mercoledì 7 luglio 2010

Islamizzazione consensuale


Prodotti italiani "fedeli" all'Islam. Presentato alla Farnesina il progetto di un marchio a garanzia di prodotti italiani realizzati in conformità coi dettami del Corano nei settori alimentare, cosmetico e farmaceutico. Galan: "I paesi musulmani saranno felici dei nostri tortelloni". Solo in Italia, un business da 5 miliardi. "Destinato a crescere" guardando all'export.

ROMA - Presentato alla Farnesina il progetto "Halal Italia", per la creazione di un marchio italiano che certifichi la conformità alle norme del corano dei prodotti made in Italy dei settori alimentare, cosmetico e farmaceutico. Un ponte verso l'Islam, certo, ma soprattutto una tutela per il consumatore "domestico" e il visto d'entrata in mercati nuovi e particolarmente allettanti per il nostro export. Il ministro degli Esteri Franco Frattini, assieme al ministro della Salute, Ferruccio Fazio, e al titolare dell'Agricoltura, Giancarlo Galan, ha firmato la convenzione interministeriale di sostegno al progetto. La certificazione halal sarà rilasciata a livello nazionale dalla Comunità religiosa islamica italiana (Coreis). "Un segnale di grande trasparenza da parte del governo italiano" commenta Halima Erika Rubbo di Coreis, che dichiara di rappresentare 50mila cittadini italiani musulmani e secondo cui i fedeli dell'Islam nel nostro paese sarebbero almeno 1,4 milioni, cifra che non ha mai smesso di crescere negli ultimi 20 anni.

Un bacino di utenti che sarebbe grave trascurare e che si somma ad altri numeri, particolarmente stimolanti. Il volume di affari dei prodotti alimentari, farmaceutici e cosmetici, la cui filiera produttiva segua i dettami del Corano, è di 500 miliardi di euro nel mondo, 54 in Europa e 5 in Italia. Per questo, spiega Frattini, "Halal Italia" è "uno strumento che abbiamo incoraggiato per l'accesso ai mercati sempre più interessanti dei paesi musulmani". Per Galan, la forza del made in Italy può aprire scenari nuovi alle abitudini alimentari dei paesi musulmani. "Potranno gustare lasagne, tortelloni e altri prodotti d'eccellenza del made in Italy ma con marchio 'Halal', cioè certificati secondo i precetti islamici - spiega il ministro delle Politiche agricole -. Saranno fortunati ad avere questi cibi e tutti gli altri prodotti dell'agricoltura e della cucina italiana, ai vertici mondiali per qualità ed eccellenza".

Non di solo mercato vive una simile sfida. Ancora Galan precisa che il sostegno del suo ministero a "Halal Italia" è soprattutto di carattere "storico-culturale". "La nostra cucina e la nostra civiltà - dice il ministro - hanno profondi intrecci con la cultura islamica, da secoli. Dal confronto e dal dialogo tra mondi diversi la nostra nazione può ricevere una grande ricchezza. E' un atto di omaggio a tutte le donne e gli uomini di fede musulmana che lavorano nel nostro Paese, cui dobbiamo moltissimo".

"Con questa iniziativa sarà garantita la sicurezza per i nostri consumatori anche sul mercato interno - conclude il ministro della Salute, Ferruccio Fazio - perché dovranno essere seguite delle regole precise. Ad esempio, durante la macellazione della carne dovrà esserci una persona di religione musulmana che reciti le preghiere prescritte, non si potranno usare solventi che contengono alcol, tutta la filiera dovrà essere halal e non ci potranno essere contaminazioni".

Aspettando i tortelloni, i consumatori di fede islamica in Italia possono da oggi gustare salumi halal, immessi sul mercato in coincidenza con la presentazione del progetto. Ideatore Antonio Fernando Salis, imprenditore sardo insignito dell'Oscar Green per l'innovazione, premio promosso dai giovani della Coldiretti. "Preparati con carne di pecora e capra, - spiega Salis - vengono controllati e certificati dall'Imam, la principale autorità religiosa per l'Islam". Coldiretti ricorda come la diffusione del metodo di lavorazione della carne 'halal' interessi ormai "tutti i piccoli e i grandi centri del territorio nazionale" con "un boom di oltre cento macelli 'halal', ormai un quinto del totale di quelli autorizzati Ce".

Magistratura e terrorismo islamico


Milano - «Un camion come questo e pam! È il mio desiderio. Un camion pieno di bombe, strapieno». Oppure: «É tutto pieno, quel posto. Vado dall’altra parte con un bidone di benzina, verso tutto e quando torno la seconda volta butto una fiamma». O ancora: «Se trovassi qualcuno che vende gli esplosivi, giuro su Allah che tenterei di raccogliere i soldi. Due macchine o un camion». E anche: «Questa caserma la faccio esplodere». Così parlavano, tra di loro, Ilhami Rachid e Abdelkader Ghadif, marocchini e aspiranti martiri.

Per la Digos erano due terroristi. Per la Procura di Milano, idem. Per il giudice preliminare Silvana Petromer, che nel dicembre 2008 li spedì in cella, erano addirittura dei complici di Al Qaida, la rete di Osama bin Laden. Al processo, il pubblico ministero Nicola Piacente aveva chiesto la loro condanna per terrorismo internazionale: undici anni per Ilhami Rachid, cinque anni per Ghadif. E invece alla Corte d’assise di Monza bastano tre ore di camera di consiglio per assolverli con formula piena: macché terroristi, «il fatto non sussiste». Ilhami viene condannato per una bagatella, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il giudice Italo Ghitti ordina la scarcerazione immediata. Rachid lascia la gabbia quasi incredulo, massaggiandosi i polsi arrossati dale manette, sgranchendosi le gambe anchilosate dal carcere.

E allora? Qual è la verità? Meno di due anni fa, le prove a carico dei due erano state ritenute talmente schiaccianti da far finire i loro arresti in prima pagina con titoli allarmanti («Volevano colpire il Duomo») e da spingere il ministro degli Interni Bobo Maroni a lanciare l’idea di applicare anche ai fanatici dell’Islam il 41 bis, il carcere duro previsto per i mafiosi. Ieri mattina, un tribunale della Repubblica dice che non è vero niente. Rachid e Ghadif sono due trafficoni e due chiacchieroni, gente che parlava per dare aria ai denti, e le loro promesse di stragi solo fanfaluche. Come ha spiegato Ilhami prendendo la parola davanti ai giurati: «Le nostre erano solo parole, in Italia c'è democrazia, per cui si possono esprimere idee, non come da noi».

Fa niente se poi una di queste idee è stata messa in atto davvero: l’attacco alla caserma Perrucchetti, di cui i due parlavano in una intercettazione («A Bande Nere c’è una caserma, dobbiamo andare a vedere») e contro la quale nell’ottobre scorso si scagliò, imbottito d’esplosivo, il libico Mohamed Game. Fa niente se qualche labile traccia collega il bombarolo della Perruicchetti agli assolti di ieri, giacché a casa di Game la Digos trovò i ritagli sull’arresto dei due, e si scoprì che visitavano gli stessi siti da guerriglieri. Fa niente. La responsabilità penale è personale, dice in sostanza la sentenza di ieri, ed è legata non alle idee ma ai comportamenti concreti. Se non c’è prova che alle chiacchiere sia seguito un tentativo - anche blando - di tradurle in realtà, allora non c’è terrorismo.

I due marocchini hanno avuto anche fortuna. Una delle intercettazioni decisive, quella del 28 novembre 2007, quando parlavano in auto di un camion carico di bombole di gas («Quando esplode distrugge un paese intero!»), nel processo non è mai entrata perché, per un banale errore di copiatura, per colpa di un 5 che sembrava un 6, al suo posto ne è entrata un’altra: e quando l’accusa ha provato a chiederne la trascrizione in extremis si è scontrata con il no della Corte. Ma probabilmente non sarebbe cambiato niente. Resta il fatto che un’altra volta - e in modo eclatante - bisogna registrare la disparità di approccio all’allarme terrorismo tra chi fa le indagini e chi fa le sentenze.

Ilhami e Ghadif erano assidui frequentatori del centro islamico «Pace» di Macherio, in Brianza. Alla luce del sole, predicavano la fratellanza. Nella loro auto, intercettati dal gps della Digos, non parlavano d’altro che di martirio, di vergini, di attentati, e di italiani da sterminare un po’ ovunque: caserme, scuole, ospedali, supermercati, commissariati di polizia. Chiacchiere e basta, dice la sentenza di ieri. A pronunciarla, un giudice non noto per la sua indulgenza: Ghitti, che quando era gip a Milano firmava gli arresti chiesti dal pool Mani Pulite.

martedì 6 luglio 2010

Doveroso

Copio ed incollo dal blog di Giova, l'appello a salvare il quotidiano online che rischia la chiusura a seguito di alcune denunce. Essendo un quotidiano "no-profit", "Il Legno Storto" non può nemmeno permettersi di pagare le spese legali, e quindi se le denunce non venissero ritirate, chiuderebbe. Qui sotto la lettera completa ai lettori

Carissimi lettori de Il Legno Storto, con grandissima amarezza vi annunciamo che in questi giorni il nostro giornale sta correndo il pericolo di essere chiuso.

Negli ultimi tempi, infatti, ben due magistrati, cioè il dr. Luigi Palamara e il dr. Pier Camillo Davigo, ci hanno querelato. Per l'esattezza la Procura di Roma ci ha comunicato (attraverso il quotidiano la Repubblica, divenuto ormai il "postino" e il "megafono" delle procure) che ha aperto un fascicolo per le minacce che noi avremmo formulato con questo articolo nei confronti del dr. Palamara. Sono in corso indagini (siamo stati già chiamati dalla Digos di Milano) che, al momento, non sappiamo come e quando finiranno: ma è facile immaginare il peggio...

Giorni fa abbiamo poi ricevuto una citazione dal dr. Davigo che ci chiede 100.000 € per risarcimento danni da diffamazione a mezzo stampa per quest'altro articolo, pubblicato da noi il 21 giugno 2009. Per completare il quadro di quella che a noi pare una manovra per farci fuori dalla rete, circa due mesi fa abbiamo ricevuto un'altra querela dal sindaco di Montalto di Castro – Salvatore Carai del Partito Democratico – che si è sentito diffamato da questo articolo che abbiamo pubblicato su il 27 ottobre 2009.

Al di là di ogni considerazione sul merito degli articoli, che agli occhi di chiunque li legga senza volontà punitive riterrebbe duri, certo, ma sempre nell'ambito del diritto di critica, la cosa che lascia esterrefatti è la rapidità con la quale sono state notificate le querele e/o l'avvio di indagini, quando si tratta di magistrati. Una denuncia per diffamazione di un qualunque cittadino verso qualcuno che non appartenga alla casta della magistratura, in Italia, impiegherebbe sicuramente anni per giungere a destinazione. Noi invece siamo chiamati a giudizio (querela del dr. Davigo) il prossimo 28 luglio per un articolo pubblicato il 21 giugno 2009. La giustizia insomma, quando vuole – cioè quando si tratta di uno di "loro" – dà prova di grande celerità ed efficienza: poco più di un anno. Nell'atto di notifica del dr. Davigo c'è applicata un'etichetta con la scritta: "Urgente". Chiaro il concetto: visto che si tratta di un "pezzo da novanta" della casta (la citazione del dr. Davigo comincia così: «L'odierno attore, attualmente in servizio presso la II sezione della Suprema Corte di Cassazione in qualità di Consigliere...») la giustizia deve fare il suo corso in tempi rapidissimi...

Sappiamo bene che, se il nostro giornale fosse schierato sul fronte delle Sinistre, a questo punto, davanti ad un episodio analogo, sarebbe già partita una crociata in nostra difesa, a sostegno della libertà di stampa e di opinione. L'Ordine dei Giornalisti farebbe fuoco e fiamme, il Sindacato minaccerebbe sfracelli. Ma noi non apparteniamo a questo schieramento, e dobbiamo aspettarci che in nostra difesa insorgano, forse, solo i nostri lettori, e qualche singolo amico e compagno di avventura. Chi si straccia le vesti per i provvedimenti in discussione intorno alle intercettazioni ed alla "libertà" negata tenga conto del fatto che qui su Il Legno Storto si cerca di difendere la libertà di discutere e di criticare, di contribuire alla crescita di una società politicamente "adulta". Là si lotta per il diritto di pubblicare gossip o accuse ancora tutte da dimostrare.

Questa è la situazione. E siccome non possiamo permetterci di confrontarci – a nostre spese – con forze tanto preponderanti, indipendentemente dalla ragione che pensiamo di avere non ci resta che valutare l'ipotesi di chiudere. Con buona pace di chi ancora ritiene che davvero il monopolio mediatico sia nelle mani di Silvio Berlusconi.

In questi anni abbiamo cercato sempre di offrire ai nostri lettori materiale utile per un approfondimento dei dibattiti e delle idee. Abbiamo cercato di evitare sciocchi appiattimenti e adesioni acritiche, ma ci siamo anche sforzati di combattere quella cultura dominante del conformismo di sinistra, che tanto nuoce al nostro Paese.

Da domani il Web potrà avere una voce libera e liberale in meno, e l'ordine regnerà ancor più indisturbato intorno a una Magistratura che non ammette critiche. È una sconfitta per noi, certo, ma è anche un colpo per tutti coloro che ritengono sacrosanta la raccomandazione di Voltaire: battersi per consentire, a chi la pensa diversamente da noi, di esprimere liberamente la propria opinione. Oggi gran parte della magistratura combatte, non applica la legge, in omaggio al principio etico-politico che spetta ai magistrati il compito di raddrizzare il Legno Storto dell'umanità.

Adesso è arrivato il nostro turno. Il motivo principale per il quale nel 2002 aprimmo Il Legno Storto fu proprio tentare di denunciare e arginare, (nel nostro piccolo) la deriva giustizialista ormai dominante nel nostro Paese. Ora siamo cresciuti, e cominciamo davvero a dar fastidio. Le denunce che abbiamo ricevuto in questi giorni hanno come obiettivo principale di farci scomparire dal web. E più in fretta possibile.

A voi, nostri affezionati utenti ed amici, chiediamo di dare, come faremo anche noi, la massima diffusione alla notizia. È l'unica cose che possiamo fare per difenderci.

Un cordiale saluto, Antonio Passaniti e Marco Cavallotti

Ma vah?


Troppe «lentezze» e troppe insopportabli «insufficienze», occorre «un profondo ripensamento organizzativo della giustizia». Nel giorno della nomina a Palazze de' Marescialli di Ernesto Lupo come primo presidente della Cassazione, Giorgio Napolitano mette a nudo davanti al plenum del Csm alcuni dei mali storici del terzo potere.

Non è soltanto una questione di uomini, dice il capo dello Stato, e nemmeno soltanto di soldi. Serve una vera riforma: «Il superamento delle insufficienze e inefficienze del sistema giustizia non può affidarsi solo all'incremento, pur necessario, delle risorse e dei mezzi, ma richiede anzitutto un complessivo ripensamento organizzativo interno». Entrando più nel dettaglio, Napolitano citato le tante proposte volte «ad accelerare i giudizi e, in particolare, la scelta di individuare ed adottare prassi lavorative più snelle e idonee a smaltire le sopravvenienze senza incidere sulla qualità delle decisioni». Ma c'è tempo per approfndire l'argomento - «Su questo e altri problemi - annunciato il presidente - non mancherò di tornare nel mio prossimo incontro con voi e con il nuovo consiglio, i cui componenti togati sono già stati eletti e quelli laici si apprestano ad esserlo».

E, a questo proposito, Napolitano che il Parlamento faccia in fretta le sue scelte. «Raccomanderò ai presidenti delle Camere di fare ogni cosa affinchè si giunga all'elezione in tempi rapidi». Sarebbe «un passo importante per giungere all'allentamento delle ricorrenti tensioni tra le istituzioni sui temi della giustizia». Un modo per svelenire il clima.

La nomina di Lupo, avvenuta all'unanimità, «rafforza il prestigio» ed un segnale molto positivo, «un esempio» sul modo migliore di procedere. Adesso tocca al Parlamento: «Il verificarsi di deliberazioni largamente condivise possono costituire un passo importante per l'allentamento delle tensioni e perchè possa aprirsi una nuova pagina, una nuova stagione, nelle travagliate vicende dello Stato di diritto nel nostro Paese».

Le Camere riunite hanno già tenuto, giovedì scorso, la prima votazione per l'elezione dei consiglieri laici del Csm. Ma l'assenza del numero legale ha reso nullo il tentativo. Analogo è il pronostico per il nuovo voto a Camere riunite, in programma domani. A incidere sullo stallo è l'incertezza sul ruolo di vicepresidente del Csm, attualmente ricoperto da Nicola Mancino: tra i nomi più quotati ci sono il vicepresidente dei deputati centristi Michele Vietti, già componente del Csm, e l'avvocato ex Ds Guido Calvi. Tra gli altri possibili candidati, due giuristi del Pdl come Gaetano Pecorella e Giuseppe Gargani.

lunedì 5 luglio 2010

Religione di pace


Islamabad - Le hanno punite in modo molto duro, spogliandole e picchiandole. Le hanno volute umiliare per vendicare un reato commesso da un loro parente: una questione d’onore dal "sapore" antico. L’ennesimo episodio di violenza sulle donne in Pakistan è stato commesso domenica mattina. Allah Wasai, 50 anni, e la figlia Ashraf Mai, 12, stavano camminando per un campo di Moza Bair Band, un piccolo villaggio vicino la città di Sultan, quando sono state avvicinate da un commando di 14 uomini.

Il gruppo punitivo. Secondo quanto riferisce il quotidiano pachistano The Tribune, il gruppo punitivo era formato dai membri di due famiglie locali, gli Safdar e i Mirza. L’intenzione era quella di vendicare un affronto: il figlio di Allah Wasai, Saddam, aveva avuto una relazione illecita con la giovane Fatima, figlia del capo tribù Safdar. Una relazione insopportabile e imperdonabile. La donna e la bambina sono state trattenute con la forza, spogliate e percosse. Allah Wasai è stata percossa per almeno tre ore davanti a un gruppo di persone che, riferisce il quotidiano, non avrebbe fatto nulla per aiutarle.

La testimonianza. "È stata una tortura", ha detto un residente locale. "Circa 100 persone sono arrivate" sul luogo della tortura "ed hanno assistito alle percosse sulla donna". Un incubo finito quando è arrivata la polizia, che ha condotto Allah Wasai e Ashraf Mai prima in un commissariato e poi in ospedale; qui però non sarebbero state ancora sottoposte ai dovuti accertamenti medici. Gli agenti al momento hanno arrestato solo due membri del commando - riferisce The Tribune - cedendo a forti pressioni politiche.

Clandestinità e sicurezza


MILANO - Dopo aver risolto l'emergenza sbarchi a Lampedusa, «ora l'aeroporto di Malpensa è la frontiera più avanzata per l'ingresso di immigrati clandestini, perchè da un anno Lampedusa è uscita dai traffici di clandestini dalla Libia». Lo ha affermato il ministro dell' Interno, Roberto Maroni, presentando una ricerca sul contrasto all'immigrazione irregolare all'aeroporto di Milano Malpensa. Secondo Maroni, «i controlli sulle coste libiche hanno chiuso le rotte e nei primi mesi di quest'anno non è arrivato praticamente più nessuno a Lampedusa». Per questo ora l'attenzione delle autorità italiane si sta spostando sugli ingressi via aria, studiati partendo proprio da Malpensa. «La frontiera aerea è la più insidiosa, perciò porterò questa ricerca - ha annunciato il ministro dell'Interno - all'attenzione della Commissione Europea nel prossimo Consiglio di inizio ottobre, perchè è utile estenderla agli altri aeroporti del continente allo scopo di presidiare punti di accesso come gli aeroporti mentre si sta allargando l'area Schengen». Lo scalo milanese, insieme ad altri grandi aeroporti europei come quelli di Parigi, Londra, Francoforte ed Amsterdam, è uno dei nodi principali dell’immigrazione per via aerea in Europa, particolarmente favorito per la vicinanza alla Svizzera e alla Francia. In base allo studio gli immigrati irregolari pagano alle organizzazioni criminali 10-15mila euro per il servizio che include spesso l’utilizzo di documenti falsi.

«NO A UN ALTRO CIE A MILANO» - Ma nonostante il primato, l’ipotesi di costruire un centro di identificazione ed espulsione per immigrati clandestini nell’aeroporto di Malpensa non è una priorità. Lo ha detto il ministro, replicando a una richiesta del vice sindaco di Milano, Riccardo De Corato, che ne sollecitava l'istituzione. Maroni ha ricordato che la Lombardia ha già un proprio Cie e prima di prendere in considerazione la costruzione di un secondo dovrà essere raggiunto l’obiettivo di realizzarne uno in ciascuna Regione d’Italia. «Oggi ne abbiamo dieci in nove Regioni. Prima di raddoppiare dove ci sono già - ha detto il ministro - dobbiamo realizzarli dove non ci sono. Nel 2010 li faremo in Veneto, Toscana, Marche e Campania. Nel 2011 nelle altre regioni. Nuove richieste le prenderemo comunque in considerazione perché la diffusione aumenta la sicurezza. Abbiamo indicato tra i criteri che siano aree vicino a aeroporti e del demanio». In ogni caso per Malpensa non se ne parla né per il 2010 né per il 2011.

DE CORATO: SERVONO NUOVE STRUTTURE - Di diverso avviso il vice Sindaco e assessore alla Sicurezza di Milano Riccardo De Corato. «La lotta alla clandestinità senza un numero sufficiente di Centri di identificazione ed espulsione è una battaglia contro i mulini a vento - è la tesi di De Corato -. I numeri sono imbarazzanti: al Nord sono presenti solo 3 strutture (Milano, Torino, Gradisca d'Isonzo), che possono ospitare 338 posti. Peccato che i clandestini siano 50 mila solo a Milano secondo le stime Cgil e 150 mila in Lombardia. E nel Cie di via Corelli, secondo i dati Caritas, nel 2008 sono transitati solo 1360 irregolari. Maroni dia allora seguito all'annuncio lanciato nel 2008 di costruire nuovi Cie per gestire l'emergenza clandestini. Altrimenti quello che si sta facendo è aria fritta». E la costruzione di un nuovo Cie vicino a Malpensa, ha detto il vicesindaco, «avrebbe il vantaggio di rendere più immediate e snelle le procedure di espulsione».

REGOLE COMUNI - Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha anche auspicato una rapida omogeneizzazione delle regole europee per le richieste di asilo politico. «Le normative in Europa sono complesse - ha detto il responsabile del Viminale - e stiamo cercando di aggiornarle. La procedura è farraginosa e complicata, non è disegnata nell’interesse del richiedente asilo. Stiamo lavorando per renderla omogenea in tutti i paesi europei e per non lasciare gli oneri solo ai paesi di primo ingresso, cioè quelli di frontiera, che altrimenti risultano penalizzati».

UN PROBLEMA DIFFUSO - «Da due anni sosteniamo che il problema degli irregolari non nasce nè si esaurisce a Lampedusa: oggi Maroni ha finalmente ammesso che è proprio così, indicando nell'aeroporto di Malpensa la nuova frontiera dell'immigrazione clandestina». È quanto dichiara Sandro Gozi, capogruppo del Pd alla Camera nella commissione Politiche della Ue. «Cosa intende fare ora il ministro dell'Interno? Chiedere aiuto di nuovo alla Libia di Gheddafi per respingere gli irregolari anche in Lombardia? In questi due anni le politiche del governo Berlusconi in materia di immigrazione - ricorda Gozi - sono state caratterizzate dai respingimenti indiscriminati verso la Libia, paese che non riconosce il diritto d'asilo, dei barconi che si avvicinano alle nostre coste: questo ha causato vivaci e preoccupanti critiche da parte di molti organismi europei e internazionali». «Ora Maroni ammette che nonostante questa plateale negazione dei diritti umani il problema della clandestinità resta immutato: quanto meno il ministro dovrebbe fare un'autocritica, piuttosto che annunciare la costruzione di nuovi Cie».

BODYSCANNER PROLUNGATO - A Malpensa,Maroni si è anche pronunciato sulla sperimentazione dei «body scanner», che è stata prolungata fino a settembre e «al termine di questa, li installeremo in tutti gli aeroporti». Il capo del Viminale ha smentito ancora una volta che ci siano rischi per la salute o violazioni della privacy. «Quella sul body scanner - ha spiegato - è una polemica che non ha fondamento. Abbiamo fatto tutte le verifiche con il ministero della Salute e con l'Authority della privacy». Proprio per tutelare maggiormente la privacy dei passeggeri, Maroni ha spiegato che è stato chiesto alla società costruttrice di modificare il programma. «Le società devono modificare l'algoritmo - ha spiegato - per limitare i problemi di privacy. Per questo la sperimentazione durerà un pò più a lungo, fino a settembre. Ma, per quanto riguarda i rischi per la salute, questi sono pari a zero. In altri Paesi, forse, ci saranno, ma da noi il body scanner legge solo il calore del corpo». La pensa così anche la Commissione Europea che infatti ha sciolto ogni riserva sulla nuova tecnologia. A partire dalla prossima settimana, intanto, un altro body scanner sarà installato all'aeroporto di Palermo.

domenica 4 luglio 2010

Souad Sbai

Roma - «Diciamo no al burqa e al niqab. Dobbiamo al più presto approvare una legge in questo senso perchè così daremo un segnale importante. Un modo per dire a tutte le donne islamiche in Italia che questo è un paese libero, che non devono nascondersi e che qui i diritti della persona vengono rispettati. E soprattutto che non è indossando un velo che si diventa bravi musulmani». Souad Sbai, da sempre in prima fila per tutelare la libertà delle donne, prima come presidente dell’associazione donne marocchine in Italia e adesso come parlamentare del Pdl, è convinta sia possibile arrivare ad approvare una legge per proibire il burqa ed il niqab, i tradizionali veli islamici che coprono il volto, prima della fine di luglio.

In commissione Affari costituzionali a Montecitorio sono da tempo in discussione diverse proposte per vietare in modo definitivo che si possa circolare in luoghi pubblici con il volto coperto anche se per motivi religiosi. «Oltre al mio testo c’è quello presentato dalla Lega e anche un paio dell’opposizione, uno di Paola Binetti dell’Udc. L’obbiettivo è lo stesso quindi confido che si possa arrivare ad un risultato concreto prima della pausa estiva», prosegue la Sbai, che spiega perchè sia così importante arrivare al divieto anche se in Italia c’è già una legge che proibisce la copertura del volto per motivi di sicurezza. «Non si tratta soltanto di impedire che terroristi e criminali possano nascodersi dietro il burqa - sostiene la Sbai -. Non è in gioco soltanto la salvaguardia dei cittadini ma i diritti fondamentali della persona. Dobbiamo salvare le donne che vivono quotidianamente questo inferno, segregate, isolate. Nessuno le avvicinerà mai, non ci sarà mai per loro una possibilità di riscatto in quelle condizioni. La legge contro il burqa ha la stessa valenza della legge contro l’infibulazione».

Proprio ieri il parlamento catalano ha respinto una mozione che chiedeva di proibire l’uso dei veli islamici integrali. Un risultato cui si è giunti dopo una burrascosa seduta ma che non stupisce visto che pochi giorni fa il Consiglio d’Europa ha approvato una risoluzione secondo la quale «nessuno dei paesi membri dovrebbe adottare leggi che introducano la generalizzata proibizione di indossare il burqa ed il niqab».

Una decisione che la Sbai definisce pilatesca e anche vigliacca. «In sostanza l’Europa se ne è lavata le mani. Ha detto: ogni paese faccia come gli pare - tuona la rappresentante del Pdl -. Una soluzione ambigua che denuncia la volontà di non prendersi responsabilità. Ma come, chiedo io, mandiamo i nostri ragazzi a morire in Afghanistan per difendere i diritti umani di chi vive lì e poi permettiamo che nella civilissima e democratica Europa ci siano donne che vivono prive di qualsiasi diritto a cominciare da quello di un’identità?».

L’Italia deve dimostrare coraggio, prosegue la Sbai: «Non dobbiamo essere provinciali, non aspettiamo che altri facciano certe scelte. Guardiamo alla Francia e variamo questa legge - insiste -. Non accetto la tesi, sostenuta sempre e soltanto da uomini, che se proibiamo il burqa quelle donne non usciranno più da casa. Io dico che la legge “fa tradizione” sarà un segnale importante che darà forza a chi voleva liberarsi da quella costrizione ma fino ad ora si è sentita sola e non lo ha fatto».

In Marocco, ricorda la Sbai, soltanto tre anni fa è passata la legge contro i matrimoni poligamici. «Da quando è cambiato il diritto di famiglia i matrimoni poligamici sono passati da 65.000 all’anno a 800 - spiega -. Dunque la legge è servita e servirà anche a far uscire le donne dalla segregazione imposta dalla copertura del viso».

Scenari


Allora, portiamoci avanti nel programma, affacciamoci nel futuro e facciamo un’ipotesi, o forse due. Immaginiamo che il sogno di oppositori, tramatori, dissidenti e casta mediatico-intellettuale si realizzi: va a casa il governo Berlusconi. Le soluzioni a questo punto sono di due tipi: un governo istituzionale, che valorizzi tutti i terzini della Repubblica, da Fini a Casini, da Rutelli ad Amato, più gli outsider, da Montezemolo a Draghi, e la benedizione di Napolitano. Oppure votando, nella ferrea logica bipolare dell’alternanza, un vero governo delle opposizioni, un centrosinistra Bersani-Di Pietro, con recupero di zombie, da Prodi a D’Alema, da Veltroni alla Bindi; e se volete come gadget pure Pecoraro Scanio.

Dopo aver pensato alla cosa essenziale, mandare a casa Berlusconi, pensate ora a quel fastidio aggiuntivo da sbrigare: governare gli italiani e affrontare le emergenze reali del Paese. Pensate che succede. Prendo dal cilindro alla rinfusa sei o sette conigli: la crisi economica e la necessità dei tagli, la disoccupazione giovanile, il federalismo e la riforma della pubblica amministrazione, la libertà d’informazione e il sostegno alla cultura e alla ricerca, alla scuola e l'università, la giustizia e la sanità. Ci fermiamo? Fermiamoci qui.

Beh, immaginate all’opera i successori di Berlusconi e di Tremonti, di Maroni e di Sacconi, di Brunetta e della Gelmini, di Alfano, Letta e Bertolaso; sia del versante sinistro sia del versante terzisti. Pensate che riuscirebbero a fare tagli più seri nella pubblica amministrazione, a dimezzare la casta, le Province, i Comuni, la spesa pubblica? Pensate che riuscirebbero a infierire meno sugli italiani e senza spremere Comuni e Regioni? Pensate che riuscirebbero ad arrestare più mafiosi, una volta assodata la responsabilità di Dell’Utri, o che riuscirebbero a bonificare la casta, una volta celebrato il processo a Brancher? Pensate che la giustizia sarebbe più rapida, meno fallibile e non lascerebbe ancora impunito il 95 per cento dei reati, una volta processato alla grande Berlusconi? Pensate che gli statali senza Brunetta lavorerebbero di più e si assenterebbero di meno, e così i professori sarebbero meglio pagati e più motivati, dando di più alla scuola e ai loro alunni? Che a Napoli e all’Aquila sarebbero più efficaci con immondizia e sisma senza Bertolaso?

E ancora: pensate che la cultura italiana, mortificata da questo governo, avrebbe un suo rinascimento miracoloso; e ripristinati i finanziamenti a enti e fondazioni degli amici ci sarebbe la fioritura di opere, musei, biblioteche, una volta scacciato il Tiranno Silvio, il tirannello Tremonti e l’aguzzino Bondi? Pensate che ci sarebbe più pluralismo e libertà di stampa? Pensate che la disoccupazione scenderebbe, gli italiani figlierebbero, l’Italia funzionerebbe di più, l’immigrazione sarebbe una festa come il Gay pride, gli ospedali funzionerebbero meglio, il federalismo si farebbe ma quello buono; meno droga, vizi e malaffare, e magari l’Italia in semifinale ai mondiali? Pensate che si riscoprirebbe, senza Bossi e Silvio, l’identità nazionale, che si celebrerebbero alla grande l’amor patrio e l’Italia unita, e ci sentiremmo una comunità viva, alla riscoperta delle sue tradizioni? Non dico il paradiso, ma almeno un miglioramento relativo rispetto al presente?

Beh, sono pronto a mettere la mano sul fuoco che l’Italia non starebbe neanche un filo meglio di come sta adesso, sia se ci fosse il governo dei tecnici e dei terzini, sia se ci fosse un governo di centrosinistra. Starebbe peggio, salvo da un punto di vista: è vero, avremmo sicuramente meno sesso e colore in politica, meno escort e giudici eccitati. Vi basterebbe questo per dirvi soddisfatti? A me no, a me interessa tutto il resto che dicevo prima.

E non sono felice di dire che con loro sarebbe peggio, perché se solo ci fosse la possibilità concreta di migliorare le cose sarei pronto a rischiare. Ma conosco quelle facce, quelle alleanze, quelle mentalità, so di che figuri, figurini e mezze cartucce stiamo parlando, abbiamo esperienze precedenti. Né penso che sia possibile avere condizioni migliori di quelle presenti in termini di maggioranza numerica e di mandato popolare. Anzi, fa rabbia proprio questo: sapere che con quei numeri, con un premier popolare, molte spanne più su degli altri che sono sul mercato, l’Italia arranca e perde fiducia.

Arrivo a dire che l’arma segreta del centrodestra, la vera forza del governo Berlusconi, è proprio nel paragone con le altre ipotesi in campo. Allora dico due cose: la prima è che gli italiani devono fare affidamento su se stessi, mettersi sotto, non aspettare niente da nessuno, disporsi a sacrifici e rischi, cioè esser pronti a rinunce e conquiste, difesa e attacco. La seconda è la sveglia al governo: non basta crogiolarsi sui sondaggi o sulla consolazione che gli altri sono peggio, si deve riprendere la fiducia di modificare, di avviare riforme vere, strutturali, avendo il coraggio di andare avanti o di ritirare le decisioni infelici. Con una nota speciale e controcorrente per Berlusconi: decida di più, assuma di più il comando.

Non venitemi a raccontare che il problema dei problemi italiani è Berlusconi col suo governo. A parte la crisi internazionale, il problema italiano è la muffa: questo Paese ha la muffa. Voglio dire che questo Paese è avariato, ha frutti degenerati; è invecchiato, corrotto, alterato, emana un cattivo odore, una patina putrefatta divora la sua buccia e attacca la sua polpa. Certo, la muffa rare volte può dare anche gusto, come nel gorgonzola; o se ben usata può rivelarsi perfino terapeutica, come la penicillina. Ma la muffa narra di un Paese andato a male. È la muffa il Nemico Principale, non Berlusconi, e nemmeno i giudici, Fini o Di Pietro, Marcello Lippi o Marcello Dell’Utri (che periodaccio per i Marcelli). Poi qualcuno favorisce il propagarsi della muffa e altri meno. Ma la muffa è la vera emergenza d’Italia, e con l’inerzia cresce. O lo capite o finisce male.

venerdì 2 luglio 2010

Cassazione talebana italiana


(ANSA) - ROMA, 2 LUG - Le mogli che hanno un carattere ''forte'' e che non si lasciano ''intimorire'' possono vedere assolti i mariti che le maltrattano. La Cassazione ha annullato la condanna a 8 mesi di reclusione nei confronti di un marito, perche' l'uomo ha sostenuto con successo che non si trattava di maltrattamenti, in quanto la moglie ''non era per nulla intimorita'', ma solo ''scossa ed esasperata''. Maltrattamenti e percosse si protraevano da 3 anni.

Il terrorismo islamico


La lunga deposizione resa da Faisal Shahzad, il presunto attentatore di Times Square, mina da sola i tentativi dell'amministrazione Obama di ignorare i pericoli dell'islamismo e del jihad sia dentro casa che su scala globale. Le dichiarazioni di Shahzad spiccano perché i jihadisti, per controbattere le accuse, in genere salvano la pelle dichiarandosi innocenti o patteggiando. Prendiamo in esame alcuni esempi:

Naveed Haq, che ha sferrato un attacco contro l'edificio che ospita la Jewish Federation a Seattle, ha protestato la propria innocenza a causa della sua infermità mentale.

Lee Malvo, uno dei cecchini del mondo politico americano ha spiegato che «uno dei motivi per sparare era che la gente bianca aveva cercato di far del male a Louis Farrakhan». Il suo socio John Allen Muhammed si è detto innocente fino alla camera della morte.

Hasan Akbar ha ucciso due soldati americani mentre dormivano in una zona militare, per poi dire alla corte: «Vorrei scusarmi per l'attacco. Mi sembrava che la mia vita fosse in pericolo, e di non avere altra scelta. Vorrei anche chiedervi perdono.»

Mohammed Taheri-azar, che ha cercato di uccidere alcuni studenti della University of North Carolina investendoli con un'automobile e ha pronunciato una serie di farneticamenti jihadisti contro gli Stati Uniti, in seguito ha avuto un ripensamento, dicendosi «assai pentito» dei crimini commessi, e ha chiesto di essere rilasciato in modo da poter «ristabilirmi [in California, ndr] da bravo, altruista e produttivo membro della comunità».

Questi sforzi si inseriscono in uno schema più ampio di mendacità islamista; raramente un jihadista è fermo nelle proprie convinzioni. Zacarias Moussaoui, il presunto ventesimo dirottatore dell'11 settembre è arrivato vicino: i dibattimenti giudiziari che lo riguardavano sono iniziati con il suo rifiuto di ammettere la propria colpevolezza (che il giudice ha tradotto in "non colpevole") per poi un bel giorno dichiarsi colpevole di tutte le accuse. Il trentenne Shahzad ha agito in modo insolito durante la sua apparizione davanti a una corte federale newyorkese il 21 giugno scorso. Le risposte alle innumerevoli domande inquisitorie date al giudice Miriam Goldman Cedarbaum (del tipo «E dov'era la bomba?», «Che ne ha fatto della pistola?») hanno offerto uno sconcertante mix di deferenza e disprezzo. Da un lato, egli ha risposto educatamente, con calma, con pazienza e in modo esauriente alle domande sulla sua condotta. Dall'altro lato, Shahzad con lo stesso tono di voce ha giustificato il suo tentativo di strage a sangue freddo. Il giudice, verificato che l'imputato era pronto a dichiararsi colpevole per tutti i 10 capi d'imputazione, ha chiesto all'uomo: «Perché vuole ammettere la propria colpa». Il che è una ragionevole domanda vista l'alta probabilità che le sue ammissioni lo terranno per parecchi anni in galera. Shahzad ha replicato esplicitamente: «Desidero ammettere la mia colpa e lo farei cento volte ancora perché – fino a quando gli Stati Uniti non ritireranno le proprie truppe dall'Iraq e dall'Afghanistan, non fermeranno i drone strikes in Somalia, in Yemen e in Pakistan, non porranno fine all'occupazione delle terre musulmane, non smetteranno di uccidere i musulmani e finché seguiteranno a fare rapporto contro i musulmani al loro governo – noi attaccheremo [gli Usa, ndt] e io mi confesso reo di ciò».

Shahzad ha continuato a descriversi come uno che ribatte alle azioni americane così dicendo: «Faccio parte della risposta agli Usa che terrorizzano le nazioni musulmane e il popolo musulmano, e per questo io vendico gli attacchi»; e ha poi aggiunto: «Noi musulmani siamo una comunità». E non è tutto: l'uomo non ha esitato ad asserire che il suo obiettivo era quello di danneggiare gli edifici e di «recare danni fisici alle persone o di ucciderle» perché «devono capire da dove vengo, perché (…) mi considero un mujaheddin, un soldato musulmano». Quando il giudice Cedarbaum ha sottolineato che i pedoni presenti a Times Square in quel tardo pomeriggio del I° maggio non stavano attaccando i musulmani, Shahzad ha così replicato: «Beh, il popolo [americano, ndt] elegge il proprio governo. Li consideriamo tutti alla stessa stregua». Il suo commento evidenzia non solo che i cittadini Usa sono responsabili del loro governo eletto democraticamente, ma anche della visione islamista che, per definizione gli infedeli non possono essere innocenti. Per quanto aberrante, questa filippica ha il merito di essere veritiera. La disponibilità mostrata da Shahzad a rivelare i suoi propositi islamisti ed a trascorrere parecchi anni dietro le sbarre in nome di questi propositi va contro i tentativi dell'amministrazione Obama di non dire apertamente che l'islamismo è un nemico, preferendo zoppe formulazioni come "operazioni d'emergenza all'estero" e "disastri causati dall'uomo". Gli americani – come pure gli occidentali in genere, tutti i non-musulmani e i musulmani non-islamisti – dovrebbero prestare ascolto all'esplicita dichiarazione di Faisal Shahzad e accettare la dolorosa verità che la rabbia islamista e le aspirazioni motivano davvero i loro nemici terroristi. Non tenere conto di questa verità non la farà certo sparire.

Religione di pace


MILANO - E' di almeno 42 persone il bilancio delle vittime dell'attentato compiuto ieri sera da due terroristi che si sono fatti esplodere in un tempio sufi nella città pachistana di Lahore. Le esplosioni sono avvenute quando migliaia di fedeli si erano radunati al mausoleo del santo dell'undicesimo secolo Abdul Hassan Ali Hajvery, noto anche come Data Ganj Baksh. Oltre alle vittime, le autorità parlano di almeno 175 persone rimaste ferite.

DOPPIA ESPLOSIONE - «La prima esplosione si è verificata nel cortile del tempio - ha spiegato il capo della polizia di Lahore, Aslam Tareen -. Pochi minuti dopo un secondo attentatore suicida si è fatto esplodere dove i fedeli si lavano prima delle preghiere».

«NON CI FERMIAMO» - Il primo ministro Yusuf Raza Gilani ha duramente condannato l'attentato suicida. In un messaggio di condoglianze alle vittime, riportato dall'agenzia App, Gilani ha detto che «simili attacchi non pregiudicano la volontà del governo di combattere la minaccia del terrorismo e di eliminare i militanti integralisti islamici». Il premier ha ordinato l'apertura di un'inchiesta.

Onu, Cuba e diritti umani

Cuba opprime i dissidenti, l'Onu la premia sui diritti umani

Roma. E’ in condizione “critiche” il dissidente cubano Guillermo Fariñas, in sciopero della fame da quattro mesi e ricoverato presso il reparto di terapia intensiva dell’ospedale cubano di Santa Clara. Il giornalista e psicologo cubano fa sapere che porterà avanti la sua protesta “fino alle ultime conseguenze”. Fino alla morte per inedia. Non ha più la febbre che lo tormentava nei giorni scorsi, ma Farinas potrebbe collassare fatalmente da un momento all’altro. Il dissidente aveva cominciato lo sciopero della fame il 24 febbraio per chiedere la liberazione di una ventina di detenuti malati considerati prigionieri di coscienza da Amnesty International. Il dottor Guillermo Fariñas, che è facile ricordarsi per le fotografie in cui assomiglia a uno spettro con gli occhi fuori dalle orbite, era finito in carcere a Cuba per aver invocato “internet libero”, offesa grave in un regime comunista che svetta fra chi perseguita e massacra di più al mondo la libertà d’informazione. Psicologo in pensione e giornalista molto critico, Farinas è costretto alla sedia a rotelle da una polineurite. L’opposizione al regime castrista, assieme a Farinas, chiede la liberazione di duecento detenuti politici, a cominciare da un gruppo di venti malati, i quali appartengono al gruppo dei 75 arrestati nel 2003 nella cosiddetta “Primavera nera”. Il governo di Raul Castro ha detto che non accetterà “ne pressioni ne ricatti” nel caso Farinas, il quale ha cominciato la protesta all’indomani della morte dell’oppositore prigioniero Orlando Zapata dopo mesi di sciopero della fame, decesso che ha provocato un’ondata di condanne internazionali. La ribellione per fame e sete di Farinas è tanto più drammatica e intollerabile per il regime perché viene proprio da un “figlio della Rivoluzione”. Entrambi i genitori di Farinas infatti lottarono con tro Batista, suo padre accompagnò il Che in Congo nel 1965. E Guillermo, dopo aver frequentato una scuola militare in Unione sovietica, combatté nella missione internazionalista in Angola. Ferito diverse volte in combattimento, nel 1980 era tra i militari di guardia all’ambasciata del Perù, nel tentativo di impedire la fuga di massa dei cosiddetti “marielitos”. Negli stessi giorni in cui a Cuba si muore e si finisce in galera in nome della dissidenza, a Ginevra il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha eletto come vicepresidente del celebre organismo proprio un fedele castrista. Durante una riunione annuale, i suoi membri hanno scelto per acclamazione l’ambasciatore di Cuba a Ginevra, Rodolfo Reyes Rodriguez, quale miglior candidato per la carica di vicepresidente, anche “in riconoscimento del lavoro svolto da parte di Cuba nel settore dei Diritti Umani”. L’ambasciata cubana a Ginevra si felicita in una sua nota che “la scelta di Cuba per questa posizione è un importante riconoscimento del titolo esecutivo per il lavoro esemplare della Rivoluzione Cubana in favore dei diritti umani del suo popolo e del mondo”. Intanto all’Avana processi e persecuzioni A gestire i dossier sui diritti umani e le violazioni in giro per il mondo sarà dunque uno dei “worst of the worst”, i peggio del peggio, i paesi più repressivi del mondo nella classifica appena stilata da Freedom House e che vede Cuba in cima alla lista nera. Quattro delle peggiori dittature, ovvero Cina, Cuba, Libia e Arabia Saudita, siedono dunque nel Consiglio dei diritti umani dell’Onu. L’Avana però è l’unica a detenere anche un posto decisivo nella catena di comando all’Onu sui diritti umani. La nomina della compagine cubana arriva nei giorni del processo a un altro famoso dissidente caraibico, il dottor Darsi Ferrer, che ha passato quasi un anno in detenzione preprocessuale in un carcere di massima sicurezza dopo aver organizzato manifestazioni critiche nei confronti del regime. Darsi Ferrer è stato condannato a un anno di carcere e a tre mesi di “lavoro correttivo”. Altri sei prigionieri politici hanno appena avviato lo sciopero della fame. Fra di loro spicca Hector Fernando Maceda, il marito di Laura Pollan, leader delle Dame in Bianco, il gruppo di familiari dei dissidenti detenuti nel 2003. Il regime ha dovuto spedire agli arresti domiciliari il dissidente disabile, Ariel Sigler Amaya, divenuto paraplegico dopo il suo arresto anni fa. Tre anni di detenzione gli hanno fatto perdere sessanta chili. Amaya soffre di gravissimi problemi renali, emorragie intestinali, tonsillite cronica, il fratello dice che “ha tutti gli organi compromessi”. Nella stessa condizione di semilibertà si trova anche Jorge Luis Pérez “Antúnez”, che dopo diciassette anni di carcere per “propaganda nemica orale” vive ancora assediato dalla polizia politica. Attualmente si parla di “sei-sette mila dissidenti dichiarati” nell’isola di Cuba. Gente come Adolfo Fernandez Sainz, che lavorava per l’agenzia di stampa “Patrìa” prima dell’arresto. Sainz, che deve scontare quindici anni, soffre di artrite, enfisema polmonare, cisti renale, ernia iatale, prostata ingrossata e pressione alta. Da quando è dietro le sbarre ha perso venti chili e non ha ricevuto cure sufficienti. Sta molto male Jorge Luis Gonzalez Tanquero, la cui famiglia fu accolta dall’ex presidente Bush alla Casa Bianca e che rifiuta le cure perché “inadeguate”. Ricardo Linares García è diventato quasi cieco in carcere. Anche il dottor Oscar Biscet è gravemente malato, la sua cella non ha finestre e si sa per certo che è stato più volte torturato e picchiato. Il dottore iniziò la sua lunga e agonizzante resistenza al regime quando scoprì che a Cuba si praticava l’infanticidio tramite aborto tardivo. Con la sua condanna a 25 anni di carcere, Biscet è uno dei massimi prigionieri di coscienza al mondo

Gianfranzo Fini contro tutti


Il PdL non c’è più, stavolta pare vero. Silvio Berlusconi non voleva neanche smentire la notizia del festino con le brasiliane, tanto avrebbe preferito sovrapporre quei fatti inventati da un giornale carioca alla grigia realtà italiana. La giornata del rientro in patria dopo la lunga parentesi di viaggi istituzionali all’estero ha restituito un Cavaliere al minimo assoluto dell’umore. Anche perché le ultime 24 ore sono state una sintesi di tutte le rogne che l’anomalia politica di Arcore si trova davanti.

Una settimana fuori e succede di tutto. Una nomina a ministro diventa il caso politico dell’estate, il Colle prende a sberle la maggioranza dopo un periodo di tregua, il PdL in preda a pulsioni centrifughe tipo lavatrice. Una diffusione di notizie circa l’allargamento del Lodo Alfano, troppo improvvida perfino per il partito confuso visto ultimamente. Il mondo dell’informazione in rivolta. E, ciliegina, nelle ore esatte del rientro, il coordinatore nazionale del partito e il cofondatore (Bondi e Fini) tignavano l’un con l’altro come al Processo, a fianco di uno sbigottito Pierluigi Battista che non poteva mettersi a fare il Biscardi della situazione. Ma la replica della scenata clamorosa («Sennò che fai, mi cacci?») tra il presidente della Camera e Berlusconi in diretta tv ha segnato un passo avanti nella resa dei conti che tutti, a questo punto, si augurano prima ancora che aspettarsela.

Manco il tempo di far atterrare l’aereo e Berlusconi era a Palazzo Grazioli, blindato con Alfano, Letta e Ghedini: c’erano da smaltire un bel po’ di arretrati. La rissa tra Bondi e Fini non ha fatto che coronare la tensione di settimane, che sempre ieri ha avuto un nuovo punto critico nell’incontro tra i coordinatori e gli ambasciatori di Gianfranco sulle intercettazioni. In sostanza, un ennesimo rimpallo su un testo di legge massacrato di emendamenti, strappi, promesse di modifiche che neanche il più instancabile degli esperti d’Aula può davvero aver seguito.

Più dei tecnicismi in Parlamento, però, sono le facce e i gesti a parlare. Fini e Bondi regalano uno spettacolo anche efficace: sembrano Ghedini e Travaglio ad Annozero. Bisticciano, si guardano storto. L’ex leader di An fa gesti con le mani come dire: “Ma va’”, l’altro gli ghigna in faccia. Gli argomenti del presidente della Camera sono in piena coerenza con la linea maturata negli ultimi mesi. Usa argomentazioni che nel resto del partito non si fatica a definire “di sinistra”: il sospetto della furbata anti-processi su Brancher, l’allarme sulla legalità nel partito, il nodo della Lega anti-unitaria. A un certo punto, quando parla di valori non negoziabili sui quali non rinuncia a fare «il controcanto», a qualcuno pare di sentire perfino echi ratzingeriani. Ad altri pare non valga la pena. Ma l’esaltazione della Prima repubblica è una pugnalata.

Il Berlusconi che si precipita a Palazzo Grazioli, che annulla conferenze stampa, che da settimane non parla più coi giornalisti, è un Berlusconi che conta i passi prima di sparare, teso in un duello stile Far West che non sembra offrire soluzioni diverse dagli spari. Dall’altra parte c’è un Fini incazzosamente glaciale nella strategia di logoramento ogni giorno un po’ più esplicita, fino alla scazzottata con Bondi di ieri. Tutto è pretesto per questo: intercettazioni, Lega, Quirinale, Brancher, la nazionale, l’inno, er Monnezza, Mangano, i rifiuti di Palermo. L’assenza temporanea di Berlusconi ha paradossalmente acuito i termini dello scontro, esasperando ancor di più le beghe senza il perno che le determina e le condiziona.

Per questo da ieri tornare indietro non pare più possibile a nessuno. Lo scioglimento delle Camera è un’ipotesi che circola senza grandi giri di parole. L’insofferenza per il ruolo ritagliatosi dal presidente della Camera («incompatibile») ha portato Berlusconi a una soglia di (in)sopportazione acuita proprio dal non avere soluzioni rapide a portata di mano. Il refrain negli ambienti della maggioranza è sempre quello: «Se ne vada, così non si può». L’altro, Gianfranco, trae forza proprio dalle stesse parole dette in faccia a Berlusconi, col ditino alzato, di sotto al palco dell’Auditorium di Roma: «Sennò che fai, mi cacci?». Stavolta forse ci siamo, costasse la “cacciata” di tutto il Parlamento. Costasse la chiusura del partito, modello Pomigliano: si riparte solo con chi ci sta.

Martino Cervo

giovedì 1 luglio 2010

Sentenze...

Due sentenze “esemplari” di Bartolomeo Di Monaco

La prima è quella che condanna Dell’Utri a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa in relazione a vicende precedenti al 1992, mentre lo assolve per il periodo che va dal 1992 in poi perché i fatti non sussistono. Naturalmente la sentenza ha già aperto polemiche (qui). La prima osservazione da fare è questa: come è possibile che un uomo giudicato mafioso fino al 1992, dopo tale data non lo sia più? Quando ci si lega con la mafia, l’abbraccio è mortale. Vi si resta congiunti fino alla morte. La mafia non libera nessuno se non facendogliela pagare a caro prezzo. Invece Dell’Utri dal 1992 in poi risulta una santarellino. È una incoerenza che fa pensare che in realtà le accuse contro Dell’Utri (giudicato il tramite del pizzo pagato da Mediaset alla mafia in Sicilia) forse non erano così pesanti e che la condanna ha dovuto tenere conto delle pressioni esterne e perfino interne, se alcuni procuratori (tra cui Antonio Ingroia) vanno già proclamando che la questione non è finita qui. Questo vuol dire che i cittadini devono sottostare alle sentenze, mentre i pm non solo possono criticarle ma possono cercare altre strade per vanificarle e ridicolizzarle. È davvero uno strano mondo questo della giustizia italiana. Ditemi voi se, anche su questo versante, non siamo in presenza di una casta dotata di privilegi specialissimi. Come sappiamo, la Cassazione non potrà pronunciarsi sul merito delle questioni giudicate dal Tribunale, ma su questioni di procedure. Così che, se queste sono state rispettate, la sentenza diverrà definitiva, come pure la condanna, salvo prescrizione. Dell’Utri, dunque, è stato incolpato di aver fatto, fino al 1992, da tramite tra Mediaset e la mafia siciliana che esigeva il classico pizzo, come lo esigeva e lo esige nei confronti di tutte le altre aziende che mettevano e mettono piede nell’isola. Che Mediaset abbia pagato il pizzo è fatto molto grave. Chiunque paga il pizzo commette un reato. Ma viene spontaneo domandarsi se Mediaset sia la prima azienda in Italia che ha pagato il pizzo alla mafia. Non credo proprio e non ci crede nessuno. Dove sono le altre condanne, che dovrebbero essere innumerevoli? La conseguenza di questa sentenza dovrebbe essere quella di spingere i magistrati onesti ad aprire un’indagine a tappeto sul fenomeno del pizzo per sentenziare condanne a raffica del tipo di quella comminata a Dell’Utri. Credete che si farà? Manco a pensarlo. Non lo si è fatto prima e non lo si farà dopo. Mediaset è un’azienda di Berlusconi. È stato bastevole colpire quella. Le altre non lo sono, e quindi lavorino pure in pace. Così va il mondo. Anche quello della giustizia. La magistratura con questa sentenza in realtà accusa se stessa di non essere in grado di amministrare un giustizia che valga per tutti. Oggi Palermo esibisce la sentenza Dell’Utri, ma essa è lo specchio che le rimanda un’immagine molto molto triste. Ora, ovviamente, altri raccoglieranno il testimone e tenteranno l’impresa che non è riuscita in questo processo. Collegare la nascita di Forza Italia alla mafia. Chi sa che cosa uscirà fuori ancora, se ne vedranno delle belle. Ma gli italiani, già dalla desolante esibizione di Spatuzza in mondo visione, si sono vaccinati, e a certa giustizia politicizzata non credono più. La seconda sentenza è quella che assolve l’aggressore di Berlusconi, Massimo Tartaglia. Si sta rischiando di sottovalutarla, ma essa è una sentenza pericolosissima, che apre la strada a tutti coloro che volessero ordire degli attentati alle cariche dello Stato. Basterà assoldare uno psicolabile e il gioco è fatto. Questa sentenza indica la strada. Ora, se è vero che tutti i cittadini sono eguali di fronte alla legge, non lo sono nel momento in cui ricoprono soprattutto alte cariche dello Stato. La Costituzione previde addirittura per loro la famosa immunità parlamentare, mai del tutto annullata. Perciò Tartaglia avrebbe dovuto essere condannato, sì alla reclusione temporanea in una casa di cura, ma anche, una volta guarito, ad essere trasferito in un carcere ordinario a scontare una pena ben più adeguata. Quella che gli è stata comminata è una condanna ridicola, e non scoraggia che voglia ordire un attentato alle massime cariche dello Stato, compresa la presidenza della Repubblica. Quando si tratta di attentati di questo tipo, anche se commessi da incapaci di intendere e di volere, la condanna deve essere sempre esemplare e tale da scoraggiare altre imprese dello stesso tipo. Era così difficile capirlo? No, ma attenzione, c’è un perché si è finto di non capire. Fateci caso: tutte e due le sentenze hanno un denominatore comune: Silvio Berlusconi. E allora la logica e la giustizia vanno a farsi friggere. Insomma, a seconda se c’è o non c’è di mezzo Berlusconi, la giustizia cambia faccia e colore, come succede ai camaleonti.

Ssst, è arte... musulmana

Quando si fanno parodie su maometto, gli islamici sono sempre pronti a far saltare in aria qualcosa o qualcuno e, i terzomondisti e gli intellettualoidi di sinistra difendono a spada tratta la "religione", ops, l'ideologia musulmana. Quando si tocca la religione cattolica. Tutti tacciono tranne pochi. Ah, si, è arte.


La fantasia eresiarca dei nostri amministratori non conosce limiti. È vero, il palio di Siena non ispira, almeno oggi, nessuna spiritualità; ma da qui a consegnarne il simbolo, lo stendardo con la figura di un Santo, alle mani di un fedele di un'altra religione, si passa dall'eventuale devozione che gli organizzatori della festa evidentemente non possiedono, a una vera e propria forma di disprezzo. Disprezzo per i Santi in generale e per San Giorgio in particolare.

Il disprezzo per i Santi, per le immagini dei Santi, è stato sempre considerato una forma di eresia nella Chiesa cattolica: la battaglia per il diritto alla «raffigurazione» dei temi e dei personaggi sacri è stata probabilmente la battaglia più grave, e quella più significativa, nella storia del cristianesimo d'Occidente. Una battaglia che ha segnato la differenza fra la spiritualità orientale e quella occidentale. Probabilmente i cristiani attuali non se ne rendono conto: il ricordo della guerra iconoclastica fa parte di vaghe nozioni scolastiche che soltanto oggi, con la presenza dell'islamismo, diventano pressanti. Eppure l'iconoclastia è stata ispirata nella Chiesa d'Oriente soprattutto dal peso del divieto dell'Antico Testamento per le raffigurazioni, presente nei numerosi cristiani giudaizzanti e dal rinnovarsi della sua forza attraverso le severe norme del Corano in proposito. La «rappresentazione» in qualsiasi forma, infatti, è vietata a causa del timore che i credenti possano crearsi in questo modo degli idoli da adorare. Il cristianesimo, però, nato nello spirito della salvezza e della libertà portato da Gesù, non ha avuto timore di nulla, e si è anzi abbandonato con gioia alla Bellezza attraverso tutte le arti, una bellezza cui l'Italia con i suoi artisti ha dato il massimo contributo.

Dunque, l'abbiamo detto: un fedele musulmano, non soltanto non ha «Santi» da pregare perché anzi gli è vietato credervi, ma non può né creare, né toccare, tanto meno pregare un'immagine. Se il pittore musulmano cui è stato affidato l'incarico, ha potuto dipingere lo stendardo con l'immagine di San Giorgio, è perché si tratta di un'altra religione, del personaggio di un'altra religione, quella in cui non crede e che pertanto non gli crea problemi di infedeltà. I problemi non sono suoi, sono nostri. Che cosa vogliono gli amministratori cittadini, amministratori della mistica Siena? Che ci si riduca a prendere in giro la nostra stessa religione? Che si sbeffeggi, ponendogli sulla testa il simbolo di un'altra religione, un Santo? Un Santo cui tutto il medioevo è stato devotissimo perché ha combattuto per la sua fede e ha sconfitto il nemico? Lo sanno, gli organizzatori del Palio, che è stato Gesù a liberare i suoi discepoli (anche le donne e io che sono una donna non me lo dimentico) dall'obbligo di portare sempre la testa coperta? A esortarli alla libertà, alla confidenza, ad alzare gli occhi, la fronte verso Dio, invece che sbatterla in terra? Se vogliono offenderci per far piacere ai musulmani, lo dicano chiaramente perché noi tutti, credenti e non credenti, ne chiediamo le dimissioni. Non è lecito (come recita perfino la legislazione della laicissima Unione europea) offendere nessuna religione, a prescindere dal fatto che vi si creda oppure no. E perché dunque la nostra?

Ma qui ritengo che si intraveda una strada pericolosa oltre che vile: quella che da pseudo scherzo iniziale diventerà a poco a poco una forma di sincretismo e infine l'islamizzazione del cristianesimo. Cosa ci vuole a cominciare a dipingere segni e simboli musulmani, a cominciare dai berretti, sugli innumerevoli quadri di Santi che possiede l'Italia?