnelli gli stavano sugli zebedei, i suoi alleati pure e sopra tutti non sopportava Berlusconi. Quando devi a qualcuno larga parte del tuo successo hai due molle: una è la gratitudine, l’altra è la voglia ingrata di liberartene, perché lui ti ricorda i tuoi limiti, i tuoi debiti, le tue origini. Insomma, Fini partì per la sua impresa, munito di tutor. La prima, brutta avvisaglia, fu quando pensò di far nascere la fondazione Fini che avrebbe dovuto incamerare i beni del vecchio Msi; ma l'idea, denunciata in tempo e sgradita a molti ex, fu resa impraticabile e si ripiegò su Fare Futuro. Però la marcia fu innestata e vi risparmio le tappe seguenti, fin troppo note, per arrivare agli esiti finali.
Il risultato è che Fini guidava un partito grande e ora capeggia un mezzo partito senza identità e collocazione, che è la terza parte di Alleanza nazionale o forse meno nei suffragi e che probabilmente regredirà a corrente o setta. Era il leader più popolare nel centrodestra e ora lo è tra i suoi avversari, che lo usano ma non lo voteranno mai. Era il successore naturale di Berlusconi ed ora è percepito dal suo stesso elettorato come il suo nemico interno, il cavallo di Troia. Era gradito ai moderati, ai cattolici, ai conservatori, ai postfascisti ed ora è la bestia nera di tutti questi. Ed appare dopo le storie emerse sul filo di Montecarlo come un politicante come gli altri, che sistema parenti e usa la Rai per appalti famigliari, che usa o lascia usare in modo indecente il patrimonio di un partito accumulato attraverso donazioni di idealisti e sacrifici, anche umani, dei suoi militanti. In più appare come il coperchio istituzionale di una famiglia fino a ieri nullatenente e ora ricca e possidente, accaparrandosi prima la fortuna di Gaucci nei modi ben noti; poi usando il potere di Fini per acquisire contratti milionari, auto lussuose, privilegi vari. Chi dice che questo è becero linciaggio, dimentica che per molto meno fu linciato e si dimise Scajola. Molti di quelli che oggi si sentono feriti dalle inchieste su casa Fini, ieri ululavano di piacere per le inchieste su casa Berlusconi. Ci sono intimità inviolabili e altre esposte al pubblico ludibrio. La privacy lampeggia a intermittenza...
Ma sul piano politico che prospettive ha ora Fini? Diventare il vice di Casini in un'alleanza terzista? Entrare nel mitico cartello degli Stati generali dell’antiberlusconismo, da Vendola a lui? Fondare un partitino o una corrente di futuristi passatisti, che nel nome di Marinetti elogiano la velocità e la macchina e poi nel nome del sociologo comunista Franco Cassano, evocato da Granata a base dei finiani, elogiano la lentezza e la natura col pensiero meridiano? Ma per Fini l’unico barese Cassano che conosce è il calciatore. E se Fini è Marinetti, allora Berlusconi è D'Annunzio e Bossi è Montale...
Non so cosa verrà fuori dagli accertamenti sul patrimonio immobiliare del vecchio Msi, dalle società fondate ai Caraibi e dal rientro in patria del giovane Tulliani. Ma so che si può tracciare un bilancio politico. Fini non è un mostro e non è un losco affarista; però si è confermato un modesto politicante, dall'ottima loquela comiziale e televisiva, che si fa pilotare ed è disposto a vendersi chiunque e ogni idea, se serve alla sua carriera.
Un politicante non diverso da quelli della prima Repubblica, che abusavano del loro potere; per anni ha campato sull’idealismo nostalgico di un partito emarginato, poi ha goduto i vantaggi e le comodità di un'alleanza che lo ha portato al governo e nelle istituzioni; e infine, quando doveva dimostrare la sua effettiva statura, si è mostrato un inaffidabile opportunista di corte vedute e mosso solo da fini personali, che non sa cogliere nemmeno le grandi opportunità al momento giusto. Qualunque cosa accadrà adesso, perfino la ricomposizione o addirittura la reintegrazione del figliol prodigo nella Casa, abbiamo misurato definitivamente Fini: è un pezzo di meringa, e si scioglie in bocca.
Scontro di civiltà
Huntington e l'asse islamico-confuciano. Come l'Occidente può vincere lo scontro di civiltà di Ayaan Hirsi Ali
Cos’è che hanno in comune le polemiche nate attorno alla moschea nei pressi di Ground Zero, lo sfratto dei missionari americani dal Marocco all’inizio di quest’anno, la messa a bando dei minareti in Svizzera l’anno scorso e la recente proibizione del burqa in Francia? Tutt’e quattro sono state presentate sui media occidentali come questioni di tolleranza religiosa. Ma non è quella la loro sostanza. Essenzialmente, sono tutti sintomi di ciò che il defunto politologo Samuel Huntington ha definito lo “Scontro delle Civiltà”, in particolare lo scontro tra l’Islam e l’Occidente. Vale la pena, per chi ora ricorda soltanto il suo suggestivo titolo, riassumere in breve le argomentazioni di Huntington. La componente essenziale del mondo post-Guerra Fredda - scriveva - è costituito da sette o otto civiltà storiche tra le quali quella occidentale, quella musulmana e quella confuciana sono le più importanti.
L’equilibrio di potere fra queste civiltà - spiegava - è instabile. Il potere relativo dell’Occidente è in declino, l’Islam attraversa una fase di esplosione demografica e le civiltà asiatiche - in particolare la Cina - sono economicamente in ascesa. Huntington, inoltre, affermava che sta emergendo un ordine mondiale fondato sulla civiltà, un ordine nell’ambito del quale quegli Stati che hanno affinità culturali collaborano e si raggruppano intorno agli Stati guida della propria civiltà. Le aspirazioni universalistiche dell’Occidente lo stanno sempre più mettendo in conflitto con le altre civiltà, e in modo più grave con l’Islam e con la Cina. Così la sopravvivenza dell’Occidente dipende dagli americani, dagli europei e dagli altri occidentali che riaffermano come unica la propria comune civiltà. E che si uniscono per difenderla dalle minacce rappresentate dalle civiltà non occidentali.
Il modello di Huntington, specialmente dopo la caduta del comunismo, non fu benvoluto. L’idea più in voga venne sviluppata nel saggio di Francis Fukuyama del 1989 “La fine della storia”, nel quale scrisse che tutti gli Stati avrebbero trovato una convergenza su un unico standard istituzionale di democrazia capitalistica liberale e che non sarebbero mai andati in guerra l’uno contro l’altro. L’equivalente roseo scenario neoconservatore era quello di un mondo “unipolare” di una egemonia americana senza rivali. In entrambi i casi, eravamo diretti verso un Mondo Unico. Il presidente Obama, a modo suo, è uno da Mondo Unico. Nel suo discorso al Cairo del 2009 ha fatto appello per una nuova era di armonia tra gli Stati Uniti e il mondo musulmano. Si tratterebbe di un mondo fondato sul “reciproco rispetto e… sulla verità in base alla quale l’America e l’Islam non sono esclusivi e non hanno bisogno di entrare in competizione. Al contrario, convergono e condividono principi comuni”. La speranza del presidente era che i musulmani moderati avrebbero accettato con entusiasmo un tale invito all’amicizia. Della minoranza estremista - attori lontani dallo Stato come al Qaeda - ci si sarebbe potuti liberare con i droni.
Ovviamente poi le cose non sono andate secondo i piani. E una perfetta dimostrazione della futilità di un approccio del genere e della superiorità del modello di Huntington è il recente comportamento della Turchia. Secondo il punto di vista da Mondo Unico, la Turchia è un’isola di moderazione islamica in un mare di estremismo. Più d’un presidente americano, consecutivamente, ha esortato l’Unione europea ad accettare la Turchia come membro in base a questo assunto. Ma l’illusione della Turchia come amico moderato dell’Occidente è andata in frantumi. Un anno fa il presidente turco Recep Erdogan si è congratulato con quello iraniano Mahmoud Ahmadinejad per la sua rielezione dopo che questi aveva sfacciatamente rubato la presidenza. Poi, la Turchia ha unito le sue forze con quelle del Brasile nel tentativo di diluire i tentativi, guidati dagli americani, d’intensificare le sanzioni delle Nazioni Unite volte ad arrestare il programma d'armamento nucleare iraniano. Più di recente, la Turchia ha sponsorizzato la “flotta di aiuti umanitari” progettata per infrangere il blocco israeliano di Gaza e consegnare ad Hamas una vittoria nelle pubbliche relazioni.
È vero, a Istanbul restano dei secolaristi che ancora venerano l’eredità di Mustafa Kemal Ataturk, fondatore della repubblica turca. Ma non hanno alcuna presa sui ministeri chiave del governo, e anche quella sull’esercito si sta facendo scivolosa. Oggi il dibattito a Istanbul è incentrato piuttosto apertamente su di una “alternativa ottomana” che si rifà ai tempi in cui il Sultano governava un impero che si estendeva dal Nord Africa al Caucaso. Se non si può più contare sull'avvicinamento della Turchia all’Occidente, su chi si potrà contare nel mondo islamico? Tutti i paesi arabi, eccetto l’Iraq - una democrazia precaria creata dagli Stati Uniti - sono governati da despoti di vario tipo. E tutti i gruppi di opposizione che godono di qualche significativo appoggio da parte delle popolazioni locali sono guidati da organizzazioni islamiste come la Fratellanza Musulmana egiziana.
In Indonesia e in Malesia, i movimenti islamisti chiedono l’espansione della Shariah. In Egitto, il tempo di Hosni Mubarak è ormai agli sgoccioli. Gli Stati Uniti dovrebbero appoggiare l’ascesa di suo figlio? In questo caso, il resto del mondo islamico finirà ben presto per accusare l’amministrazione Obama di adottare due pesi e due misure; se si sono fatte elezioni per l’Iraq, perché allora non per l’Egitto? Gli analisti hanno osservato che, in elezioni libere e imparziali, una vittoria della Fratellanza Musulmana sarebbe tutt’altro che da escludere. Algeria? Somalia? Sudan? È difficile pensare a uno solo dei paesi a maggioranza musulmana che si comporti secondo il copione del Mondo Unico.
Il vantaggio più grande del modello di relazioni internazionali di Huntington basato sulle civiltà è di rispecchiare il mondo così com’è, e non come vorremmo che fosse. Ci consente di distinguere gli amici dai nemici. Ci aiuta a identificare i conflitti interni alle civiltà, in particolare le storiche rivalità fra arabi, turchi e persiani per la leadership nel modo islamico. Tuttavia il divide et impera non può costituire la nostra unica politica. Dobbiamo riconoscere la misura in cui l’avanzare dell’Islam radicale è il risultato di una attiva campagna di propaganda. Secondo un rapporto della Cia stilato nel 2003, i sauditi hanno investito almeno due miliardi di dollari l’anno in un arco di tempo di trent’anni per diffondere il proprio marchio d’Islam radicale. La risposta dell’Occidente nel promuovere la nostra civiltà è stata insignificante. La nostra non è una civiltà indistruttibile: ha bisogno di essere difesa attivamente. E questa con ogni probabilità è stata l’intuizione più importante avuta da Huntington. Il primo passo verso la vittoria di questo scontro di civiltà consiste nel capire in che modo l’altra parte lo conduce. E liberarci dell’illusione del Mondo Unico.
© The Wall Street Journal - Traduzione Andrea Di Nino
venerdì 3 settembre 2010
Convertite...
Leggere il Corano a Torino di Farian Sabahi
«Il velo rende pubblica la tua conversione ma dietro a questa scelta c'è una profonda riflessione spirituale», osserva l'italiana Debora offrendoci il caffè e una fetta di torta. Trentatré anni, da dieci sposata con un senegalese e musulmana da cinque, si è diplomata al linguistico e a casa parla francese oppure wolof, imparato in Senegal. L'arabo è riservato alle preghiere, l'italiano lo usa con il marito per non farsi capire dai bambini, anche se ha l'impressione che ormai lo comprendano.
Siamo al quartiere Falchera, estrema periferia di Torino. Casermoni uguali, immersi nel verde. Debora abita in un appartamento luminoso al secondo piano. I citofoni non funzionano, «li hanno incendiati qualche giorno fa». E in ogni caso meglio non suonare il campanello, per non svegliare i quattro bambini. La nonna materna saluta e lascia la stanza. Lo sguardo rispettoso di Debora si posa sulla madre e spiega che non è stato facile portare in famiglia «un Bin Laden nero».
Inizia scherzando per passare a questioni serie: «Sono nata cristiana, non ero praticante, sono diventata atea. Cercavo dio, ma più studiavo e più sentivo il vuoto. A essere determinante è stato mio marito. Non mi ha chiesto di convertirmi né obbligata a mettere il velo, anche perché mia suocera non lo porta. Più che musulmano è un mistico, mi ha insegnato che la pratica è uno strumento per raggiungere dio, non il fine, e mi ha consigliato di cercarlo attraverso la preghiera e la sofferenza». Ed è con questo spirito che Debora ha affrontato il primo digiuno del Ramadan. Le sue riflessioni ne sollecitano altre. «Anch'io mi sono avvicinata all'Islam a causa di un dolore profondo - spiega Khadija -: con il primo marito non stavo bene, volevo lasciarlo ma l'educazione cattolica me lo impediva». Alla fine ha trovato la forza per andarsene. Ma precisa: «Se divorzi il trono di Allah trema, è una scelta dolorosa ma se la tua unione è infelice devi farla». Trentaquattro anni, di origine pugliese, Khadija ha un figlio di sedici anni da una precedente unione e un bambino di venti mesi dal nuovo compagno, marocchino, con cui ha contratto un matrimonio islamico.
All'anagrafe Khadija si chiama Ada, al momento della conversione Debora ha scelto il nome di Diarra (Miriam) e dato lo stesso nome alla primogenita di cinque anni che porta il foulard rosa shocking a mo' di bandana, legato dietro. Non frequenta la scuola materna e a settembre andrà in prima elementare: «Spero di essere già in Senegal, inshallah, il mio obiettivo non è l'integrazione ma comunicare l'Islam e portare l'altro verso di me». Quando le chiedo a quale scuola giuridica faccia riferimento (nell'Islam sunnita ce ne sono quattro) risponde: «Non accetto alcuna scuola di interpretazione perché davanti a dio non avrò né avvocati né intermediari».
Tra poco abbiamo appuntamento al mercato di Porta Palazzo, dove Khadija ha un banco di verdura. Davanti all'edicola incontriamo Mujahida, una delle pochissime donne di Torino a indossare il niqab, il velo integrale che lascia scoperti solo gli occhi, di un nocciola vellutato. Diplomata al liceo classico dai gesuiti, parla bene inglese, è spigliata, ha studiato i testi dell'Islam e suscita l'ammirazione delle altre. Neanche Mujahida manda i suoi tre bambini all'asilo, tiene un blog sull'homeschooling (fare scuola a casa) e ha in progetto di andarsene perché qui «è difficile che i figli diventino praticanti anche se il maschietto di quattro anni già prega con me».
Ha ventisette anni, non è mai stata in un paese musulmano, nemmeno in Egitto a conoscere la famiglia del marito. Vorrebbe emigrare in Marocco, ma le hanno detto che anche lì c'è fitna, disordine. Sarebbe meglio l'Arabia Saudita, ma ha divorziato e non ha un parente maschio che possa andare a vivere con lei. Un'amica le ha parlato di Londra, dove l'ambiente islamico è più favorevole e potrebbe avere maggiori sussidi familiari rispetto ai miseri 1.400 euro l'anno che riceve in Italia.
Le altre convertite trattano Mujahida come una sorella, prendendola in giro con affetto: «Occhi tanto sensuali creano fitna, dovresti coprire pure quelli». Dico loro che in Iran non ho mai visto una donna con il niqab, mi guardano incredule. Ammirano la scelta di Mujahida e mentre passiamo tra i banchi del mercato un anziano maghrebino commenta che «è così che le vere musulmane dovrebbero vestirsi». Khadija capisce ma non condivide: «La mia missione è portare il messaggio dell'Islam, da quando mi copro con il foulard persone che conosco da sempre mi hanno tolto il saluto. Con il niqab sarebbe tutto più difficile». E Aisha aggiunge: «In banca ho avuto problemi a entrare».
Strappare un'intervista a Mujahida non è facile, in prima battuta non voleva nemmeno unirsi a noi. Il suo nome vuol dire "combattente". Spiega che «il jihad maggiore (inteso come impegno) lo dobbiamo fare nei confronti del nostro ego». Per questo preferisce non raccontare troppo di sé. Lo fa solo per spiegare le ragioni della sua scelta: «Credo nel Corano e nella Sunna (la Tradizione) interpretati dai salaf, i primi seguaci». È favorevole alla poligamia perché, ironizza, «così non ce l'hai tutti i giorni tra i piedi», poi spiega, seria, che in questo modo si aiutano tante donne sole.
Mujahida è d'accordo anche sulle pene corporali, ma in un contesto islamico e alle condizioni poste dalla rivelazione, tenendo presente che funzionano da deterrente. Firmataria di una lettera al presidente Napolitano sulla legittimità del velo integrale, cita l'articolo 5 della legge 152 del 1975 che vieta "l'uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo". E aggiunge che «la religione è un ottimo motivo per coprirsi» e quindi in Italia indossare il niqab «dovrebbe essere lecito».
Nonostante il caldo ha i guanti, neri come il velo integrale. Fatima le chiede scherzosamente se copre le mani perché si mangia le unghie. Si sono conosciute alla moschea delle Alpi in via Chivasso, dove Mujahida è stata mandata via in malo modo dall'imam, contrario al niqab. Fatima è di ottimo umore, sta per sposarsi con un marocchino. Dal marito egiziano ha divorziato perché si era preso una seconda moglie senza chiederle il permesso, come previsto dal contratto matrimoniale. Per fortuna, spiega, «le unioni islamiche si sciolgono con meno lungaggini burocratiche». Porta il velo, ma «per evitare grane non lo indosso quando faccio le pulizie in una scuola materna comunale né quando porto a spasso il cane dei miei genitori, per non metterli in difficoltà».
È allegra, come le altre: l'Islam è un fattore di aggregazione e il nostro incontro un momento per conoscersi. A unirle è la conversione e l'aver attraversato un periodo difficile. Sembrano solidali anche se diverse: «Il pluralismo è una benedizione», osserva Jalila Donatella Ferrero della Comunità religiosa islamica italiana mentre sorseggiamo tè alla menta nel Sindbad Kebab di via Milano. Bibliotecaria a Villa Amoretti e presidente dell'Accademia di studi interreligiosi, Jalila non porta il foulard, lo fa «durante la preghiera e nelle occasioni religiose, l'obbligo coranico del velo ha un significato esteriore ma anche interiore, le virtù della discrezione o la necessità di protezione vanno ricercate in ogni momento e in ogni circostanza senza associarle a un lembo di stoffa né creare contrapposizioni identitarie con la società in cui viviamo».
Scegliere l'Islam non è facile. Per strada queste donne velate vengono fermate, qualcuno fa domande, altri insultano. Ormai i bambini di Mujahida e di Aisha sono stanchi, tocca rientrare a casa. Ci salutiamo tra baci, abbracci e tanti salam aleikon. Torno verso San Salvario, altro quartiere ad alta immigrazione. Tra poco farò la spesa al solito banco, quello di Alima, la marocchina di piazza Madama Cristina. Lei il foulard lo ha tolto la scorsa estate. Forse faceva solo troppo caldo, e infatti ogni tanto lo rimette. O forse, lei che è nata nell'Islam, non sente il bisogno di rendere pubblica la sua fede.
Viale Jenner
Dopo le polemiche dei residenti di via Padova, il mese scorso all’inizio del Ramadan, anche i cittadini di viale Jenner insistono sui disagi provocati dal richiamo del muezzin, durante la notte, per la preghiera islamica. Dopo diverse lamentele, adesso hanno deciso di ricorrere a un documento video che testimoni il loro disagio, e di renderlo pubblico.
Con il filmato, che riguarda una delle recenti notti estive turbate dal canto in lingua araba, ribadiscono la richiesta per una «soluzione definitiva alla annosa questione» del centro islamico con sede in un garage di viale Jenner. «Per l’ubicazione delle moschee in città non si dovrebbe pensare soltanto al fatto che siano lontane dalle chiese - dicono in riferimento alle decisioni del consiglio comunale - ma soprattutto che siano lontane dalla case. Il nostro disagio lo dimostra».
Il video riprende uno dei richiami, registrati, del muezzin che vengono diffusi dagli altoparlanti del centro islamico in orari notturni variabili, a seconda delle ore di alba e tramonto e che interrompono il sonno dei residenti, riferiscono, dopo le 23 come prima delle 5 del mattino. Quanto basta a rendere il sonno impossibile. E a scatenare la protesta.
giovedì 2 settembre 2010
L'accoglienza di Tettamanzi...
Pubblichiamo il messaggio dell'arcivescovo di di Milano Dionigi Tettamanzi ai fedeli musulmani al termine del Ramadan
Cari Amici Musulmani, come ogni anno in occasione della vostra festa di ‘Id al-Fitr, accompagno il messaggio del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso con i miei personali auguri unitamente a quelli di tutta la Chiesa Ambrosiana. Il tema prescelto ed estremamente attuale “Cristiani e Musulmani: insieme per vincere la violenza tra fedeli di religioni diverse” è in sintonia con gli auspici emersi lo scorso febbraio nell’incontro del Cairo fra eminenti rappresentanti delle nostre tradizioni.
È drammaticamente vivo e non vogliamo dimenticare il dolore di tanti fratelli e sorelle vittime di campagne d’odio che nulla hanno a che vedere con le espressioni della vera fede. Uccidere invocando il nome di Dio è il più grave peccato contro Dio e il più assurdo crimine contro l’umanità. Si perpetuano anche tra noi tragedie di secoli che vorremmo cancellati da una nuova stagione di reciproco rispetto e di comune impegno per la crescita di un’umanità riconciliata in Dio.
Per favorire lo sviluppo di questo desiderato tempo, in cui coltivare nuovi legami e feconde collaborazioni, occorre sentirsi tutti impegnati in una grande opera di educazione al dialogo: perché non partire dai nostri pulpiti e dai vostri minbar? Dobbiamo offrire ai fedeli della nostra stessa fede l’esempio e l’esperienza di sincere amicizie e proficue cooperazioni tra persone, che, pur avendo differenti riferimenti religiosi, sanno di appartenere all’unica famiglia umana voluta dall’unico Dio.
Al termine delle grandi assemblee di preghiera per la rottura del digiuno del mese di Ramadan rinnoviamo tutti insieme l’impegno ad operare in questa società, che oscilla fra la scelta dell’accoglienza e quella dell’ostilità, affinché nelle nostre comunità e nella compagine civile – con le sue istituzioni – si consolidi un cammino comune di pace nella giustizia.
Salâm. La pace di Dio sia con voi.
Dionigi card. Tettamanzi
Radical chic
Dice: "Ha pagato con il carcere più di altri". Si, magari potrebbe anche essere. Ma se proprio vogliamo generalizzare... la differenza sta nel fatto che lui è vivo e ha avuto una seconda possibilità, le sue vittime no. Resta pur sempre un assassino. E certi films sono un'esorbitante spreco di denaro pubblico. Ci sono già i libri che raccontano di vite disgraziate, scritti, appunto da bestie feroci come Vallanzasca. Perchè non lasciare solo in circolazione i libri? A noi cittadini costano molto meno.
«Prima di scagliarsi contro una persona folle e selvaggia nel suo modo di affrontare la vita, tutti quanti dovrebbero fare un'autocritica, un'autoanalisi molto profonda. Una società basata sull'egoismo, sul profitto, sulla manipolazione degli esseri umani; come può pensare, una società del genere, di non produrre i Vallanzasca?». Il film si intitola Vallanzasca. Gli angeli del male. È prodotto dalla Cosmoproduction di Elide Melli in associazione con la Fox, regia di Michele Placido. Prima ancora di essere finito e visto, ha già acceso polemiche. Lunedì prossimo sarà presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. Ne parliamo con il protagonista, Kim Rossi Stuart, che interpreta il bandito milanese macchiatosi di sette omicidi.
Signor Rossi Stuart, la sua sembra la classica formula «gauchiste» anni Settanta: colpa della società. «Mi pare inconfutabile: chi può smentire che la società sia costruita su queste basi? Finché la società non se ne renderà conto, ci saranno sempre uomini come Renato Vallanzasca».
Un assassino. «Un attore deve cercare non di giudicare il personaggio, ma di scoprirlo, esplorarlo, farne emergere più aspetti possibile. Per me il mestiere dell'attore significa creare consapevolezza in me stesso e nello spettatore. L'idea di fare un film "pro" o "contro" qualcuno è lontana dai miei presupposti. Questo non è un film pro Vallanzasca. Racconta la vita surreale di un uomo che ha accumulato strumenti per analizzare profondamente se stesso. La frase-chiave arriva verso la fine, quando Vallanzasca dice: "Io non sono cattivo. Ho un lato oscuro molto pronunciato"».
E lei, Kim Rossi Stuart? «Io ho una tendenza francescana nell'approccio alla vita, nel modo di relazionarmi con gli altri. E so bene che Vallanzasca ha fatto cose incondivisibili. Ma, prima di scagliarci contro di lui, dovremmo guardare dentro noi stessi».
I parenti delle vittime hanno protestato per il film. Ha parlato con loro? «Non sono certo io che posso dire loro qualcosa. Il mio lavoro è un altro. Lungi da me l'idea di fare un film apologetico. Placido ha già detto che non si possono raccontare solo storie di santi, non si possono fare film solo su Padre Pio. Aggiungo un parere personale: non ha senso accanirsi su un uomo che ha pagato con quarant'anni di galera, come credo nessun altro in questo Paese. Un uomo che non si è mai tirato indietro, che ha affrontato la giusta pena».
Lei l'ha incontrato più volte, vero? «Sì. La prima volta, al ristorante, con Placido. Poi siamo stati a casa di sua moglie, Antonella. Lui era convalescente da un'operazione all'anca. Oggi Vallanzasca si presenta come una persona molto socievole. Simpatica, comunicativa, sensibile. Certo, questo è solo il suo modo di presentarsi. Dietro, ha una psicologia che dire complessa è poco. Tutti noi, del resto, ci portiamo dentro tanti aspetti. Spero di essere riuscito a catturarne qualcuno e renderlo nel film».
Lei ha «studiato» Vallanzasca? E lui le ha insegnato come muoversi? «Ci siamo visti diverse volte, abbiamo raggiunto un certo grado di confidenza. Ma non c'è persona tanto consapevole di se stessa da poter comunicare a un altro la propria gestualità. Sono cose che l'attore cerca di assimilare da sé: lo sguardo, le qualità, l'energia che ogni essere umano ha. Ho visto moltissime immagini. Se le guardi tutte insieme, come una foto-gallery, Vallanzasca cambia in modo impressionante. Sembrano tante persone diverse. Renato ha uno spiccato senso artistico, che avrebbe potuto mettere al servizio della sua vita. Invece la sua vita l'ha distrutta, passo dopo passo. Il perno della sua personalità è la tendenza all'autodistruzione».
Vallanzasca è stato anche sul set? «Due sole volte. C'è un momento in cui il personaggio passa all'attore, che ha il diritto di completarlo con le sue intuizioni».
In «Romanzo criminale», sempre diretto da Placido, lei è il capo della banda della Magliana. Che cosa cambia rispetto a quel film? «All'epoca ho fatto un lavoro più convenzionale. Il personaggio del Freddo è ispirato ad Abatino, che però è vivo, mentre io nel film muoio. Là ci siamo basati sul libro di De Cataldo, Abatino non l'ho mai conosciuto. Qui è diverso. Ho visto il progetto nascere, ho partecipato alla scrittura. Mi sono sentito iper-responsabilizzato, perché Vallanzasca è una persona in vita, oltre che un personaggio della cronaca».
Ed è milanese, mentre lei è romano. «Abbiamo avuto difficoltà inenarrabili. Recitare in milanese non è stata la peggiore. Il film è un triplo salto mortale. Mi sono trovato a gettare il cuore oltre l'ostacolo. Con la "strizza", con la giusta tensione addosso».
Conosce Milano? «Ci venivo da ragazzo, quando passavo mesi sul Lago Maggiore. Ci sono venuto per recitare a teatro. Ma mentre Romanzo criminale era ambientato nella mia città, ha fatto emergere cose che erano in me fin da ragazzo, grazie anche al racconto di amici della Garbatella e del Testaccio che avevano conosciuto affiliati alla banda, stavolta per me era fondamentale passare più tempo possibile a Milano, respirarne l'aria, stare nei bar del Giambellino o di Lambrate. Là si trattava di aprire un file già in mio possesso, qui di costruirmene uno».
Com'è lavorare con Placido? «Facciamo questo mestiere per motivi diversi. No, non mi chieda altro. L'importante è sapersi ascoltare. E Michele sa ascoltare».
Vallanzasca lo chiamavano il Bel René. Anche lei è considerato molto bello. «Nel mio mestiere non è sempre un vantaggio, anzi. Quante volte sono stato scartato in quanto "troppo bello". Il cinema italiano non è fatto per i belli. Mastroianni era l'uomo più affascinante del mondo, ma non era "un bello". Lo era di più Gassman, che però ha avuto successo quando ha indossato una maschera: I mostri, I soliti ignoti, Brancaleone».
Quali sono i film della sua vita? «De Sica. Pasolini, in particolare Mamma Roma. Bergman. A sedici anni, quando ero una specie di militante stanislavskiano, vivisezionavo le sue opere. È triste il pensiero che oggi film come Sussurri e grida o Sinfonia d'autunno non si produrrebbero più. Tra i film di oggi, Magnolia. Ma non ne vedo molti, forse per paura di farmi influenzare. Stimo Nanni Moretti, mi piacerebbe lavorare con lui».
E della vita pubblica italiana, cosa pensa? «Più che il nostro microcosmo, mi interessa dove sta andando a parare l'umanità in generale. E le fondamenta di questa società sono marce. Vedo sistemi pseudodemocratici. Vedo persone ridotte in schiavitù per lo pseudobenessere di pochi. Gli uomini continuano a comportarsi come lo scorpione con la rana. Non è solo Vallanzasca, a essere portato all'autodistruzione».
Aldo Cazzullo
L'idiota
C'era da andare a prendere i parenti della moglie all'aeroporto? «Autista: la macchina!». Voleva vedere la partita di calcio Padania-Tibet? «Autista: la macchina!». Era invitato a pranzo dei suoceri? «Autista: la macchina!». Finché tutti questi viaggi poco istituzionali sono finiti in un dossier. Sul quale c'è un'inchiesta della Corte dei conti. Protagonista: il presidente del consiglio regionale del Friuli, Edouard Ballaman. Della Lega Nord. Il partito che era nato tuonando contro le auto blu.
La dettagliatissima ricostruzione dell'uso disinvolto dell'auto di servizio da parte dell'alto esponente del Carroccio, già deputato per tre legislature e questore della Camera, è stata pubblicata dal Messaggero Veneto. Dove Anna Buttazzoni ha rivelato un elenco sconcertante di una settantina di «missioni» dure da spacciare come dovute a obblighi d'ufficio. Frequenti trasferte a Campongara (Venezia) a casa dei genitori della fidanzata e poi moglie Chiara Feltrin. Una puntata a Jesolo «da un notaio per rogito appartamento al mare». Una serata con la fidanzata al ristorante «Da Giggetto» a Miane. Un viaggio all'aeroporto di Venezia «con fidanzata per accogliere nonna e zio di lei in arrivo dal sud Africa per il matrimonio». Un paio di sfacchinate fino a Milano per assistere ai primi di maggio 2008 all'incontro di calcio citato tra la Padania e il Tibet e poi per partecipare alla proiezione del film fortissimamente voluto dai leghisti «Barbarossa» di Renzo Martinelli. E via così...
Un dettaglio spicca sugli altri: nella lista ci sono due trasferimenti alla Malpensa. Prima per «partenza viaggio di nozze». Poi per «rientro viaggio di nozze». Esattamente lo stesso sfizio che si era preso Giuseppe Buzzanca che proprio per quel viaggio era stato non solo messo sotto accusa ma addirittura dichiarato decaduto, dopo un tormentone di sentenze e appelli, dalla carica di sindaco di Messina. Qual è la differenza? Che di là c'era il solito «terrone» della solita «Terronia» che si prende i lussi della Casta e di qua invece un virtuoso padano dedito al bene comune e costretto dalla forza degli eventi a utilizzare l'auto blu per il più personale di tutti motivi personali? Difficile da sostenere. Tanto più agli occhi dei leghisti duri e puri. Quelli che non hanno dimenticato come la Lega Nord sia stata per anni scatenata contro l'abuso delle auto di servizio.
Prima di «rassegnarsi» al comfort del sedile posteriore delle macchine dai vetri oscurati («È vero che noi della Lega per anni abbiamo dato battaglia su questa cosa. Ma per una donna e una mamma come me, diciamo la verità, l'auto blu è una bella comodità», spiegò l'allora presidente della regione Friuli-Venezia Giulia, Alessandra Guerra, «Non so come farei, se non venissero a prendermi a casa tutte le mattine») i leghisti erano arrivati al punto di presentare, nel 1993, un progetto di legge per abolire le Croma, le Mercedes, le Bmw da sostituire con Panda, Cinquecento, Renault 4 e Fiat Uno: «I potenti devono viaggiare in utilitaria».
Per non dire del «Manuale di resistenza fiscale» benedetto da Umberto Bossi nel novembre 1996 e illustrato da Mimmo Pagliarini e quel Roberto Maroni che oggi è al Viminale. I quali invitarono il contribuente «a un atto di disobbedienza» e a rivendicare il «diritto naturale» di togliere dalla dichiarazione dei redditi, tra l'altro, «35 mila lire di detrazione per le ingiuste spese delle auto blu». Una offensiva durata anni. E ogni tanto tirata fuori tra mille strilli. Contro il governo quando a palazzo Chigi c'era Dini. Contro la regione Emilia-Romagna. Contro la provincia di Milano quando era presidente Filippo Penati. Contro Letizia Moratti, tre anni fa, quando Matteo Salvini propose di tagliare le auto in dotazione alla giunta e a ventitré dirigenti comunali: «Facciamo andare a piedi gli assessori per costruire due villaggi solidali in Africa».
Rintracciato da Marco Ballico del Piccolo, che a maggio aveva già rivelato come andasse in ufficio tenendo sotto l'ascella un revolver modello «357 magnum» («tranquilli, non lo porto in aula»), Ballaman ha detto: «Se ho sbagliato pagherò. La maggior parte dei viaggi è giustificata. Sul resto vedranno i legali». Pagherà fino alle dimissioni? «Non penso proprio. Si paga il giusto, non di più». Come mai è saltata fuori la lista di questi viaggi? Ovvio: un complotto. Di chi? Dei conducenti: «Probabilmente a lasciarli a casa, mi sono inimicato qualche autista». Come mai? Perché il presidente, il 1° aprile scorso, forse intuendo d'avere un po' esagerato, aveva deciso di fare il bel gesto: la rinuncia all'auto blu! Peccato che lo stesso Piccolo di Trieste l'aveva beccato: grazie al ricorso all'auto propria, una Rover, Ballaman incassava oltre allo stipendio lordo mensile di 16.500 euro, anche 3.200 euro in più al mese di rimborsi.
Ballaman non è nuovo alle cronache. Come scrisse il Gazzettino, nel 2001 il sito internet dei Monopoli dello Stato comunicò che «tra i cinque concorrenti» le concessioni di due sale Bingo erano «state assegnate alla Cristallina Srl (47 punti) e alla Milleuno bingo (45)». E chi c'era tra i soci della Cristallina Srl? Lui. E sempre lui c'entrava nella sventurata speculazione immobiliare leghista a Punta Salvore, in Istria. La faccenda più «curiosa», però, fu lo scambio delle mogli con l'allora sottosegretario agli Interni Maurizio Balocchi. Niente sesso, si capisce: per aggirare la legge che vieta di assumere i propri parenti, lui prese in ufficio la signora Laura Pace, compagna di Balocchi, e Balocchi prese come collaboratrice Tiziana Vivian, alla quale Ballaman era legato prima di fidanzarsi e poi sposarsi con l'attuale compagna di autoblù. Anche allora, manco a dirlo, trovò del tutto superfluo perfino l'accenno alle dimissioni. E quando mai?
Gian Antonio Stella
La Cgil
Il nuovo «business» della Cgil? Basta metalmeccanici ecco rom e serbi di Marco Zucchetti
Arriva un momento in cui ogni attore avverte l’irresistibile pulsione a cambiare palcoscenico. La noia chiama nuove scene, nuove esibizioni. E soprattutto una nuova platea. Per la Cgil, il sindacato più intransigente della storia repubblicana, la tendenza è in atto da parecchi anni, ma in questi ultimi tempi lo strappo si fa sempre più netto: basta metalmeccanici, basta proletari di casa nostra, basta scala mobile, salari pesanti, orario flessibile. Si taglia con i protagonisti e le parole d’ordine del passato. Ora si predica a orecchie diverse: quelle dei rom e degli stranieri.
Forse sarà stato per bisogno, oppure per buon esempio, come cantava De Andrè, ma ormai la Cgil ha deciso: le chiavi inglesi - pardon, italiane - non sono più di moda. Gli operai hanno voltato le spalle al sindacato e alla sinistra, votando in massa la Lega Nord? E i sindacalisti voltano le spalle agli operai. Si arrangino, se c’è la crisi e il lavoro è a rischio. Loro hanno cose più interessanti da fare, battaglie di ampio respiro e appurata nobiltà per i diritti delle popolazioni nomadi. Ed è in questa strategia di terzomondismo buonista che sabato 4 settembre, alle 14.30, il sindacato di Epifani sarà in piazza Farnese a Roma per urlare sotto le finestre dell’ambasciata francese tutta l’indignazione del popolo italiano dopo le espulsioni dei rom. Con buona pace di chi, pagando ogni anno la quota della tessera, magari preferirebbe veder impiegate energie e sforzi in battaglie meno donchisciottesche ma più concrete. Per esempio - ma è solo un’idea, eh - quelle tradizionalmente sindacali per chi in Italia vive e lavora - fesso lui - senza essere né abusivo né fuorilegge.
Ma d’altronde la deriva della Cgil è evidente da anni. Sempre meno sindacato, sempre più movimento politico, associazione anti-governativa, accolita tra il radical e il no-global sempre pronta ad alzare la voce per chiunque: gay, trans, nomadi, carcerati, tossicodipendenti, clandestini. Ah sì, ogni tanto anche per i lavoratori italiani, ma con moderazione, soprattutto se al governo c’è la sinistra. Meglio le fiaccolate contro gli sgomberi, per «il diritto alla casa di rom e sinti», per il loro «reinserimento nel mondo del lavoro». Così il responsabile delle Politiche dell’immigrazione Pietro Soldini impazza, folleggia tra cortei e striscioni come un capopopolo. È la globalizzazione cromatica del sindacato, che dal blu delle tute e dal rosso delle insegne è approdato all’arcobaleno delle bandiere pacifiste.
E se per caso, tra un sit-in e un girotondo, si trova il tempo di parlare un po’ di industria e occupazione, tranquilli che lo si farà con un bastimento carico carico di pregiudizi, da una blindatissima trincea ideologica. Per esempio, nel caso Fiat, non devono essere piaciute troppo alla Cgil le parole di Zoran Mihajlovic, il numero uno degli autonomi serbi di Samostalni, che pochi giorni fa aveva definito l’azienda italiana «corretta» poiché sta procedendo alle assunzioni. Risposta sbagliata compagno, gli avrà spiegato ieri il segretario generale della Fiom Maurizio Landini durante l’incontro «educativo» avuto a Roma con i colleghi balcanici. Giusto per chiarire che forse a Kragujevac si usa ammettere quando i «padroni» si comportano bene, ma in Italia no. Qui la lotta è dura e senza paura. E ogni tanto anche senza vergogna. Ma quello magari ai serbi non è il caso di farlo sapere, eh?
mercoledì 1 settembre 2010
Viale Jenner
"Se è vero che Milano non ha bisogno di una moschea, è anche vero che Milano ha bisogno di risolvere una questione che si trascina ormai da più di venti anni". E' la richiesta contenuta in una lettera inviata oggi dal Comitato Jenner-Farini al ministro dell'Interno Roberto Maroni, a due anni di distanza dal primo incontro in prefettura con il titolare del Viminale e di fronte all'episodio del cittadino marocchino accoltellato ieri sera, secondo quanto riferiscono i residenti in seguito a una rissa avvenuta nei pressi del centro culturale islamico. Nella lettera il Comitato chiede "una soluzione definitiva per la questione centro islamico in viale Jenner", rivolgendosi anche al presidente della Regione Roberto Formigoni, al prefetto Gian Valerio Lombardi, al presidente della Provincia, Guido Podestà, al sindaco Letizia Moratti, al vicesindaco Riccardo De Corato, a Walter Locatelli, direttore generale della Asl. "Nel luglio 2008 - si legge - siamo stati ricevuti dal ministro Roberto Maroni al quale abbiamo spiegato i problemi e allo stesso tempo le possibili soluzioni per risolvere una questione che ormai è diventata un problema dell'intera Città. Il Ministro aveva dato indicazioni al prefetto Gian Valerio Lombardi e al vicesindaco De Corato per risolvere in tempi brevissimi lo spostamento della preghiera del venerdì in strada e sui marciapiedi. E per questo cogliamo l'occasione per ringraziarli ancora. Ma ciò era il punto di partenza, perché la fede islamica prevede cinque preghiere quotidiane e i disagi nel quartiere continuano. Il traguardo infatti sarebbe stato trovare una sede definitiva (a spese della Comunità interessata) dove trasferire il centro islamico, niente dunque grande moschea (che neanche i musulmani chiedono). Sono passati due anni ma la soluzione definitiva tarda a venire. E' stata risolta la 'questione' della preghiera del venerdì concedendo l'utilizzo del Palasharp e del Teatro Ciak per il Ramadam. Questi due anni di preghiera (e di 'prova') al palazzetto di Lampugnano, senza lamentele da nessuna parte, hanno evidenziato come una sede idonea dal punto di vista urbanistico (lontano dalle case, servite da mezzi pubblici e parcheggi) potesse essere la soluzione ideale". Per questo "se è vero che Milano non ha bisogno di una moschea, è anche vero che Milano ha bisogno di risolvere una questione che si trascina ormai da più di venti anni".
Immigrazione, statistiche
MILANO - Crescono gli stranieri, diminuiscono i milanesi. A scattare la fotografia della popolazione meneghina è l'Ufficio statistica del Comune, che registra che gli immigrati all'ombra della Madonnina raggiungono quota 208 mila, sfiorando il 16% dei residenti, mentre gli italiani calano di 2mila unità. Sono quasi 9mila i nuovi stranieri entrati in città nel 2010. Le etnie più rappresentate sono quelle degli asiatici (74mila) e degli africani (46mila), mentre rallenta la crescita dei romeni e si registra un boom di ucraini. Al 31 luglio 2010, la città conferma il trend già registrato nei mesi passati: la crescita è dovuta solo agli stranieri. La popolazione italiana infatti è passata da 1.107.189 a 1.105.310 individui. Contemporaneamente quella straniera, rappresentata da ben 155 Paesi diversi, è passata da 199.372 a 208.021. Una cifra che rappresenta ormai quasi il 16% dei residenti (1.313.000) a fronte di una media nazionale che è intorno al 6,5%. Tra le prime dieci nazionalità, dominano i filippini (32 mila), seguiti da egiziani (27 mila) e cinesi (18 mila). Rallenta la crescita dei romeni dopo il boom degli scorsi anni (+17% nel 2009 rispetto al 2008) con un +5% nei primi sette mesi dell'anno. Numeri in linea con gli aumenti di peruviani e cinesi. Crescita doppia, invece, per gli ucraini (+10%).
«TRENT'ANNI FA, SVIZZERI E TEDESCHI». «Trent'anni fa - scrive in una nota il vice sindaco e assessore alla Sicurezza del Comune di Milano, Riccardo De Corato - gli immigrati erano 21 mila, uno su cento: oggi sono 1 su 6. Ma più realisticamente 1 su 5, considerato che a Milano sono stimati 50 mila clandestini. E la città ha una veste prevalentemente asiatica e africana, con gli europei (45 mila) e gli americani (42 mila) in inferiorità numerica». Si tratta di un mutamento epocale «se si pensa che solo nel 1979 erano gli svizzeri gli stranieri più rappresentati (1.673), seguiti da tedeschi (1.274) e britannici (788). Con un popolazione complessiva che era di 1.677. 000 abitanti. Ovvero 300 mila residenti più di oggi». Numeri, quelli attuali, che secondo il vicesindaco rendono necessario «insistere sul rispetto delle leggi italiane e sui valori fondanti dell'Occidente come precondizioni all'integrazione. E sul massimo rigore per chi vive clandestinamente, per chi attua comportamenti che sono una minaccia alla sicurezza pubblica e dello Stato o lesivi della dignità della donna». «L'accoglienza indistinta per tutti è una chimera. Chi sceglie le strade della violenza e i canali dell'illegalità non ne ha diritto».
Dimissioni
Vaticano e immigrazione: pensione "anticipata" per monsignor Marchetto di Andrea Tornielli
L’arcivescovo Agostino Marchetto, il segretario del Pontificio consiglio per la pastorale dei migranti che negli ultimi anni più volte ha alzato la voce contro il governo italiano per la sua politica sull’immigrazione, si è dimesso. E le sue dimissioni sono state immediatamente accettate da Benedetto XVI. La decisione di abbandonare l’incarico, da quanto apprende il Giornale, è stata presa spontaneamente dal prelato, intenzionato a dedicarsi allo studio della storia del Concilio Vaticano II, sulla quale ha già pubblicato un volume edito dalla Libreria Vaticana. Lo scorso 28 agosto monsignor Marchetto ha compiuto 70 anni e quel giorno è stata anche comunicata l’accettazione delle dimissioni.
Normalmente i vescovi segretari dei dicasteri vaticani rimangono nel loro incarico fino al compimento dei 75 anni, Marchetto però, in quanto nunzio apostolico, aveva il diritto di ritirarsi prima, com’è accaduto, avendo già maturato anche gli anni di servizio necessari alla pensione. La notizia non è stata pubblicata nel Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede – lo sarà probabilmente al momento della nomina del successore – ma non è un segreto.
Non ci sono state pressioni, dunque, anche se quanto accaduto nell’ultimo anno e mezzo deve aver in qualche modo pesato nella decisione del prelato vicentino. Come si ricorderà, più volte Marchetto aveva attaccato duramente i provvedimenti del governo in materia di immigrazione e sicurezza. Nel febbraio 2009 definì un’«abdicazione dello Stato di diritto» l’istituzione dei volontari a tutela della sicurezza nelle città, decisa per decreto dal governo Berlusconi. Parole che erano rimbalzate su tutti i media come un’aperta sconfessione del Vaticano nei confronti del provvedimento. Due giorni dopo, il portavoce vaticano aveva diffuso una dichiarazione dettata dalla Segreteria di Stato, che pur non nominando esplicitamente Marchetto, era direttamente collegata alle sue affermazioni e smentiva che quella rappresentasse la posizione della Santa Sede. Il Vaticano, spiegava padre Lombardi, «nei suoi organi rappresentativi, manifesta rispetto verso le autorità civili, che nella loro legittima autonomia hanno il diritto e il dovere di provvedere al bene comune».
Pochi mesi dopo, nel luglio 2009, Marchetto era tornato a criticare il decreto sicurezza, parlando di «criminalizzazione dei migranti». E dalla Segreteria di Stato era arrivata una seconda presa di distanze, questa volta nominale. «Il Vaticano – aveva detto padre Lombardi – come tale non ha detto niente sul decreto sicurezza approvato dal governo italiano. Ha parlato monsignor Marchetto, ma non mi consta che il Vaticano in quanto tale abbia preso posizione». Come dire: il prelato ha espresso una posizione personale. L’arcivescovo la scorsa settimana, intervistato dall’agenzia francese I-Media, aveva criticato la politica delle espulsioni del Sarkozy e una sua frase, tradotta male da un’agenzia italiana, era stata rilanciata attribuendogli erroneamente un paragone tra l’Olocausto e l’espulsione dei rom.
Iscriviti a:
Post (Atom)
