venerdì 16 luglio 2010

Islam


Roma. Abbiamo ottenuto in esclusiva in Italia una copia della lettera che l’assassino di Theo van Gogh, Mohammed Bouyeri, ha fatto uscire dal carcere in risposta a un gruppo islamico francofono stanziato in Belgio (qui sono riprodotte le due pagine della missiva, citata dal quotidiano olandese Algemeen Dagblad). Bouyeri sta scontando l’ergastolo nel carcere di Nieuw Vosseveld, uno dei penitenziari di massima sicurezza in Olanda. Il suo è un documento decisivo su una vicenda che ha segnato la recente storia euroccidentale: l’uccisione di un celebre regista, il trisnipote del pittore Vincent van Gogh, da parte di un figlio di immigrati musulmani, per aver filmato la discriminazione delle donne islamiche nel paese della tolleranza. In molti hanno definito il caso Van Gogh come “l’11 settembre dell’Olanda”. Forse d’Europa. Quell’omicidio ha scosso le certezze del multiculturalismo da sempre vanto dei Paesi Bassi. E si è imposta la paura fra gli artisti, gli scrittori e i giornalisti. “La libertà di parola è l’unica cosa che può salvare i liberi cittadini dai barbari”, aveva detto Van Gogh. Bouyeri però non gli aveva mai perdonato “Submission”, il film sceneggiato da Ayaan Hirsi Ali e da lui girato. Parla di una donna, del suo matrimonio combinato e della condanna per adulterio. Alcuni versetti del Corano sono tatuati sul corpo della donna, la pelle viva è solcata dalle frustate. Le immagini di quel cortometraggio furono uno choc per l’Olanda. Nella lettera che riproduciamo Bouyeri dice di non provare rimorso per quanto ha fatto, ma di essere fiero di aver ucciso. A chi gli scrive, Bouyeri offre “il sentiero”. Incita i “fratelli e sorelle” a seguire la strada da lui intrapresa. E’ interessante e angosciante che a scrivergli sia un bambino di dieci anni a nome di una organizzazione islamica in Belgio, come se Bouyeri fosse un esempio da emulare. Il tono della lettera è segnato da un candore assassino. Bouyeri non nomina mai Van Gogh, ma fa capire di aver adempiuto a un dovere religioso nell’ucciderlo. Dice che la sua vita di prima era luccicante e moderna, ma al fine empia, sporca. Il 4 novembre 2004 Mohammed Bouyeri si sveglia alle 5 e 30 del mattino. Lascia uno scritto per la famiglia: “Quando riceverete questa lettera sarò caduto come martire”. Dopo aver pregato, Mohammed sale in bicicletta dirigendosi verso un uomo che sta pedalando in una strada dall’altra parte di Amsterdam. Bouyeri ha già fatto decine di volte quel percorso. L’uomo veste una t-shirt e vistose bretelle. Si chiama Theo van Gogh. Sta andando verso il suo studio cinematografico a sud di Amsterdam, non lontano dalla casa in cui ha vissuto Cartesio. Il regista si ferma a un attraversamento pedonale della pista ciclabile. Bouyeri gli spara un colpo con una pistola di fabbricazione croata. Theo cade dalla bicicletta, riesce a sollevarsi e a trascinarsi dall’altra parte della strada. Bouyeri lo segue fino al cestino delle immondizie a cui la vittima si aggrappa, esplode altri due colpi. Poi Bouyeri squarcia la gola a Van Gogh, prima di appuntargli una lettera al petto. La lettera contiene minacce di morte contro Geert Wilders e la parlamentare di origine somala Ayaan Hirsi Ali. Wilders è oggi uno dei politici più popolari dei Paesi Bassi. Hirsi Ali, dissidente e apostata dell’islam, già deputata olandese, è riparata a Washington, dove lavora presso il pensatoio neoconservatore American Enterprise Institute. Addosso a Bouyeri la mattina dell’omicidio viene trovata un’altra lettera: “Agli ipocriti dico: se non volete morire, tenete chiusa la bocca”. Mohammed Bouyeri non è nato in una famiglia di fanatici, ma di immigrati marocchini ben integrati. Per tutti “Mo” era un ragazzo “promettente”, “positivo”, a scuola i compagni lo ricordano introverso e “timido”. Scrive nel giornale della scuola, organizza banchetti e dibattiti pubblici. Gli piacciono le ragazze olandesi, le trova “facili”. Dopo l’11 settembre però Mohammed annuncia agli amici di voler “trovare la verità”. Inizia a minacciare gli amici che consumano alcol, si rifiuta di stringere la mano alle donne, indossa una tunica islamica e si fa crescere la barba. La “verità” gliela fornisce un imam fondamentalista, il siriano Abou Khaled. Bouyeri viene educato a una corrente dell’islam nota come “Takfir”. La tesi centrale di questa corrente è che i musulmani devono punire senza pietà coloro che abbandonano “la Verità” o fanno blasfemia. E una volta stanati, impartire la giusta condanna. Come avrebbe fatto con Van Gogh. Al processo Bouyeri ha confessato di essere pronto a “rifare la stessa cosa” se avesse avuto una seconda occasione: “Ho agito per convinzione e non ho preso la sua vita perché era olandese o perché io sono marocchino e mi sono sentito insultato”. E rivolto alla madre di Van Gogh disse: “Non odiavo suo figlio, non era un ipocrita e non mi sono sentito offeso da lui. Non sento il suo dolore in quanto lei è un’infedele”. Nelle due pagine il killer di Van Gogh fa uscire le proprie idee dal carcere.

Mohammed Bouyeri : "Ecco in esclusiva la lettera dal carcere dell’assassino di Van Gogh"

Ai miei fratelli e sorelle, tanti ringraziamenti e preghiere al Signore Altissimo che mi ha reso abbastanza degno da essere ricordato nei cuori dei nostri amati fratelli e sorelle in Francia. Fa parte della sua grazia che Lui ci ha donato, Colui che ha creato l’universo come dono alle creature per comunicare i propri sentimenti su carta, così che essi possano trascendere tempi diversi e luoghi distanti. Che Allah possa ricompensarvi per la vostra lettera consolatoria che contiene le parole migliori, quelle di Allah e del suo Messaggero. L’ho ricevuta in buona salute. Come potete vedere, la replica è in inglese. Posso leggere l’arabo perché l’ho studiato in gioventù, ma non lo capisco molto bene e non posso comporre una lettera in arabo senza fare importanti errori. Questo tuttavia non mi ha precluso dalla possibilità di capire il vostro scritto molto bene. Voi vi scusate per gli errori di grammatica nella vostra lettera. Devo confessarvi che il mio arabo non è abbastanza buono per notare tali errori. Ma capisco che è stata scritta da un bambino di dieci anni. Dovete sapere che ogni volta che ricevo una lettera sincera di compassione da un fratello o una sorella questo riempie di luce la mia anima interiore. Questi sono i momenti in cui comprendiamo appieno che tutti i fratelli e sorelle mi ricordano nei loro pensieri e preghiere e che l’Unico Compassionevole fa ancora discendere le Sue benedizioni su di noi. Dovete anche sapere che non abbiamo provato alcun rimorso per le scelte che abbiamo compiuto e per il cammino che abbiamo scelto di intraprendere. Mai per un solo istante in tutti questi anni. Ovviamente ci sono stati momenti di difficoltà, sebbene siano stati molto rari, ma non abbiamo mai dubitato della direzione del nostro cammino. Tutto questo lo si deve alla grazia di Allah. Fratelli e sorelle, come potremmo disperare dopo tutte le Sue benedizioni? Eravamo sull’orlo della perdizione e Allah ci ha salvato dal cadere nelle tenebre oscure, Lui si è preso cura di noi e ci ha ripulito dalla sporcizia della miscredenza e ci ha mostrato il cammino della rettitudine. Fratelli e sorelle, come potremmo affliggerci dopo che abbiamo fatto esperienza, in ogni fibra della nostra anima e della nostra carne, dei momenti di maggior gioia nelle nostre vite, dopo che Allah ci ha guidato in questo sentiero? Come potremmo affliggerci o sentirci soli quando Lui ha alleviato i nostri peccati ed errori e ci ha reso a sufficienza degni agli occhi di così tanti devoti fedeli e li ha ispirati nel comunicarci il loro amore e la loro compassione soltanto al fine del Suo amore. Che Lui possa essere lodato per ogni respiro che facciamo. La nostra pietà e afflizione sono per coloro che ancora vagano nelle tenebre, resi ciechi dai falsi luccichii di questa vita. Coloro che privano se stessi della luce della Fede e falliscono nel rispondere alla chiamata del Tawheed (monoteismo islamico, ndr). Quanti sono costoro, anche fra i nostri cari. Comunque, fratelli e sorelle, voglio ringraziarvi di nuovo per la vostra lettera. Il mio francese è molto povero, lo capisco con difficoltà. Per questa ragione ho scelto di scrivere in inglese, sebbene non sia perfetto al punto di permettermi di comunicare abbastanza bene. Per adesso concludo questa lettera con l’augurio di pace a tutti voi. Il vostro fratello nella fede Mohammed Bouyeri.

Bresso Vs Cota


Torino - Il Tar del Piemonte ha accolto in parte uno dei ricorsi che riguarda presunte irregolarità di due liste e si va verso il riconteggio dei voti delle due liste di sostegno al governatore Roberto Cota. Le liste per le quali è stato parzialmente accolto il ricorso sono "Consumatori" e "Al Centro con Scanderebech". Il riconteggio parziale riguarderà quindi i voti di queste due liste che hanno appoggiato l'elezione di Cota. Accolte in parte le richieste dei legali della Bresso: le schede di "Al Centro con Scanderebech" (oltre 12mila voti) e "Consumatori" (quasi 3mila) saranno ricontate. "Diciamo la verità: il problema è che io ho vinto le elezioni e per qualcuno, evidentemente, non avrei dovuto vincerle - ha commentato Cota - altrimenti non riesco a darmi una spiegazione di quello che sta succedendo".

Ricorsi respinti. Respinto, invece, il ricorso nei confronti della lista "Verdi Verdi". Per quanto riguarda infine il ricorso sulle presunte irregolarità della lista "Pensionati per Cota" il tribunale ha sospeso il giudizio per dare modo ai ricorrenti di presentare querela per falso, per la quale avranno 60 giorni di tempo. La nuova udienza del Tar è fissata per il 7 ottobre.

Bresso: "Solidità dei ricorsi". "Dal dispositivo si riconosce la solidità degli impianti dei ricorsi". E' il commento della ex presidente del Piemonte Mercedes Bresso. "Andare al riconteggio mi pare una decisione equilibrata, i cui effetti li vedremo nei termini stabiliti dai giudici". La Bresso si è detta "soddisfatta" dalla decisione su Michele Giovine e la sua lista "Pensionati per Cota": "E' stata riconosciuta anche qui la solidità del ricorso ed è solo stata rilevata una questione formale legata alla presentazione della querela".

Cota: "Le elezioni le ho vinte io". "Il risultato è chiaro: io ho vinto le elezioni proprio per i voti dati al presidente. Comunque faremo ricorso al Consiglio di Stato": così il governatore del Piemonte, Roberto Cota, commenta la decisione del Tar. "Premesso che per la sentenza c'é il ricorso al Consiglio di Stato, che faremo, e premesso che devo ancora leggere tutto con attenzione, io ho vinto le elezioni proprio per i voti dati al presidente, che si attribuiscono in diversi modi, con voto congiunto e con voto disgiunto, in base a quanto prevede la legge. Proprio seguendo la legge - ribadisce - il risultato è chiaro". Nella decisione del Tar del Piemonte c'é "un aspetto positivo", ha detto l'avvocato Luca Procacci, legale di Cota. "E' stato portato al centro dell'attenzione il tema dei voti assegnati al presidente. Dalle nostre verifiche abbiamo già visto che Cota non ha vinto grazie ai voti di lista, ma ha vinto per i voti dati direttamente a lui. Per questo confidiamo che il riconteggio confermerà la nostra tesi".

giovedì 15 luglio 2010

Solomon Kane

... non sono ancora pronto per la redenzione...

E l'Onu?


GAZA - Chiede ai pacifisti stranieri che promettono la ripresa dei loro viaggi sulle navi di portare, assieme agli aiuti per i palestinesi, anche un mixer per il suo gruppo musicale. Ma lo fa in contrasto con quello stesso regime nella striscia di Gaza che i pacifisti più o meno indirettamente aiutano contro l’embargo imposto da Israele. «Il nostro vecchio mixer è stato sequestrato dalla polizia di Hamas», spiega, con il timore che anche quello nuovo subisca la stessa sorte del primo. «Siamo vittime di una teocrazia repressiva che in nome della sua lettura distorta dell’Islam vieta la musica libera. Il loro Allah in verde non ci piace per nulla». E’ l’ironico paradosso vissuto dal ventenne Basher Bseiso, cantante molto popolare del “Gruppo della pace” (Fariq Salam) tra i giovani di Gaza amanti del “rap”. Ben riassunto dall’appello che lancia dalla sua casa Jamal Abu Al Qumsan, 43enne direttore della più nota galleria d’arte nella “striscia della disperazione”: «Grazie ai democratici di tutto il mondo che lottano contro l’embargo israeliano su Gaza. Però, per favore, potete in parallelo denunciare anche la repressione di Hamas contro le libertà intellettuali?».

ATTACCHI CONTRO LE ORGANIZZAZIONI GIOVANILI - Le loro sono solo due storie tra le infinite che si possono trovare nella regione. La più scottante ultimamente è quella degli attacchi contro le organizzazioni giovanili. E’ avvenuto il 23 maggio e il 28 giugno, quando una ventina di militanti armati e mascherati di Hamas hanno dato fuoco al campo estivo organizzato per gli studenti sul lungomare dalle Nazioni Unite. E alla fine di maggio, proprio il giorno del blitz dei commando israeliani contro la flottiglia pacifista che ha causato 9 morti, la polizia di Hamas qui ha chiuso ben cinque organizzazioni non governative locali. La più nota, Sharek (17 filiali nei territori palestinesi, di cui 5 nella striscia di Gaza), a sua volta si è vista bruciare due campi estivi studenteschi sulla spiaggia. Accusa uno dei dirigenti, Mohammad Aruki: «Vogliono obbligarci a chiudere i campeggi misti. Ci dicono che ragazzi e ragazze vanno separati. Così mirano a sradicare la cultura laica, cercano il monopolio sull’educazione». E’ l’ennesimo capitolo della guerra culturale in atto da tempo. Le ali più oltranziste del fronte religioso vogliono fermare la spiaggia alle ragazze, vietano la privacy alle coppiette non sposate, vedono la musica e le mode occidentali come un pericolo per la “moralità” pubblica. A chiedere spiegazioni agli esponenti di Hamas la risposta è in genere la stessa: «I ministeri, le nostre autorità civili, non c’entrano. Occorre rivolgersi alla polizia». Ma dagli agenti impera il no comment. Il più esplicito è stato Ahmed Yussef, vice ministro degli Esteri e presidente del Comitato contro l’embargo: «Israele ha il monopolio della forza. Hamas è molto più debole e cerca unicamente di imporre una sola sovranità nella striscia».

VERO REGIME - Il problema maggiore è che i testimoni, le stesse vittime, hanno paura a parlarne. Hamas è ormai un regime padre-padrone della sua gente. Punizione non vuole solo dire prigione, o persino tortura, ma piuttosto ostracismo, perdita del posto di lavoro, denigrazione, isolamento sociale. Bseiso parla con rabbia del pestaggio subito lo scorso 28 aprile. «Mi stavo spostando in moto, quando sono stato affiancato da un gruppo di miliziani delle Ezzedin Al Qassam, che mi hanno buttato a terra e picchiato con bastoni. Pochi giorni prima avevano fatto irruzione nel nostro studio e sequestrato video, telecamere, cassette. Ora, con mezzi di fortuna sto preparando una canzone di accusa contro la repressione di Hamas», dice. Il suo compagno nel gruppo, Ibrahim Ghonem, ricorda che sino al 2005, quando a Gaza e in Cisgiordania governava la stessa autorità dell’Olp costituita da Yasser Arafat nel 1994, la situazione era molto migliore: «In quel periodo nacquero almeno cinque gruppi rap a Gaza. Nessuno interferiva. Ora ci dicono che siamo agenti del Satana americano, corruttori di giovani. E il risultato è che chiunque può se ne va, emigra. Addirittura so di alcuni amici di altri gruppi rap che hanno approfittato di inviti a concerti all’estero per imboscarsi e non tornare più». A Jamal Abu Al Qumsan è andata peggio. Sino a qualche giorno fa non poteva sedere o sdraiarsi sulla schiena per le frustate subite a intermittenza tra il 5 e 12 maggio. Una punizione curiosa e molto diffusa la sua. Vieni convocato alla polizia nei centri carcerari. Non c’è molta scelta. La famigerata Saraya, nel cuore di Gaza city, è stata rasa al suolo dai bombardamenti israeliani della “Piombo Fuso” nel gennaio 2009. Restano però i Mashtal, i cinque carceri provinciali, e Ansar, dove si trovano i capi dei servizi di sicurezza. Qui inizia l’interrogatorio. «Dalle sette di mattina a sera tarda, talvolta oltre mezzanotte. La punizione più comune è tenerti conto un muro tutto il pomeriggio in pieno sole e obbligarti a esercizi assurdi. Per esempio viene ordinato di fare il ciclista, per ore e ore costretto a fingere di pedalare. Poi ti rimandano a casa. Così non figuri nell’elenco dei prigionieri, non devono neppure sfamarti. Solo ogni tanto un bicchier d’acqua. E la mattina devi essere puntuale di fronte al portone», racconta Jamal. A lui comunque è andata male. «Mi hanno accusato di corrompere le ragazze, di lasciar loro fumare il narghilè nei locali della mia galleria, addirittura di abusi sessuali. Così hanno usato cinghie e bastoni».

STANZE DI TORTURA - Ma poteva andar peggio. Fosse finito nella ex villa sul lungomare del presidente dell’Autorità palestinese a Ramallah, Abu Mazen, sarebbe restato in isolamento per mesi. Qui raccontano che le cantine sono adibite a stanze per la tortura dei “nemici dell’Islam”. Sono tecniche raffinate. Ci sono spie mischiate ai prigionieri. Meccanismi imparati direttamente dai carceri israeliani. Non esiste militante palestinese sopra i trent’anni che non li abbia sperimentati sulla sua pelle. La pressione psicologica è spesso molto più efficace di quella fisica. Fin qui tutto normale. Nei carceri del Fatah in Cisgiordania, dove la caccia ai militanti di Hamas resta aperta, le tecniche persecutorie sono molto simili. «La novità di Gaza sta nella crescente influenza dei sistemi utilizzati dai Basiji iraniani. Le teste di cuoio tra i gruppi scelti delle Ezzedin Al Qassam sono stati direttamente istruiti da loro. Il fine è quello di imporre una sorta di totale e totalizzante conformismo politico e culturale. Chiunque non si omogeneizza deve sapere che è a rischio. E pochi sono gli eroi. Spesso bastano alcune velate minacce per ottenere l’effetto voluto», sottolinea un noto commentatore locale, che parla sotto la promessa del più assoluto anonimato. Asma Al Ghuol, giornalista impegnata nella difesa delle libertà intellettuali, si è vista di recente sequestrare il computer e minacciare personalmente di essere “amorale” per la sua denuncia pubblica contro la censura a musicisti e scrittori. Una sua collega che collabora con la tv Al Arabya è stata arrestata pochi giorni fa perché scoperta dagli agenti viaggiare in auto in compagnia di un ragazzo che non era membro della sua famiglia.

SCENARIO SIMILE ALL'IRAQ - Abu Omar (è un nome finto), anziano militante del Fronte per la Liberazione della Palestina, esprime la sua dissidenza in privato: produce vino di nascosto nel campo profughi di Jabalia e ne vende 100 litri l’anno. «E’ la mia sfida contro il divieto dell’alcool imposto dagli islamici, contro le ingerenze nel nostro privato, come se fossimo sotto i talebani», dice mostrando la foto di Hassan Mohammad Hajazi, suo amico e attivista assassinato da Hamas nel gennaio 2009 approfittando del caos generato dall’attacco israeliano. «Il dramma è che se mostro questa foto per la strada vengo arrestato». Sono gli effetti perversi dell’embargo israeliano. Uno scenario che ricorda da vicino quello imposto contro l’Iraq di Saddam Hussein negli anni Novanta sino alla guerra del 2003. Il blocco economico, l’isolamento, la messa all’indice generano enormi difficoltà sul piano internazionale per il regime colpito, ma lo rafforzano internamente e gli forniscono indirettamente la legittimazione agli abusi anche più gravi nei confronti delle proprie popolazioni. Sostiene Atef Abu Saief, brillante docente di scienze politiche alla locale università Al Azhar: «Hamas controlla Gaza molto meglio che un paio d’anni fa. Anche se la sua popolarità è in diminuzione. Ma questo non lo potremo verificare. Le libere elezioni, così come nel 2006, sono ormai impossibili. Al meglio, nel caso si torni alle urne, vedremo un accordo sottobanco per la spartizione dei voti con Fatah. La teocrazia di Hamas segna la fine del sogno democratico». Commenta un noto giornalista assunto dalle agenzie stampa straniere che assolutamente chiede di restare anonimo: «La differenza con l’Iraq è che nei territori palestinesi occupati da Israele nel 1967 le elezioni parlamentari del gennaio 2006 sono state stravinte in modo pulito da Hamas contro Fatah. Tra le sinistre occidentali fanno bene a puntare il dito contro i loro governi che rifiutano quel voto. Non è possibile accettare in democrazia solo i risultati che ci piacciono e rifiutare quelli sgraditi. Però adesso non ci si accorge che la popolarità di Hamas a Gaza è in caduta libera. E’ una situazione curiosa e riflette l’antica propensione palestinese a schierarsi sempre contro chi vince. Se oggi si andasse alle urne, in Cisgiordania potrebbe ottenere la maggioranza Hamas, ma a Gaza il Fatah». «Hamas come Hitler, o meglio, come gli islamici in Algeria», rincara Saief. «Ecco perché Yasser Arafat, sino alla sua morte nel novembre 2004, si rifiutò sempre di tenere elezioni con Hamas. Sapeva che un voto libero con gli islamici al governo non avrebbe mai più potuto aver luogo per il fatto molto evidente che la dottrina dei Fratelli Musulmani non dà alcun valore alla democrazia». A suo dire qui sta la debolezza di Abu Mazen: aver permesso ad Hamas di presentarsi al voto del 2006. «Si illudeva di battere il suo avversario nell’Olp locale, Mahmoud Dahlan, che in veste di capo della polizia di Arafat a Gaza e a causa dei suoi stretti legami con la Cia era fortemente impopolare. Ma non ha capito che apriva le porte a Hamas. Ora si dovrebbe tornare alle urne. Ma non avverrà più in modo pulito».

HAMAS E L'IRAN - Saief ripete la teoria che va per la maggiore da Gaza al Cairo: Hamas non ha alcun interesse a mettere a rischio lo status quo, non cerca un vero accordo con Abu Mazen, non vuole il voto e neppure contatti con Israele. «Hamas è legata ai Fratelli Musulmani e l’Iran. Controlla una base territoriale, ha un progetto più pan-islamico e molto meno nazionalista. Non cerca il compromesso, vede Gaza come il rilancio della guerra santa globale. Ecco perché a farne le spese sono ora gli intellettuali e qualsiasi entità indipendente nelle zone sotto il suo controllo», aggiunge. Non è da nascondere che i perseguitati sono in genere militanti dell’Olp, o comunque legati al vecchio fronte laico della sinistra palestinese. «Atef non è credibile. E’ un intellettuale organico del Fatah, nostro nemico ideologico per eccellenza», replica per esempio Taher Al Nunu, portavoce di Hamas. E infatti Atef nel giugno 2009 si è fatto oltre una settimana di “carcere giornaliero”. Ricorda: «Non c’era violenza vera. Solo fastidio, tanta sete al sole, grande perdita di tempo e interrogatori spossanti». Ora è preoccupato. Ai primi di giugno è stato riconvocato alla polizia per 24 ore. Teme censurino il suo libro di short stories appena pubblicato in arabo: «Natura morta. Storie dal tempo di Gaza». La censura è strisciante, minacciosa, immanente. Ne parla Mohammad Aruki mostrando la zona del suo campo di tende devastato dal fuoco. Tra i capi di accusa nei loro confronti c’è anche un sondaggio condotto tra i giovani di Gaza in cui si conclude che almeno il 41% spera di emigrare all’estero. E il motivo portante di tanta disaffezione è la crescita delle accuse contro la corruzione e il nepotismo dei dirigenti islamici. I toni sono simili a quelli che imperavano contro i capi di Fatah prima del voto del 2006. Lo stesso leader di Hamas, il cinquantenne Ismail Haniyeh, si vede messo in dubbio tra l’altro per aver sposato come seconda moglie la vedova 22enne di una delle guardie del corpo di Said Siam, noto militante ucciso dalle bombe israeliane nel 2009. Sottolinea Aruki: «Per Hamas il nostro sondaggio è una grande debacle. Dimostra che i giovani non vogliono più lottare. L’embargo israeliano è terribile, ci impedisce ogni movimento, siamo in una grande prigione a cielo aperto. Però è morto lo spirito delle due intifade. Si vuole fuggire nel privato, stare bene individualmente. Una volta c’erano studenti che rifiutavano le rare borse di studio all’estero pur di restare a combattere collettivamente l’occupazione sionista. Oggi tutti vorrebbero emigrare e a bloccarci non è solo Israele. L’Egitto fa passare con il contagocce la gente da Rafah. E Hamas concede il permesso di emigrazione unicamente ai suoi militanti. Gli altri sono solo sudditi da convertire alla sua lettura dell’Islam».

Lorenzo Cremonesi

D'Alemallah e il governo transitorio...

Mi domando come mai delle proposte del genere. O io mi sono persa qualcosa e il governo è caduto... o non capisco come mai vengano fuori all'improvviso proposte di governi di transizione o governi misti. E poi, chi ci mettiamo al posto del Berluska? Prodi? O lo stesso D'Alema? Ah, no... forse Vendola? O Fini o Casini?


ROMA — «In questo momento le prospettive appaiono incerte mentre la crisi appare certa». Esordisce così Massimo D’Alema. E la sua non è una battuta: «Io penso che qualsiasi considerazione sulle prospettive politiche dovrebbe prendere le mosse da una preoccupazione vivissima dello stato del Paese. E non mi pare che Berlusconi ne sia consapevole, visto che continua a lanciare futili messaggi di ottimismo».

Che fa l’opposizione? Gufa? «Il problema qui non è dividerci tra chi è ottimista e chi è pessimista. Tutti quanti abbiamo speranza nella capacità di questo Paese di riprendersi, ma il problema vero è che noi siamo di fronte a una grande crisi che non è solo economica. C’è anche una crisi morale, di credibilità dello Stato, di fronte alla quale non c’è nessuna risposta, perché c’è un vuoto di leadership politica impressionante. Berlusconi prova a trovare una via d’uscita cercando di costruire un equilibrio politico che lo tuteli di più, e perciò si lancia nel tentativo abbastanza maldestro di riassorbire nella maggioranza Casini. Ma la questione vera non è come puntellare l’attuale equilibrio, è come uscirne».

E come se ne esce secondo lei, onorevole D’Alema? «Bisogna prendere atto che la lunga fase della parabola berlusconiana è finita. Nell’ultimo decennio lui è stato il principale arbitro della vita pubblica e ha governato per circa otto anni. Il risultato complessivo di questa esperienza è estremamente negativo. Non credo che l’anno prossimo Berlusconi possa andare all’assemblea della Confindustria e dire che vuole ridurre le tasse, semplificare la pubblica amministrazione, modernizzare il Paese ed essere di nuovo applaudito. Infatti è successo il contrario. La pressione fiscale è aumentata. L’inefficienza e la corruzione della pubblica amministrazione sono cresciute con fenomeni patologici che ricordano per dimensione e gravità la situazione dell’Italia all’inizio degli anni Novanta. Il Pil del 2009 è fermo: è uguale al Pil del 2000, mentre la spesa pubblica è cresciuta di 6 punti. Insomma, un disastro, è difficile usare una espressione diversa».

Lei dipinge un quadro a tinte assai fosche... «Siamo di fronte a un bilancio fallimentare, il che pone il Paese in una condizione d’emergenza. E una classe dirigente degna di questo nome dovrebbe dire: fermiamoci un momentino, altrimenti l’Italia va a rotoli, e cerchiamo dei rimedi. Naturalmente questo è un discorso che si rivolge a tutte le forze politiche. Nel senso che, secondo me, non ci sono scorciatoie: non si esce da una crisi di questo tipo attraverso una soluzione giudiziaria, come può immaginare una certa parte dell’opposizione, o attraverso una campagna moralista e giustizialista. Io voglio che si faccia giustizia e penso che le persone che sono gravemente indiziate o sotto processo si debbano dimettere. A questo proposito ritengo un fatto positivo che si siano ottenute le dimissioni di Cosentino, dopo le dimissioni di Brancher e dopo quelle di Scajola. Ma proprio questa sfilata di dimissioni dimostra che siamo di fronte a un problema più profondo. La portata della crisi richiede un salto di qualità politico ed escludo che possa farlo Berlusconi, perché non credo che abbia la capacità del barone di Münchausen che si sollevava da solo. Penso che questa riflessione la si stia facendo anche all’interno del Pdl».

Onorevole D’Alema, lei sembra ipotizzare una crisi di governo neanche troppo lontana nel tempo. A quel punto le soluzioni potrebbero essere diverse. Elezioni anticipate o un governo che guidi la transizione. «La prospettiva delle elezioni obiettivamente c’è. Ma io sono d’accordo con la lettera che vi ha mandato Macaluso: ritengo che tornare a votare con l’attuale legge elettorale, per una sorta di referendum su Berlusconi sì, Berlusconi no, non sarebbe utile. C’è bisogno di un momento di responsabilità in cui si affrontino i problemi del Paese con coraggio. Abbiamo bisogno di un nuovo patto sociale. Come negli anni Novanta ci fu un patto per il risanamento, oggi abbiamo bisogno di un patto per la crescita. Tutto ciò l’attuale governo non è in grado di farlo, al di là di ogni valutazione, perché non ha credibilità».

Il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini in un’intervista al «Corriere della Sera» ha proposto una soluzione diversa da quella delle elezioni anticipate: lui pensa piuttosto all’opportunità di dare vita a un governo delle larghe intese. «Se si tratta di un’operazione di ceto politico intorno a Berlusconi non serve assolutamente a nulla. Ha un senso, viceversa, se è un appello alla responsabilità per aprire una fase nuova attraverso un governo di transizione, di larghe intese, o come vogliamo chiamarlo. Ovviamente, in una democrazia bipolare questa non può che essere una soluzione temporanea, legata a obiettivi precisi, ivi compresa la riforma della legge elettorale, che produce un bipolarismo fondato su una personalizzazione distorta della politica. E come la realizzazione di un compromesso ragionevole tra nord e sud in materia di federalismo, per evitare che questo diventi il tema di uno scontro lacerante per il Paese. Si tratta di un discorso che ha una logica e credo proprio che il maggior partito di opposizione sarebbe pronto a riconoscere la logica di un ragionamento di questo tipo».

Per la verità Pier Ferdinando Casini dice anche che il Pd è pronto a fare un governo guidato da Giulio Tremonti.  «Mi sembra una interpretazione un po’ sbrigativa e credo che tutte queste chiacchiere sui nomi servano solo ad ostacolare i processi politici ».

Ma non crede di esagerare le difficoltà del momento? Quella di questi giorni potrebbe anche essere una crisi passeggera e Berlusconi potrebbe continuare a governare fino alla fine della legislatura. «È evidente anche agli esponenti della maggioranza che l’attuale equilibrio non regge più, gli elementi di scollamento sono troppi ».

Ma chi potrebbe mai essere la personalità che riesce a mettere insieme forze politiche tanto diverse?  «Questa è una decisione che spetta, come lei sa, al presidente della Repubblica».

E perché mai il Pdl dovrebbe scaricare Silvio Berlusconi per metter su un governo di transizione con le forze dell’opposizione? «È chiaro che se questo discorso non troverà un ascolto nell’ambito della maggioranza è probabile che si arriverà alle elezioni anticipate, perché ormai la situazione non è più sostenibile. Però se dentro il Pdl ci sono persone preoccupate del destino del Paese e non soltanto cortigiani — e io non credo che ci siano esclusivamente cortigiani perché comunque è una grande forza politica che ha avuto il voto di tanti milioni di italiani — questa prospettiva è attuabile. Insomma, il Pdl deve dimostrare se è un partito o una sorta di sultanato. I partiti nelle democrazie moderne hanno la capacità di guardare agli interessi del Paese anche al di là del destino delle leadership, che possono anche cambiare. Per loro questa è una prova importante».

Maria Teresa Meli

mercoledì 14 luglio 2010

Germania, Turchia e islam


Il ministero delle religioni di Ankara si occupa di scrivere i sermoni del Venerdì sia per la Turchia sia per la diaspora, comprese le moschee dirette dalla DITIB in Germania. Alcuni imam intervistati da Ceylan hanno ammesso l’assurdità di leggere ai credenti del centro di Amburgo dei sermoni che riguardano la vita nei villaggi in Anatolia. “La maggior parte delle tematiche trattate dai sermoni composti da Ankara non ha nulla a che vedere con la vita di tutti i giorni della gente”, scrive Ceylan. “Invece di affrontare i gravi problemi sociali come l’educazione o i matrimoni forzati, gli imam di Berlino e di Duisburg parlano a ruota libera della battaglia dello stretto dei dardanelli, della vita di Ataturk o della zakat, il sistema di sicurezza sociale turco.” Insieme ai funzionari tedeschi, Ceylan lamenta l’incapacità degli imam di aiutare i propri fedeli a superare i complessi problemi che le comunità di immigrati in Germania devono affrontare quotidianamente. Con un tedesco stentato ed una scarsa conoscenza della società tedesca, gli imam stranieri sono incapaci, dice, di aiutare le famiglie che si barcamenano tra la burocrazia legale tedesca e il contorto sistema sanitario. Il loro arciconservatorismo mina la loro utilità in settori come la salute e le relazioni, dove i problemi dei giovani adulti di terza e quarta generazione somigliano a quelli dei loro pari tedeschi nelle grandi città.

Studi su studi mostrano che la comunità turca è poco integrata, non supera le scuole tedesche ed è relegata – Ceylan stesso è ovviamente un’eccezione, senza menzionare Mesut Ozil, la star d’origine turca della squadra di calcio della Germania dei Mondiali - ai ranghi più bassi della scala sociale. Lo schietto Ozcan Mutlu, membro del partito dei verdi di Berlino accusa la leadership turca di “perpetuare le differenze nazionali”. “ Noi vogliamo che i bambini tedeschi e quelli turchi studino insieme”, che non siano divisi gli uni dagli altri, afferma. Il primo ministro turco non parla per i Deutschtürken, sottolinea. Eppure, il loro provincialismo, rinforzato dagli imam di stato, impedisce loro di integrarsi.

La questione dei turchi di Germania costituisce un ulteriore ostacolo che incombe sui già instabili rapporti tra la Turchia e la Germania. Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha risposto seccamente ad Erdogan che “integrazione” non vuol dire “assimilazione”. La Germania non vuole far diventare tedeschi i turchi, afferma, ma gli immigrati di un tempo devono partecipare alla vita pubblica tedesca. E la Merkel si sta muovendo per ricondurre i turchi all’ovile. I fautori dell’integrazione etnica sono generalmente d’accordo sul fatto che la nuova generazione di insegnanti religiosi debba essere educata in Germania, dove potrà meglio combinare l’islam con i valori della modernità. Sebbene né Ankara né DITIB abbiano pubblicamente rifiutato quest’idea, le frecciate lanciate a Ceylan dai patrioti turchi dopo aver letto il Die Prediger des Islam – accusandolo di diffamare l’islam e la patria - tradisce il loro antagonismo.

Solo quest’anno, la Germania si è impegnata nella creazione di diversi dipartimenti di teologia islamica nelle università tedesche. Questi dipartimenti dovrebbero educare gli imam, il personale islamico (compreso un clero femminile), e i dotti religiosi. L’idea – adesso in voga nell’Europa occidentale – è che, indipendentemente dai seminari turchi di stampo dottrinario, un nuovo genere di islam autocritico, democratico e amichevole potrebbe emergere: un islam che meglio si adatta alla vita nell’Europa moderna. Per il momento in Germania, un primo esperimento di una facoltà del genere è stato realizzato nella città nordoccidentale di Osnabruck lungo i confini olandesi, dove Ceylan insegna attualmente. I suoi primi anni di vita sono stati rovinati, però, dagli aspri disaccordi sia all’interno della comunità islamica, sia tra i musulmani locali e l’accademia tedesca, un anticipo di quello che significa realizzare una facoltà del genere e farla funzionare.

Vi è, inoltre, la delicata questione di quali moschee ospiteranno questi predicatori, educati in Germania e dalla mentalità moderata, una volta diplomati. La maggior parte dei fedeli che frequentano le moschee in Germania non sembra lamentarsi degli imam della DITIB, che sono gratis per le comunità religiose locali, visto che tutte le spese sono pagate dalla Turchia. Le moschee che si sono allontanate dalla direzione della DITIB non scelgono di calzare scarpe Birkenstock o imam multiculturali, ma scelgono piuttosto predicatori dalla mentalità fondamentalista, come quelli provenienti dal Milli Gorus, un movimento islamico internazionale che ha accesso a fondi esterni.

In definitiva, una nuova sintesi tra islam e illuminismo dovrà venire dal basso, cioè dalle diverse comunità musulmane presenti in Germania. Fortunatamente per i tedeschi, le furie patriottiche di Erdogan non vengono recepite dai turchi tedeschi che sono sordi alle sue parole. Sono migliaia gli immigrati con un passato turco che potrebbero frequentare i raduni tenuti da Erdogan in Germania, ma questi sono consapevoli che il loro futuro è al di fuori della Turchia – e, alla fine, potrebbero impegnarsi nel loro paese d’adozione scegliendo in modo più indipendente e consapevole i propri leader religiosi. Fino ad allora, considerata l’alternativa, a Berlino non resta che fare la pace con i prussiani inviati dalla Turchia.

Tratto da Foreign Policy - Traduzione di Annalisa Marroni

Burqa e niqab


Roma - Il comitato per Islam italiano, presieduto dal ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha ribadito il divieto di indossare in luogo pubblico indumenti quali burqa o niqab che rendono irriconoscibile la persona: si tratta di un divieto motivato da ragioni di pubblica sicurezza e "presunte interpretazioni religiose" non sono "giustificati motivi per eludere tali esigenze di ordine pubblico". Ma visto che si tratta di indumenti per i quali in realtà non vi è un obbligo religioso, il comitato suggerisce di deconfessionalizzare la materia: ovvero "le leggi evitino ogni specifico riferimento all’Islam e a questioni che attengano al velo o alla condizione della donna musulmana".

"Il Comitato - spiega in una nota il Viminale - ha predisposto un parere sulle proposte di legge pendenti, intese a confermare che l’uso in luogo pubblico di indumenti che coprono interamente il volto e rendono la persona irriconoscibile (quali il burqa e il niqab) deve rimanere vietato per ragioni di pubblica sicurezza, né presunte interpretazioni religiose costituiscono ’giustificati motivì per eludere tali esigenze di ordine pubblico". Inoltre "il Comitato, intervenendo su queste proposte dal punto di vista dei rapporti con l’Islam, ha chiarito che quello del burqa e del niqab non è un obbligo religioso che derivi dal Corano, né è riconosciuto come tale dalla grande maggioranza delle scuole giuridiche islamiche". "La materia - prosegue la nota del Viminale - va dunque 'deconfessionalizzata', e il Comitato suggerisce che le leggi evitino ogni specifico riferimento all’Islam e a questioni che attengano al velo o alla condizione della donna musulmana, limitandosi a ribadire che persone travisate in modo da non essere riconoscibili - salvi giustificati motivi che attengono alla salute o alla sicurezza nella circolazione o sul lavoro - non possono essere identificate dalle forze dell’ordine, individuate dai conoscenti e se del caso descritte dai testimoni".

La riconoscibilità delle persone - si ribadisce - deve essere invece garantita, "tanto più a fronte del rischio internazionale - che non è scomparso - collegato al terrorismo". Il parere del Comitato è inviato dal ministro dell’Interno al presidente della Commissione affari costituzionali della Camera, davanti alla quale si è avviata la discussione di varie proposte di legge in materia. Il presidente Bruno - ricorda il Viminale - nei giorni scorsi aveva formalmente chiesto di conoscere il parere del Comitato, una volta elaborato. Inoltre, il Comitato per l’Islam italiano ha dato atto che il diritto dei Paesi Islamici si fa carico delle esigenze del minore, che non sia adeguatamente assistito dalla famiglia naturale, attraverso l’istituto della Khafala, cioè attraverso l’affidamento del minore ad adulti in grado di provvedere alle sue necessità.

Il Comitato ha riconosciuto l’opportunità che - nella legge di recepimento della Convenzione dell’Aja del 19 ottobre 1996, che lo Stato italiano è tenuto ad approvare in tempi stretti - venga emanata una disciplina degli effetti della Khafala. Tale disciplina - si sottolinea - nel rispetto delle peculiarità dell’istituto - dovrà assicurare la massima tutela del minore, specie quando sia in stato di abbandono, e ne garantirà la permanenza in Italia, finchè dura l’affidamento, in base alle medesime regole che disciplinano il diritto di permanenza dell’affidatario. Il Comitato - sottolinea la nota - ritiene che l’emanazione di una legge specifica e organica sia opportuna per "superare le incertezze cui ha finora dato luogo il riconoscimento, in via meramente giudiziaria, di taluni effetti della Khafala". Anche "per assicurare un penetrante controllo del tribunale dei minori, meglio definire il rapporto tra l’affidatario e il minore e garantire i diritti dell’affidato".

martedì 13 luglio 2010

Scelte sinistre


Cari amici, c'è qualcuno fra voi che conosce personalmente Romano Prodi? Ho una brutta notizia da dargli e vorrei farlo con cautela. Non mi riferisco naturalmente all'operazione della moglie di cui hanno parlato i giornali; spero come tutti che il decorso continui a essere favorevole e la guarigione veloce, aggiungendo i miei auguri. No, devo dargli notizie di un caro amico, che purtroppo è nei guai. Si tratta di Omer Hassan Al-Bashir, golpista presidente del Sudan. La cattiva notizia è che una sezione della Corte Internazionale dell'Aja ha confermato nei giorni scorsi il suo mandato di cattura per genocidio, con tre capitoli di accusa, dopo un complicato ricorso dei suoi avvocati: in sostanza, secondo il pubblico ministero Moreno Ocampo, Bashir è accusato dalla corte dell'Onun di tenere una popolazione di 2,5 milioni di abitanti "in condizioni genocide, come in una gigantesca Auschwitz." (qui). E infatti le vittime sono centinaia di migliaia – altro che Gaza. Il tribunale ha accertato che vi sono tutte le prove sufficienti per il processo, anche se l'imputato è latitante.

Infatti Bashir naturalmente rifiuta l'autorità del tribunale ed è appoggiato in questo dalla Lega Araba e dall'Organizzazione della Conferenza Islamica, che lo invitano regolarmente alle loro riunioni, anche perché il Sudan è un anello importante nella catena del contrabbando d'armi iraniano per Hezbollah e Bashir è naturalmente nemico di Israele e degli "yahud", come si dice ebreo in arabo. C'è stato il paradosso di una riunione della Lega Araba qualche tempo fa, se non sbaglio in Dubai, dove alla cena di gala Bashir era seduto accanto al segretario dell'Onu Ban, quello che è inflessibile con le violazioni israeliane, ma non si è affatto rifiutato di far bisboccia assieme all'unico capo di stato nella storia incriminato per genocidio mentre è in carica.

E Prodi, mi direte, che c'entra? Be', nel 2007 quando era presidente del consiglio (e il ministro degli esteri si chiamava Massimo D'Alema), Prodi ricevette con tutti gli onori Bashir suscitando aspre polemiche (qui). Poteva evitarselo, ma aveva la scusa dell'interesse nazionale, e l'incriminazione non era ancora avvenuta. Ma nel settembre 2009, meno di un anno fa, Prodi andò in visita al macellaio del Sudan, quando era già sotto mandato di cattura internazionale per genocidio, gli parlò affettuosamente come un amico e ottenne da lui la promessa di migliorare la libertà di stampa (beninteso, purché i giornalisti non superassero una "linea rossa" non ben definita). Altro che la legge bavaglio in discussione nel nostro sfortunato paese (peraltro molto simile a quella proposta da Mastella, quand'era ministro della giustizia dello stesso Prodi. Badate che non traggo queste notizie solo da qualche fonte nemica come l'Occidentale (qui), ma dal sito della stessa fondazione per la Collaborazione fra i popoli, il cui presidente è Romano Prodi (qui). Girellando per lo stesso sito della Fondazione e per Internet (per esempio su quello di quest'altra curiosa fondazione, con sede a San Marino e presieduta da un altro Bashir che è una specie di braccio destro di Gheddafi: (qui), si vede che i popoli con cui Prodi ama collaborare sono essenzialmente la Libia (che, vabbé, piace anche a Berlusconi), l'Iran (visitato a parecchie riprese, fra l'altro meno di due anni fa: qui, con un incontro cordiale con Ahamadinedjad: qui).

Tutti peccati veniali, naturalmente, salvo l'amicizia con un ricercato internazionale, che la stampa italiana ha dimenticato allegramente. Ma se qualcuno si chiede perché gli amici di Israele hanno maggiore diffidenza per Prodi, D'Alema e il loro schieramento che per quello dei loro avversari, farebbe a chiedersi se Frattini ha pubblicamente passeggiato a braccetto con i capi di Hezbollah, o se qualche leader della destra è andato a chiacchierare amichevolmente col presidente del Sudan. Il fatto è che la collaborazione dei popoli (no tutti i popoli, quelli giusti) è nel Dna della nostra sinistra. Ma questo non diteglielo a Prodi, vi farebbe dei lunghi discorsi per mostrare come lui è superiore a certe cose.

Onu e il ddl sulle intercettazioni


MILANO - Forte presa di posizione dell'Onu contro il ddl intercettazioni, nel giorno in cui, in commissione Giustizia alla Camera, si chiude il termine per il deposito degli emendamenti. Il governo italiano, ha detto il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla libertà di espressione, Frank La Rue, deve «abolire o modificare» il progetto di legge sulle intercettazioni perché «se adottato nella sua forma attuale può minare il godimento del diritto alla libertà di espressione in Italia». Perplessità espresse attraverso un comunicato, che hanno fatto scatenato lo «sconcerto» del ministro degli Esteri Franco Frattini. «In tutti i Paesi democratici il Parlamento è sovrano e decide. Le proposte legislative prima vanno lette» ha aggiunto il titolare della Farnesina.

«DIALOGO CON TUTTE LE PARTI INTERESSATE» - Nella nota, La Rue si è detto «consapevole» del fatto che il disegno di legge sulle intercettazioni vuole rispondere alle preoccupazioni relative «alle implicazioni della pubblicazione delle informazioni intercettate per il processo giuridico e il diritto alla privacy». Ma ha precisato che «il disegno di legge nella sua forma attuale non costituisce una risposta adeguata a tali preoccupazioni e pone minacce per il diritto alla libertà di espressione». Ricordando le manifestazioni contro il progetto di legge del 9 luglio scorso, l'esperto ha quindi raccomandato al governo di non «adottarlo nella sua forma attuale, e di impegnarsi in un dialogo significativo con tutte le parti interessate, in particolare giornalisti e organizzazioni della stampa, per garantire che le loro preoccupazioni siano prese in considerazione». E si è detto pronto «a fornire assistenza tecnica per garantire» che il ddl «rispetti gli standard internazionali dei diritti umani sul diritto alla libertà di espressione».

PIOGGIA DI EMENDAMENTI - Sugli emendamenti messi a punto dal Pdl è intervenuta in maniera chiara la presidente della commissione Giustizia della Camera, Giulia Bongiorno: le modifiche presentate dalla maggioranza al ddl intercettazioni sono senza dubbio un passo avanti, ma si può fare di più. Così, dopo aver avuto una lunga riunione in mattinata con il presidente della Camera Gianfranco Fini, la Bongiorno ha annunciato di voler presentare ulteriori proposte di modifica su responsabilità giuridica dell'editore, intercettazioni dei parlamentari, intercettazioni ambientali e intercettazioni dei reati che riguardano ignoti. La presidente della commissione Giustizia della Camera è anche relatore del provvedimento, pertanto, potrà presentare emendamenti oltre il termine fissato (martedì alle 15). Anche l'Udc, spiega il deputato Roberto Rao, considera le proposte di modifica firmate dal capogruppo del Pdl in commissione Giustizia della Camera Enrico Costa e sottoscritte dall'«omologo» della Lega Matteo Brigandì, come «un passo avanti». Ma anche il parlamentare centrista definisce il testo «migliorabile». Così è stato messo a punto un pacchetto di circa 40 proposte di modifica per «approfondire e limare» alcuni dei punti più «caldi» del ddl. Il Pd ha depositato più di 400 emendamenti. L'Idv, guidata dal capogruppo in commissione Federico Palomba, ne ha presentati invece 170. Annunciando «un'aspra battaglia».

Rabbia islamica? Ma vah?


PARIGI - L'Assemblea nazionale, il parlamento francese, ha approvato a maggioranza in prima lettura un progetto di legge che punta a vietare l'utilizzo del velo islamico integrale nei luoghi pubblici. Una norma su cui da tempo si era aperto un dibattito nel Paese con prese di posizione contrarie arrivate sia da giuristi sia dalle comunità musulmane che rivendicavano invece il diritto alla libera espressione religiosa insito, a loro dire, nell'utilizzo dell'indumento.

GLI SCHIERAMENTI - Nel corso del voto all'Assemblea nazionale, il partito della maggioranza di destra (Ump) e i centristi del Nouveau centre si sono espressi a favore della messa al bando del velo islamico. Mentre oltre ai socialisti (Ps) e ai comunisti (Pcf), non ha partecipato al voto nemmeno il gruppo dei Verdi, che in un primo tempo aveva annunciato di voler votare contro. L'unico esponente del partito comunista ad aver partecipato alle votazioni è stato Andre Gerin, presidente della commissione di inchiesta sul velo integrale, che si è espresso a favore della norma. Il Senato francese esaminerà il progetto di legge sulla messa al bando del burqa e del niqab dopo la pausa estiva, il prossimo settembre.

LE SANZIONI - Il testo votato oggi, presentato dal ministro della Giustizia Michele Alliot-Marie, prevede il divieto di indossare il velo integrale in tutti i luoghi pubblici. Mariti o conviventi che obbligano le loro compagne a indossare il velo saranno suscettibili di arresto fino a un massimo di un anno e potrebbero essere condannati a pagare un’ammenda di 15.000 euro.

lunedì 12 luglio 2010

Islam


Per decenni, nessuno in Germania aveva mai fatto troppo caso alla presenza di imam musulmani provenienti dall’estero. La Presidenza degli affari religiosi della Turchia ha inviato, inosservata, ogni quattro anni, degli imam nella Germania occidentale. Questi predicatori, oltre ad amministrare i bisogni spirituali delle famiglie dei lavoratori turchi immigrati, cercavano di evitare che questi si allontanassero troppo dalle norme culturali turche. Oggi, però, gli imam turchi presenti in Germania si trovano sotto le luci dei riflettori. Berlino e Ankara sono bloccate in una feroce battaglia che non riguarda soltanto le questioni religiose. I due paesi stanno rivaleggiando per garantirsi la fedeltà della diaspora turca in Germania, che conta ben tre milioni di persone: una popolazione che rappresenta i due terzi dei musulmani del paese. Entrambe le parti riconoscono agli imam il ruolo di colonne portanti della comunità turca in Germania. Gli imam, infatti, sono le uniche autorità riconosciute dai Deutschtürken, i turchi tedeschi che per primi sono arrivati in Germania come Gastarbeiter – forza lavoro importata e a basso costo – negli anni sessanta.

Vi sono tre possibili scenari che gli imam potrebbero realizzare con i turchi della diaspora in Germania, ognuno dei quali comporterebbe delle conseguenze enormi per il futuro dell’islam in Germania e in Europa. I predicatori potrebbero incoraggiare i turchi della diaspora ad integrarsi nella laica Germania oppure potrebbero spingerli tra le braccia degli estremisti radicali o, ancora, potrebbero fare il possibile affinché gran parte dell’ampia popolazione musulmana presente sul territorio tedesco resti una comunità principalmente straniera.

In un libro pubblicato recentemente in Germania, un dotto religioso, Rauf Ceylan, lui stesso figlio di lavoratori curdi immigrati dall’Anatolia, offre l’analisi più chiara e penetrante, tra quelle condotte fino ad oggi, sugli imam tedeschi nati all’estero, mostrando esattamente quanto questi siano cruciali per il destino dell’Europa. “Fondamentalmente, scrive, essi decidono se i giovani musulmani appoggeranno un islam liberale, conservatore o estremista.” Il suo libro, comunque, Die Prediger des Islam: Imame -- Wer Sie Sind und Was Sie Wirklich Wollen ("I predicatori dell’islam: gli Imam, chi sono e che cosa vogliono veramente"), non è ottimista.

Questo non vuol dire che gli imam stiano allevando dei potenziali terroristi, anzi, piuttosto il contrario. Quando si parla di fondamentalismo, infatti, gli interessi turchi e quelli tedeschi coincidono. L’ultima cosa che Ankara vuole è che i Turchi tedeschi reimportino nella Repubblica di Ataturk delle forme di islam radicale. In generale, in Germania vi è una percentuale di imam estremisti inferiore all’1%, secondo Ceylan, e questi leader sono giovani, operano al di fuori delle moschee ufficiali e spesso lontano dalla portata delle autorità turche e tedesche. La Germania, solo per poco, è sfuggita ad attacchi terroristici come quelli di Madrid e di Londra, e Ceylan avverte che questa “nuova essenza” del fondamentalismo ha un forte potenziale distruttivo.

La maggior parte degli imam in Germania, però, sono “conservatori e tradizionalisti” o, come Ceylan li etichetta, “degli imam prussiani”. Questi predicatori rappresentano, sostanzialmente, un distaccamento di dipendenti statali turchi che vengono collocati nelle rispettive moschee attraverso la più grande organizzazione islamica della Germania, l’Unione turco-islamica per gli affari religiosi (DITIB), conosciuta in Germania come “la lunga mano di Ankara”. Da quando la Turchia si è resa conto che milioni dei suoi cittadini vivevano stabilmente in Germania e non avevano intenzione di fare ritorno, ha inviato questi imam per assolvere a degli scopi politici oltre che religiosi. La DITIB fu creata dalle autorità turche nei primi anni ottanta per tenere sotto controllo il flusso costante e l’emancipazione culturale della diaspora turca nella Germania occidentale. Inoltre, quest’unione controllava anche come evolvevano le pratiche religiose lontano dalle tradizioni turche. Gli imam sono prussiani, anche se il termine ottomani potrebbe essere più appropriato, in quanto coltivano delle usanze profondamente conservatrici, un’indole autoritaria, un fedele attaccamento alla loro patria – tutte cose che essi trasmettono ai loro fedeli nei sermoni, nei luoghi di culto e durante i corsi di religione.

I salari degli imam turchi sono pagati dal governo di Ankara che critica costantemente l’integrazione come un tradimento alla turchità. “I turchi all’estero dovrebbero restare turchi a prescindere dalla loro cittadinanza”, ha proclamato il primo ministro Recep Tayyip Erdogan. Durante le sue visite in Germania, Erdogan ha addirittura definito l’assimilazione un “crimine contro l’umanità” e ha sollecitato la creazione di licei turchi in Germania. Ankara, che recentemente ha creato un Ufficio per i turchi all’estero nel consiglio dei ministri, ha esortato i turchi della diaspora ad agire negli interessi turchi, svolgendo una sorta di servizio all’estero per il bene della collettività.

Sebbene la DITIB lo neghi, i suoi imam sono i principali strumenti usati dalla Turchia per evitare che i turchi tedeschi, adesso alla quarta generazione, diventino, semplicemente, tedeschi. Un semplice sguardo ad una qualsiasi delle 900 strutture della DITIB basta per capire a chi obbedisce questa associazione dopo Allah: in vendita vi sono bandiere turche rosse e bianche, cartoline turche, dolci, giochi e magliette made in Turchia. Ufficialmente, infatti, la DITIB lavora insieme all’ambasciata turca a Berlino e con i suoi consolati regionali. Questa ingerenza della Turchia negli affari tedeschi attraverso l’invio degli imam non è più sostenibile, ma, forse, è l’unica possibilità che ha la Germania per evitare la radicalizzazione dei suoi musulmani.

Tratto da Foreign Policy - Traduzione di Annalisa Marroni

Terrorismo islamico e tribunali italici


Cari amici, il mondo è bello perché è vario, dicono alcuni. E se è vario il mondo, perché non dovrebbe variare la giustizia che lo amministra? Infatti è proprio così. Per conferma, vi richiamo due sentenze quasi simmetriche emesse negli scorsi giorni da due tribunali a distanza di una decina di chilometri (Milano e Monza) a proposito degli stessi reati, con più o meno le stesse prove. Entrambe sono state raccontate in articoli di giornale pubblicati recentemente su Informazione corretta.

Il tribunale di Milano ha condannato quindici islamici a pene dai sei mesi (per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina) agli otto anni (per terrorismo internazionale): "Le loro basi milanesi erano la moschea di viale Jenner e di via Quaranta. Da qui inviavano martiri kamikaze e attentatori in Iraq e in Afghanistan; e facevano proselitismo in altre moschee italiane. Per soldi, procuravano documenti falsi e garantivano l’ingresso in Italia a clandestini arabi; e finanziavano progetti terroristici. Tutto, come dice Spataro: «Nel disegno di un jihad globale». Tradotto: i terroristi organizzavano la guerra santa a Milano." Così racconta Cristina Lodi su "Libero" (qui).

Il tribunale di Monza (presieduto da Ghitti, il GIP di "Mani Pulite") invece non ha creduto alla colpevolezza di due altri islamici, le cui prove a carico erano assai più convincenti. Ecco come li descrive Luca Fazzo sul "Giornale" (qui): "«Un camion come questo e pam! È il mio desiderio. Un camion pieno di bombe, strapieno». Oppure: «É tutto pieno, quel posto. Vado dall’altra parte con un bidone di benzina, verso tutto e quando torno la seconda volta butto una fiamma». O ancora: «Se trovassi qualcuno che vende gli esplosivi, giuro su Allah che tenterei di raccogliere i soldi. Due macchine o un camion». E anche: «Questa caserma la faccio esplodere». Così parlavano, tra di loro, Ilhami Rachid e Abdelkader Ghadif, marocchini e aspiranti martiri. Per la Digos erano due terroristi. Per la Procura di Milano, idem. Per il giudice preliminare Silvana Petromer, che nel dicembre 2008 li spedì in cella, erano addirittura dei complici di Al Qaida, la rete di Osama bin Laden. Al processo, il pubblico ministero Nicola Piacente aveva chiesto la loro condanna per terrorismo internazionale: undici anni per Ilhami Rachid, cinque anni per Ghadif. E invece alla Corte d’assise di Monza bastano tre ore di camera di consiglio per assolverli con formula piena: macché terroristi, «il fatto non sussiste». Ilhami viene condannato per una bagatella, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina [...] Fa niente se poi una di queste idee è stata messa in atto davvero: l’attacco alla caserma Perrucchetti, di cui i due parlavano in una intercettazione («A Bande Nere c’è una caserma, dobbiamo andare a vedere») e contro la quale nell’ottobre scorso si scagliò, imbottito d’esplosivo, il libico Mohamed Game. Fa niente se qualche labile traccia collega il bombarolo della Perruicchetti agli assolti di ieri, giacché a casa di Game la Digos trovò i ritagli sull’arresto dei due, e si scoprì che visitavano gli stessi siti da guerriglieri. Fa niente. La responsabilità penale è personale, dice in sostanza la sentenza di ieri, ed è legata non alle idee ma ai comportamenti concreti. Se non c’è prova che alle chiacchiere sia seguito un tentativo - anche blando - di tradurle in realtà, allora non c’è terrorismo."

Inutile dirvi che non ho gli elementi per discutere nel merito queste sentenze e posso solo rispettarle, come si dice. Ma sono colpito da come ci possa essere una tale disparità di giudizio, soprattutto in una materia delicatissima come il terrorismo, che investe la sicurezza di tutti. Mi sembra abbastanza evidente che Rachid e Gadif, tornati a casa, non aspetteranno molto tempo prima di ricominciare le loro simpatiche attività. Del resto, come sapete, sulla giustizia italiana e sulla sua vocazione politica si discute molto, sui giornali e fuori. Ci vorrebbe una seria ricerca su questo problema.

Come quella che ha condotto Regavim, una Ong israeliana, a proposito della Corte suprema e di cui dà notizia Karni Eldad su "Haaretz" (qui). In Israele chiunque (anche i non cittadini come i palestinesi o le organizzazioni non governative) possono rivolgere "petizioni" alla Corte suprema, che è una delle istituzioni più potenti del sistema politico. Regavim ha studiato elementi procedurali costanti, come il tempo necessario per ottenere risposte dalla corte, il numero delle udienze tenute e naturalmente il risultato delle cause politicamente significative, confrontandole con l'origine della petizione, se cioè fatta da palestinesi o organizzazioni di sinistra o da loro avversari. Sono venuti fuori dati altamente significativi. Se per esempio siete di sinistra e fate una petizione, la risposta arriva mediamente in 25 giorni; se siete di destra in 88 (ignoriamo il fatto che in Italia una risposta giudiziaria in tre mesi sarebbe un miracolo...). La prima udienza arriva dopo 177 giorni per una petizione di sinistra, dopo 389 per una di destra. I provvedimenti d'urgenza di tutela prima della soluzione della causa sono emessi nel 35% delle petizioni di sinistra, e quasi mai in quelle di destra. Il presidente della corte Beneisch partecipa al 60% dei collegi per le petizioni di sinistra, a 0% di quelle di destra; nelle prime si tengono mediamente 1.9 udienze a petizione, nelle seconde 0,5 (il che significa che più della metà sono respinte senza discussione). Anche su questi dati varrebbe la pena di riflettere. Certo che dicono che la giustizia è varia come il mondo, ma – almeno in Israele – preferisce marciare come le auto inglesi, tenendo la sinistra. E in Italia? In Eurabia?

venerdì 9 luglio 2010

Islam


Dove sono finiti gli intellettuali del mondo Occidentale? Sono volati via, persi nel cielo dell’orientalismo «senza se e senza ma». Si sono smarriti nelle enormi distese, prive di nuvole e tutte uguali, del multiculturalismo e del politicamente corretto. Venduti al vangelo secondo cui quelli che hanno ragione sono sempre gli altri. A partire da Tariq Ramadan, sul quale, a partire dal 2001, si è focalizzata l’attenzione di chi, in Europa o in America, voleva un dialogo con l’Islam.

Ecco in sintesi la tesi esposta da Paul Berman nel suo nuovo libro The flight of the intellectuals, edito negli Stati Uniti da Melville House (pagg. 299, dollari 26): uno degli atti d’accusa più decisi verso quella che potremmo definire l’ignavia dei dotti della post modernità. A trasformare il libro in una bomba non è soltanto il fatto che l’autore sia uno dei pensatori più influenti d’America, ma anche la constatazione che sia un «cervellone» left wing e una delle penne di punta di New Republic, vero tempio dei liberal. Insomma l’accusa non è lanciata in nome della «crociata» dei conservatori ma in nome del laicismo. Non è caratterizzata da prese di posizione astratte, quanto da accuse corredate di nomi e cognomi.

Il punto di partenza di Berman è il caso Salman Rushdie. Quando, ormai vent’anni fa, l’ayatollah Khomeini lanciò la sua fatwa contro lo scrittore anglo-indiano, nessuno a nord e a ovest della Mezzaluna ebbe dubbi: la libertà di parola andava difesa: si mobilitarono tutti gli intellettuali - il che non impedì l’uccisione del traduttore giapponese del romanzo, Hitoshi Igari, il ferimento del traduttore italiano, Ettore Capriolo, e dell’editore norvegese del libro. Ora, invece, i pochi scrittori o pensatori che parlano in termini critici della religione e della cultura islamica vengono lasciati soli. Anzi: spesso vengono accusati di essere loro stessi dei fanatici.

Buona parte delle penne «nobili» d’Occidente è, infatti, impegnata nello sposare la causa di un islam moderato che forse c’è e forse non c’è. Per questo Berman insiste molto sul caso Ramadan. Alcuni dei più influenti opinion maker - come l’orientalista britannico-olandese Ian Buruma e Timothy Garton Ash, professore amatissimo dal Guardian e dalla New York Review of books - si sono lasciati blandire dalle aperture dello scrittore arabo-svizzero. Hanno, invece, accusato chi, come Ayaan Hirsi Alì, ha posizioni critiche sul mondo musulmano, di essere dei «fondamentalisti dell’illuminismo». E Buruma e Garton Ash per molti americani rappresentano l’Europa che pensa, quella da ascoltare.

Insomma liberal e progressisti che sino a dieci anni fa combattevano per la laicità, adesso applaudono quel Ramadan che impedì la messa in scena di un’opera teatrale di Voltaire (è accaduto in Svizzera), trovano normale che alle sue conferenze gli uomini siedano da una parte e le donne dall’altra (meglio se velate), o che lo stesso Ramadan accusi buona parte dei filosofi francesi di essere dei cripto sionisti.

Come è potuto accadere? In parte la colpa è della vena carsica del terzomondismo. «Per gli intellettuali occidentali i poverissimi esseri umani nelle poverissime regioni del mondo appaiono essere migliori degli altri esseri umani. Sono dei nobili selvaggi...». Queste fantasie hanno provocato un razzismo alla rovescia difficile da cancellare. Ecco perché se la Alì o Magdi Allam prendono posizione contro l’infibulazione è lecito gridare che vanno bene i diritti delle donne ma non si possono fraintendere così le culture «altre». Un doppiopesismo pericoloso. Tanto più che Berman ricostruisce con dovizia di particolari la storia di Ramadan e dei Fratelli Musulmani: una storia che difficilmente può essere messa sotto il tappeto.

Il professore arabo ginevrino è legatissimo, a partire dai motivi familiari, a questa associazione. Un’associazione considerata ai limiti della legge anche in moltissimi Paesi arabi (ogni tanto cooperano all’omicidio di un presidente egiziano), un’associazione che sposò le posizioni dei nazisti allo scopo di debellare gli ebrei dalla Palestina sotto mandato inglese (il loro motto è «Allah è il nostro obiettivo. Il Profeta è il nostro capo. Il Corano è la nostra legge. Il jihad è la nostra via. Morire nella via di Allah è la nostra suprema speranza»). Su questa vicinanza in moltissimi minimizzano, quando semplicemente non fanno finta di essersela dimenticata (fingono anche di dimenticare che Hamas è nata da una costola dei Fratelli).

Eppure non occorre aver fatto studi specialistici per sapere che una delle opere più note di Tariq Ramadan è Alle origini del rinnovamento musulmano: da al-afghani a Hassan al-Banna un secolo di riformismo islamico. Nel saggio, contestatissimo persino nelle università svizzere dove Ramadan insegna, l’autore fa apparire Al Banna (suo nonno, nonché fondatore dei Fratelli) come una specie di Gandhi del mondo musulmano. Peccato che i suoi metodi fossero decisamente più violenti, cosa su cui Ramadan glissa. Abbastanza per far arrabbiare il laico Berman, il quale si ricorda benissimo che nell’Islam esiste la taquiyya, ovvero la possibilità riconosciuta di usare un doppio linguaggio con l’infedele.

La sua domanda è: possibile che gli intellettuali liberali non fiatino proprio ora che «il fenomeno Rushdie si è metastatizzato in un’intera categoria di potenziali vittime?». E se in America il suo grido d’allarme ha almeno prodotto un bel clamore, l’Europa nicchia. Nel lungo percorso che porta dagli illuministi, con tutti i loro difetti, ai loro epigoni, che quei difetti li hanno esasperati, qualcosa si è comunque smarrito. Potrebbe essere il coraggio.

giovedì 8 luglio 2010

Terrorismo islamico


Milano - E' stato un finale di processo abbastanza movimentato. "Sei un criminale, servitore degli Stati Uniti e complice dell’America di Bush". Lo ha urlato, rivolgendosi al procuratore aggiunto di Milano, Armando Spataro, il presunto terrorista islamico tunisino Dridi Sabri, condannato oggi dalla Prima Corte d’assise di Milano, assieme ad altre 14 persone, nel processo a carico di un gruppo accusato di inviare martiri o attentatori nelle zone di guerra, finanziandosi attraverso il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Dopo la lettura della sentenza da parte dei giudici, sono entrati in aula alcuni esponenti di un "comitato anti razzista" milanese, gridando ai magistrati "voi siete i terroristi" ed esponendo uno striscione con su scritto "Processo di guerra". Dopo le urla degli esponenti del Comitato, anche alcuni imputati si sono messi a gridare e tra questi proprio il tunisino Sabri. Rivolto a Spataro, capo del pool antiterrorismo che era in aula assieme al collega Nicola Piacente, il tunisino ha detto: "Sei un servitore dell’America, un criminale".

Quindici condanne: fino a 8 anni e 6 mesi. Stando ai capi di imputazione, il gruppo cercava di fare proseliti nelle moschee milanesi di viale Jenner e di via Quaranta, attraverso video, sermoni e altri documenti di propaganda fondamentalista. A 5 anni e 11 mesi di carcere è stato condannato Imed Zarkaoui che, stando alle indagini, teneva i contatti con i componenti dell’associazione che agivano all’estero: in Francia,Spagna, Regno Unito, Portogallo, Romania, Algeria e Siria. Il tunisino Sabri, invece, per cui il pm aveva chiesto 10 anni, era accusato di essere a capo della cellula milanese del gruppo, con funzioni di direzione e organizzazione anche di altri gruppi attivi a Reggio Emilia e in Liguria. Nella scorsa udienza, facendo dichiarazioni spontanee, Sabri aveva anche citato una frase di Papa Giovanni Paolo II e chiesto "perdono". Nel corso dell’udienza preliminare e del processo alcuni imputati si erano spesso lasciati andare ad intemperanze. In più occasioni avevano protestato perché volevano indossare in aula un copricapo musulmano, mentre un’altra volta uno di loro, Ignaoua Habib, rivolto ai magistrati aveva gridato: "Complici degli ebrei, fascisti". Habib, estradato dalla Gran Bretagna nel novembre 2008, è stato assolto.

Obama, la turchia e...


MILANO - «L’Italia è parte di me stesso», dice Barack Obama accogliendoci nello Studio Ovale. Nell’intervista esclusiva concessa al Corriere della Sera, il presidente degli Stati Uniti appare rilassato e di buon umore. Affronta grandi temi, come la guerra in Afghanistan, dove definisce «straordinario» il contributo del nostro Paese allo sforzo della coalizione alleata. Precisa che l’estate del 2011 non sarà l'inizio di un rapido ritiro americano, ma il momento in cui «cominceremo a vedere truppe e polizia afghane prendere il nostro posto». Parla del rischio di perdere la Turchia, ricordando come la riluttanza dell’Europa a integrare Ankara a pieno titolo nelle sue istituzioni possa spingere il popolo turco a «guardare altrove». Loda Berlusconi e Napolitano, definendo l’Italia «fortunata ad avere un ottimo premier e un ottimo presidente». Ma non si tira indietro su argomenti più leggeri, confessando la sua passione per Dante, il cinema di Fellini, Antonioni e De Sica, la Toscana e la sua luce.

Il presidente degli Stati Uniti mi riceve in piedi nell’anticamera dello Studio Ovale. Ha appena finito una riunione con il vicepresidente Joseph Biden. Ho atteso il mio turno nel salottino fuori dall’ufficio del Consigliere per la Sicurezza nazionale, il generale James Jones. Sul divano di fronte, a fare anticamera per vedere Jones, il senatore George Mitchell, l’inviato speciale della Casa Bianca per il Medio Oriente. La cosa che colpisce di più nella West Wing, il tempio del potere americano, sono le sue dimensioni ridotte: tutto è concentrato in pochi metri quadrati.

Obama indossa un abito blu sulla camicia azzurro cielo, la cravatta è verde pallido con piccoli triangolini scuri, le scarpe e le calze nere. Mi fa accomodare sul divano. Lui si siede sulla poltrona alla sinistra del camino, alle sue spalle i due busti in bronzo di Lincoln e Martin Luther King che hanno sostituito quello di Churchill restituito alla Gran Bretagna nel gennaio 2009, dopo il lungo prestito dell’era Bush. Al centro della parete il ritratto a olio di George Washington. Obama parla a voce bassa, con il suo tipico tono da baritono. Al colloquio, con Ben Rhodes, suo consigliere di politica estera e speechwriter, è presente anche Mike Hammer, il portavoce del Consiglio per la Sicurezza.

Signor presidente, inizio col tono che tradisce un po’ di emozione, gli Stati Uniti e gli alleati combattono una guerra difficile e sanguinosa in Afghanistan. L’Italia vi partecipa con 3 mila soldati. Possiamo ancora vincere e andar via in un anno? Quale messaggio vuole inviare all’opinione pubblica europea, che vede i suoi ragazzi e ragazze morire accanto a ragazzi e ragazze americani, senza risultati tangibili per il momento? Obama è pensieroso: «Prima di tutto voglio dire personalmente quanto sia grato per il contributo italiano in Afghanistan. I sacrifici di uomini e donne italiani in uniforme sono stati straordinari. Il primo ministro Berlusconi è stato un alleato conseguente e forte. L’Italia ci aiuta non solo sul campo di battaglia, ma anche nell’addestramento. Dove per esempio i Carabinieri sono stati molto utili. Tengo in altissimo considerazione i sacrifici del vostro popolo. Detto questo, è un tema difficile in una regione difficile. Non ci sono soluzioni semplici. Se ci fossero, non saremmo laggiù. Il fatto è che l’Afghanistan veniva usato come base per attività terroristiche rivolte contro tutti noi. La regione al confine tra Afghanistan e Pakistan continua a essere base di lancio per le bande del terrore. La nostra presenza ha però messo Al Qaeda in rotta, rendendola incapace di lanciare attacchi su larga scala come in precedenza. Abbiamo ancora molto lavoro da fare per stabilizzare il Paese e aggiungo, attraverso questo, stabilizzare anche il Pakistan. Ci vuole lavoro. Quello che ho detto al popolo americano e dico ai popoli dei Paesi alleati coinvolti è che stiamo seguendo una strategia che prevede un aumento delle truppe sul campo per spezzare e indebolire la ripresa dei talebani e un maggior impegno nella costruzione degli apparati militari e di sicurezza afghani. Faremo una revisione alla fine di quest’anno, per determinare se la strategia è stata efficace. Entro la metà del prossimo anno dovremmo cominciare la transizione, ma ciò non significa che d’un tratto la nostra presenza evaporerà. Piuttosto cominceremo a vedere truppe e polizia afghane prendere il nostro posto e quindi una graduale riduzione della nostra presenza, compensata dal maggiore impegno afghano. Sarà duro, sarà difficile, ma penso sia possibile. Soprattutto se si guarda al fatto che i talebani non hanno l’appoggio del popolo afghano: questa non è un’insurrezione che ha il sostegno popolare, la gente laggiù ricorda ancora quando erano al potere e non gli piace. Ma il terreno è duro, il Paese povero. Il governo nazionale ha ancora scarsa capacità, che però cresce. Ecco perché dobbiamo vincere non solo sul piano militare, ma accompagnare i progressi sul campo con l’addestramento, lo sviluppo economico, quel tipo di sforzi dove il contributo italiano è molto importante e di cui siamo grati».

Il prossimo tema è la Turchia, dove i più recenti sviluppi della politica estera, per tutti il voto negativo all’Onu contro le sanzioni all’Iran e il raffreddamento dei rapporti con Israele, destano preoccupazione negli Stati Uniti e in Europa. Qualcuno, ricordo, evoca il rischio di «perdere la Turchia». Lei signor presidente pensa che il rifiuto o la riluttanza dell’Unione Europea a integrare pienamente Ankara nelle sue istituzioni abbia giocato un ruolo? E come gli Stati Uniti e l’Europa potrebbero agire per re-impegnare la Turchia in senso più filo occidentale? Obama la prende da lontano, definendo la Turchia «Paese di enorme importanza strategica, da sempre al crocevia tra Est e Ovest». «È un alleato della Nato — ricorda — la sua economia è in grande espansione. Di più, il fatto che sia una democrazia e un Paese in maggioranza islamico la rende modello criticamente importante per altri Paesi musulmani della regione. Per queste ragioni riteniamo importante coltivare forti relazioni con Ankara. Ed è anche la ragione per cui, sebbene non siamo membri dell’Ue, abbiamo sempre espresso l’opinione che sarebbe saggio accettare la Turchia nell’Unione. Riconosco che questo sollevi sentimenti forti in Europa e non penso che il ritmo lento o la riluttanza europea sia il solo o il predominante fattore alla radice di alcuni cambiamenti d’orientamento osservati di recente nell’atteggiamento turco. Credo che ciò abbia a che fare con la dialettica democratica interna al Paese. Ma è inevitabilmente destinato a giocare un ruolo nel modo in cui il popolo turco vede l’Europa. Se non si sentono considerati parte della famiglia europea, è naturale che finiscano per guardare altrove per alleanze e affiliazioni. Sebbene alcune delle cose viste, come il tentativo di mediare un’intesa con l’Iran sul tema nucleare, siano state infelici, penso che siano state motivate dal fatto che la Turchia abbia una lunga zona di confine con l’Iran e non vuole alcun tipo di conflitto in quell’area. Forse anche la volontà di flettere i muscoli ha giocato un ruolo, in questo insieme al Brasile che si vede come potenza emergente. Ciò che noi possiamo fare con Ankara è continuare a impegnarla, a chiarire per loro i vantaggi dell’integrazione con l’Occidente, rispettando la loro specifica qualità, quella di una grande democrazia islamica, non agire con paura per questo. Può essere potenzialmente molto buono per noi, se loro incarnano un tipo d’Islam che rispetta i diritti universali e la secolarità dello Stato e può avere un’influenza positiva sul mondo musulmano».

I quindici minuti si assottigliano. Cerco una nota più leggera, che il presidente coglie al volo. Qual è il suo rapporto con la cultura italiana: c’è uno scrittore, un autore, un regista cinematografico che l’ha influenzata nella sua formazione? Obama fa un sorriso, come trasognato. Per un attimo sembra che l’onda dei ricordi lo trasporti: «Guardi, da giovane ho amato il cinema italiano: Fellini, Antonioni, De Sica. Per quanto riguarda la letteratura, sono più incline ai classici, Dante soprattutto. Non parliamo del cibo. Ma continuo a considerare la regione intorno a Firenze la mia preferita: la luce della Toscana è particolare. Sinceramente non so a chi non possa piacere l’Italia e chi non sia stato influenzato dalla cultura italiana. Sicuramente considero l’Italia parte di me stesso. E le dirò di più: è stato di gran lunga il posto che più è piaciuto alle mie figlie durante il viaggio in Europa. Sono tornate completamente innamorate di Roma emi chiedono continuamente quando ci torneremo».

E il suo rapporto personale con il presidente Napolitano è veramente speciale come si dice? «Lo trovo una persona ricca di grazia. Devo dire che anche con il premier Berlusconi abbiamo sviluppato un rapporto forte. Quando ci incontriamo è sempre un piacere, ridiamo, scherziamo, facciamo cose concrete e serie. Il premier Berlusconi è stato un grande amico degli Stati Uniti e mio personale. Il presidente Napolitano l’ho incontrato a Roma e poi di recente qui a Washington. La sua visione di un’Europa forte coincide pienamente con la mia. L’importanza che lui annette al rapporto transatlantico è identica alla mia. In questo senso, l’Italia è fortunata di avere un ottimo premier e un ottimo presidente».

L’intervista è finita, ma riesco a fargli vedere una pagina del suo libro, Sogni di mio padre, quando racconta il suo passaggio per l’Europa, sulla strada per il Kenya. Lei descrive le sue passeggiate ai Jardins du Luxembourg, alla Plaza Mayor e il tramonto sul Palatino, a Roma, che le suggerisce l’eternità. Poi però conclude dicendo «It was not mine», non mi apparteneva. È ancora così? Ogni tanto sembra che non sia l’Europa quanto il Pacifico dov’è cresciuto, il luogo dei suoi sentimenti. Obama non è d’accordo: «Il contesto di quella frase era che, da giovane, stavo cercando di dare un senso alla mia identità, rispondere alla domanda: chi ero io veramente. Il viaggio in Africa poteva riempire il mio vuoto in un modo che non poteva fare l’Europa, perché lì ero un turista. In Kenya cercavo di scoprire chi era mio padre, che non avevo mai davvero conosciuto. La verità però è che in termini d’influenza sulla mia vita, quella europea è probabilmente forte come nessuna, perché sono americano e la cultura americana, che è ovviamente un miscuglio di varie culture, ha in quello europeo il suo ingrediente più forte. In questo senso, durante quel viaggio, essere in Europa non era molto differente dall’essere negli Stati Uniti. Ma in Europa mi trovo estremamente amio agio, sento tutto molto familiare in un modo che non posso dire quando viaggio in Giappone o in Cina, nonostante sia nato e cresciuto alle Hawaii dove l’influenza asiatica è molto forte. Il fatto è che gli Stati Uniti avranno sempre un legame unico con l’Europa, che io condivido pienamente in quanto americano».

Paolo Valentino