giovedì 4 febbraio 2010

A punti

Immigrati, accordo Sacconi-Maroni: "Sì al permesso di soggiorno a punti"

Roma - Via libera al permesso di soggiorno a punti. Andrà presto in Consiglio dei Ministri un decreto in base al quale i nuovi richiedenti di permesso di soggiorno dovranno sottoscrivere un accordo per l' integrazione con una serie di doveri da adempiere, tra i quali la conoscenza della lingua italiana, l'iscrizione al servizio sanitario nazionale, la conoscenza della Costituzione. È quanto prevede una intesa raggiunta oggi dai ministri dell'Interno e del Welfare Roberto Maroni e Maurizio Sacconi.

Niente costi per gli immigrati. "È un interesse di chi richiede il permesso di soggiorno sottoscrivere questo accordo. Chi non lo fa - prosegue Maroni - vuol dire che non vuole integrarsi". A proposito dei costi, il titolare del Viminale ha aggiunto: "Non si può certo chiedere all’integrando di metterci dei soldi. Pagheremo e organizzeremo tutto noi, così avremo anche sotto controllo l’organizzazione e potremo garantire standard uniformi per tutte le province italiane".

Diritti e doveri. Il lavoro fra i due ministeri, dell’Interno e del Welfare, ha detto Maroni, ha portato "a questo accordo che sarà, a breve, trasformato in un provvedimento con un decreto, un dpr, che regolamenterà la materia". Il ministro Sacconi ha annunciato che nei prossimi giorni sarà varato un piano sull’integrazione che "sottolineerà la responsabilità della persona, diritti e doveri".

Percorso d'integrazione. Comprenderà, tra i vari punti, per chi vorrà intraprendere un percorso di integrazione, la conoscenza della lingua italiana, l’iscrizione alle scuole dell’obbligo e la trasparenza dei certificati abitativi. Il permesso di soggiorno a punti prevede il raggiungimento di un credito (30 punti) in due anni (è la durata di un permesso). Al termine di questo percorso, se non dovesse essere raggiunto l’obiettivo, sarebbe previsto un anno di proroga. Al termine di questo percorso, una volta raggiunti gli obiettivi prefissati nell’accordo, gli immigrati potrebbero chiedere la carta di soggiorno.

Il Pd: "E' una lotteria sociale". "Adesso le follie legislative dei mesi scorsi cominciano a dispiegare i loro incredibili effetti. Essere straniero in Italia vuol dire essere soggetto ad una scandalosa lotteria sociale i cui giudici imbrogliano in partenza. Siamo il paese più xenofobo d’Europa. Bel risultato, complimenti a Maroni e a Sacconi". Così il capogruppo del Pd nella commissione Affari costituzionali della Camera, Gianclaudio Bressa commenta la proposta del permesso di soggiorno a punti illustrata oggi dal ministro degli Interni, Roberto Maroni.

Turchia

Arrestati il padre e il nonno, rilasciata la madre. Turchia: ragazza sepolta viva dalla famiglia. «Aveva amici maschi». Il ritrovamento a dicembre: corpo seduto e con le mani legati in una buca dietro il recinto dei polli

ANKARA - Una ragazza di 16 anni sarebbe stata sepolta viva dai familiari in un villaggio del sud-est della Turchia in quanto la famiglia non era contenta che frequentasse amici maschi. Il cadavere della ragazza, scrive l'agenzia France Press riportando notizie della turca Anadolu, è stato ritrovato nello scorso dicembre dalla polizia, 40 giorni dopo la denuncia della scomparsa di M. M., di cui sono state diffuse solo le iniziali.

SEPOLTA VIVA - Il corpo è stato rinvenuto seduto con le mani legate in una buca di due metri scavata nel giardino della casa di famiglia, sotto un recinto per i polli a Kahta, villaggio della provincia di Adiyaman. La polizia ha ritrovato il corpo in seguito a una segnalazione. La Anadolu spiega che solo in questi giorni la polizia scientifica ha concluso la sua autopsia, arrivando alla conclusione che la ragazza è stata seppellita viva, come proverebbero tracce di terra ritrovate sotto le sue unghie e nel suo stomaco. «Secondo i nostri esami, la ragazza, che non aveva lividi sul corpo o tracce di narcotico o veleno nel sangue, era viva e del tutto cosciente quando è stata seppellita», ha detto una fonte giudiziaria anonima.

ARRESTI - Per l'omicidio sono stati arrestati il padre e il nonno, che sono in attesa di giudizio. Durante un interrogatorio, il padre avrebbe ammesso che la famiglia era scontenta del fatto che la ragazza frequentasse amici maschi. Anche la madre, che ha altri otto figli, è stata arrestata e poi rilasciata. La fonte anonima che ha segnalato alla polizia dove rinvenire il corpo, ha spiegato che l'eliminazione della ragazza è stata decisa nell'ambito di un "consiglio di famiglia", composto dai membri anziani del nucleo familiare. Solo due mesi prima della sua scomparsa, M.M. si era recata dalla polizia per denunciare le percosse subite dal nonno a causa delle sue frequentazioni maschili.

Perle di farefuturo

Ma il burqa non può essere il vessilo di una guerra contro l'islam. Tanto per ribadire il concetto: sul burqa ha ragione Sarkozy di Filippo Rossi

“Sarkozy fa il leghista”: qualcuno oggi titola così. Tanto per capire come il giornalismo italiano, anzi (per fortuna) certo giornalismo italiano, si diverta a tirare le notizie, quasi fino a strapparle. Lo fa per rinfocolare battaglie tutte interne, per rinsaldare qualche stereotipo, per rassicurarsi nella propria visione delle cose. Ecco cos’è successo anche con questa storia del burqa vietato. Che tra l’altro non è neanche una gran notizia: già mesi fa il presidente francese – uno che, piaccia o no, e pur con decisioni alle volte drastiche o aspre, lavora per l’integrazione e non per la “disintegrazione” – aveva avvisato che “il burqa non sarà mai il benvenuto in Francia”. Sei mesi fa è stata istituita una commissione parlamentare, presieduta dal comunista Gérin, e ieri è stato consegnato il rapporto: il velo integrale offende i valori della République. Nessuna soluzione concreta, però. Già da questo – da come sono andati i fatti – si capisce che la notizia è quasi una non-notizia. Ma riflettere su argomenti così importanti e delicati non fa mai male. Ma più che interrogarsi per davvero sugli aspetti principali di questa vicenda (la concezione stessa di laicità, la dignità della donna, le differenze tra Francia e Italia, i principi fondanti della Repubblica) ecco che la discussione scivola nel pollaio di casa nostra. Farefuturo difenderebbe il burqa, spiegano sul Giornale. E quindi – per estensione – sarebbe pronta a giustificare l’infibulazione, per esempio. Da cosa si evinca tutto ciò, resta un mistero. Il titolo “E’ giusto, ma non è la soluzione”, non era chiaro abbastanza? Ecco qualche passo dall’articolo di ieri: «In linea di principio proibire l’utilizzo del burqa è un’idea che può essere giusta. Proprio perché – al di là del tecnicismo normativo e delle leggi che in Italia già esistono e che proibiscono di girare per strada con il volto occultato – è un fatto che in alcune regioni di tradizione islamica e in molti contesti familiari questo significhi di fatto uno strumento di oppressione della dimensione femminile». E ancora: «Come abbiamo sottolineato più volte, una società multietnica come si appresta a diventare la nostra deve contemplare al suo interno lo scambio di culture sì ma all’interno di alcuni punti fermi. Tra i quali, uno dei più importanti, il rispetto della dignità della persona». Lo ha ribadito anche il segretario generale di Farefuturo, Adolfo Urso: «Personalmente, credo giusto vietare l'uso del burqa nelle istituzioni e nei luoghi pubblici, ma credo che ciò vada fatto all'interno di una più vasta politica di integrazione, che rispetti e valorizzi il ruolo positivo delle religioni e le liberta religiose ed educative. Il divieto del burqa non va concepito come un'arma contro l'islam ma come uno strumento per valorizzare il ruolo e la dignità delle donne». Non basta? Allora ribadiamo il concetto ancora una volta. Nessuno si sogna di difendere il burqa: è uno strumento di oppressione, è una lesione alla dignità della donna. Ma è anche un problema di sicurezza pubblica. E proprio perché si tratta di sicurezza pubblica, le leggi esistono già. Basta applicarle. Insomma, uno stato laico dovrebbe trattare il “problema-burqa” in maniera pragmatica, usando le norme a sua disposizione, attingendo al patrimonio di leggi e principi già presenti nel suo dna. Ha ragione Sarkozy, dunque. Ha ragione a trattare la questione con moderazione, istituendo una commissione, prendendo tutto il tempo necessario. Ha ragione lui. Perché se il burqa diventa solo sinonimo di islam, e vietarlo in quanto tale serve a dare un po’ di sfogo alle pulsioni di alcune frange del paese, allora non ci siamo davvero. Se invece vietarlo significa garantire i diritti civili della donna in nome dei valori occidentali, allora è giusto. Anzi sacrosanto. Purtroppo, le reazioni hanno dimostrato che si tratta del primo dei due casi, qui da noi. Lo dimostra il fatto che in prima fila, e con i soliti toni, ci sia chi vorrebbe appiccicare il crocifisso sulla bandiera e, oltre ai veli, vorrebbe far sparire dal nostro paese i minareti e magari tutto l’islam. Ecco, appropriarsi strumentalmente di una battaglia di laicità, stravolgendola ed estremizzandola, è semplicemente scorretto. Scorretto come voler forzare il senso delle riflessioni altrui.

Perle di farefuturo

E (quasi) tutta l'Ue è d'accordo: la Turchia deve entrare in Europa di Giuseppe Mancini

C'è rimasto solo Sarkozy a dire no alla Turchia nell'Unione europea. Più qualche partito islamofobo in ordine sparso, Lega compresa. In virtù di esigenze strumentali e elettoralistiche, o di una lettura superficiale e frettolosa della storia ispirata all'ideologia manichea dello scontro di civiltà. «Una posizione irragionevole», quella del presidente francese: così l'ha definita il primo ministro Erdogan in occasione proprio di un evento dal sapore e dal profondo significato europeo, la cerimonia di lancio – il 30 gennaio a Istanbul – delle trasmissioni in lingua turca di Euronews. Una posizione ormai isolata a livello dei 27 – la proposta di una “partnership privilegiata” (che non è mai stata definita nei contenuti concreti) tra l'Ue e Ankara – che il premier turco ha sempre respinto con sdegno, opponendole il «sogno della Turchia che dura da cinquant'anni», quello di una completa integrazione nelle istituzioni europee formalmente cercata fin dal 1959. Anche perché, secondo Erdogan, «l'Europa senza la Turchia resterebbe incompleta». E sul fronte europeo, nel mese di gennaio, la diplomazia turca ha registrato solo successi. Uno in particolare, perché il meno atteso, di grandissima rilevanza politica. A schierarsi pubblicamente per la Turchia in Europa a pieno titolo sono stati non solo dei sostenitori di lunga data come il ministro degli Esteri spagnolo Moratinos (che parlava a nome della presidenza spagnola, dal 1° gennaio, dell'Ue), il suo omologo svedese Bildt, o il premier greco Papandreou; ma anche Guido Westerwelle, ministro degli Esteri e vice cancelliere di un governo (Westerwelle è il presidente del partito liberale), quello guidato da Angela Merkel del Cdu, a cui si deve la proposta originaria di partenership privilegiata e una comunanza d'intenti fino a oggi piuttosto solida con Sarkozy. Nella sua visita ad Ankara e Istanbul, a inizio gennaio, il ministro tedesco ha ripetuto più e più volte una formula quasi magica che ha entusiasmato i diplomatici turchi: «pacta sunt servanda». E cioè, se la Turchia rispetterà le condizioni imposte da Bruxelles a tutti i nuovi membri, la Germania non si opporrà all'ingresso di Ankara nell'Ue. Anzi, ha sottolineato come la Turchia in Europa è nell'interesse – politico ed economico – del suo paese. Certo, andranno poi vinte le resistenze soprattutto del Csu, il partito democristiano bavarese che fa parte della coalizione al potere e che ha invano tentato di sabotare la visita di Westerwelle con la pubblicazione – qualche giorno prima – di un documento che invoca la partnership privilegiata: ma il ministro liberale in Turchia ha specificato di parlare in veste ufficiale, a nome del governo di Berlino e non come turista. Moratinos, invece, ha presentato in sede comunitaria la proposta forte della presidenza spagnola: l'apertura di altri 4 capitoli nei negoziati con Ankara (sui 35 totali ne sono stati aperti già 12, ma 8 sono sospesi a causa della controversia su Cipro). Mentre Bildt, in un'intervista alla rivista Turkish Policy Quarterly appena pubblicata, ha definito pessimistica la previsione del capo della diplomazia di Ankara, Davutoglu, della Turchia in Europa per il 2023, nel centesimo anniversario della Repubblica: e ha caldeggiato una data più ravvicinata, in virtù del ruolo sempre più strategico della politica estera turca nella stabilizzazione dell'area balcanica e del Medio oriente, oltre che del processo di riforme interne in chiave democratica e di liberalizzazione economica. Da ultimo, Papandreou si è finalmente pronunciato sulla proposta di Erdogan di costituire un Alto consiglio di cooperazione, per superare una volta per tutte il contenzioso tra Grecia e Turchia (Cipro, la delimitazione marittima nel Mediterraneo, le rispettive minoranze) e spalancare ad Ankara le porte dell'Europa. Come previsto, la risposta di Papandreou, poi pubblicata parzialmente sul sito del governo turco, è calorosa nei toni e positiva nella sostanza. Il primo ministro greco ha ribadito la sua volontà di assicurare alla regione pace e stabilità e il suo appoggio per l'ingresso della Turchia in Europa. I ministri degli Esteri hanno già messo in calendario degli incontri per occuparsi dei dettagli operativi, Papandreou ha invitato Erdogan in Grecia per una visita ufficiale. Aspettando che Sarkozy cambi idea.

mercoledì 3 febbraio 2010

Francia

Cose turche in francia di Adriana Bolchini

Come tutti ormai sapete, il presidente francese Nicola Sarkozy è riuscito a mettere a punto una legge sull’abbigliamento femminile in uso in alcuni Paesi islamici che umiliano la donna (burqa – niqab – ecc. ) Sancendo il divieto nei luoghi pubblici dell’uso arabo del velo integrale. Infatti Nicolas Sarkozy ha dichiarato che tale uso “offende i valori della Repubblica”, minaccia “l’identità della donna”, oscurandone la soggettività. Chiaro che questo ha scatenato un frastuono di polemiche, chi è favorevole, chi lo è ma con distinguo, chi è contrario, chi minaccia ritorsioni o peggio attentati e giura odio alla Francia, predicando la morte per gli infedeli. L’islam è per sua natura fondamentalista, ma non tutte le persone musulmane lo sono per forza, motivo per cui abbiamo notato con piacere che molti islamici si sono espressi in modo favorevole verso questa decisione e non solo in Italia, ma anche in Francia, proprio perché sono per ora i diretti interessati. Ma quando si ha a che fare con l’islam, non c’è limite alla “fantasia paranoica di certe reazioni” che nessuno si sognerebbe mai di mettere in atto. Loro gli islamici che sanciscono attraverso la sharia leggi su tutto, e non solo sull’abbigliamento femminile e sull’alimentazione, arrivano persino a stabilire proibizioni o obblighi che riguarderebbero solo la sfera privata, si permettono ancora di rifiutare le decisioni altrui in casa loro, non in casa propria, e soprattutto le leggi del Paese che generosamente li ospita. Queste reazioni sconfinerebbero nel ridicolo se non fossero tragiche per le conseguenze che portano con se: Hassen Chalghoumi, l’imam della moschea di Drancy, per il semplice motivo di essersi pubblicamente espresso favorevole ad una legge che vieti l’uso del burqa, che lui stesso ritiene “una prigione per le donne e uno strumento di dominazione sessista, oltre che di reclutamento islamista,” ha subito minacce gravissime che si sono presto tradotte in azioni fisiche, infatti un commando di 80 persone a volto coperto, ha fatto irruzione nella sua moschea e alla presenza di 200 fedeli, , dopo essersi impossessati del microfono in uso per le prediche lo ha minacciato pesantemente. Il tutto non è avvenuto ovviamente in forma amichevole, ma in seguito a un tafferuglio nel quale il commando ha forzato il passaggio e ha lanciato i soliti anatemi contro l’imam trattandolo da apostata e da miscredente, dichiarando testualmente “liquideremo il caso di questo imam degli ebrei…” anche perché Hassen Chalghoumi, fa parte di un collettivo che promuove il dialogo interreligioso e un islam aperto. Mi auguro che presto una legge del genere, che ormai è in discussione da alcuni mesi nel Parlamento Italiano, sia sulla dirittura d’arrivo, nonostante i soliti bastoni fra le ruote che mette l’UCOII, nella persone di Nour Dachan, ogni qualvolta si cerchi di fare un passo avanti verso l’integrazione. La negazione della sessualità e della personalità femminile, attraverso l’umiliazione di una copertura totale pubblica della sua persona è un deterrente verso ogni tipo di integrazione, anche minima, perché la isola dal mondo esterno, quello nel quale vive e se vive in un Paese in cui è immigrata, non avrà mai la possibilità di diventare veramente cittadina di quel Paese. Coprire completamente la donna negando la sua femminilità è un crimine contro l’umanità intera.

Sovranità nazionale...

A Francoforte hanno sepolto la sovranità nazionale di Maurizio De Santis

Lo scorso 19 gennaio, la BCE (Banca Centrale Europea), ha pubblicato uno studio mirato a valutare le conseguenze giuridiche nell’ipotesi di defezione dal sistema EURO da parte di uno Stato membro. Nell’introduzione al documento, la BCE ha fatto esplicito riferimento alla recente crisi, argomentando che “i recenti sviluppi economici hanno, probabilmente, aumentato il rischio dell’uscita dal sistema unico da parte di qualche Stato più debole”. Pur senza alcuna menzione diretta, è chiaro come lo scenario ipotetico fosse riferito alla Grecia, al centro di un attacco speculativo. Ma, ricordiamolo, potremmo considerare paesi quali il Portogallo (fresco di appostamento “sottocontrollo”), l’Irlanda, la Spagna (in caduta libera) ed il nostrano Stivale. Volendo essere pedanti, potremmo osservare come la moneta unica non ha affatto protetto i soggetti più deboli. Anzi, proprio nella zona euro si è registrata la recessione più forte del mondo globalizzato. E’ l’euro-zona, e non un altro luogo, ad essere entrata per prima in recessione. Qui, e non altrove, la crescita economica langue da tre lustri. Ma, al di là della mera critica strumentale all’euro, il documento suscita perplessità per un altro motivo. Per la prima volta, viene seriamente considerata l’ipotesi di qualche defezione. E si è formulata una minaccia (neanche tanto velata), verso quegli Stati che potrebbero essere sempre più tentati di ritrovare la loro libertà monetaria. Così, mentre nessun trattato europeo lo prevede, la BCE avverte: l'uscita della zona euro significherebbe l' espulsione immediata dall’UE… Per gli gnomi di Francoforte, dunque, cinquant’anni di percorso europeo (dalla CEE in poi), avrebbero creato “un nuovo ordinamento giuridico”, che supera “l’obsoleto concetto di sovranità” ed impone, dunque, “una limitazione permanente del diritto statuale”. Sì, avete letto proprio bene. La BCE riconosce esplicitamente che il concetto della sovranità, base delle nostre democrazie da almeno tre secoli, è sostanzialmente superato. E nessuno Stato può pretendere un trattamento speciale. S’è aperta dunque una nuova fase, nella quale i governi nazionali dovranno ineluttabilmente rinunciare a parti progressivamente maggiori del loro diritto. Resta un’altra perplessità. Il più delle volte si è preferito perseguire la costruzione dell’UE by-passando la sovranità popolare. Dando così la sgradevole sensazione che gli architetti operino per vie massoniche. Fino ad oggi, poche volte la gente è stata chiamata ad esprimersi realmente. E, quando è stato, ha spesso manifestato un dissenso (il no di Francia e Olanda alla Costituzione europea, il no danese all’euro, o quello irlandese al Trattato di Lisbona), puntualmente seguito da un nuovo turno referendario dall’esito positivo. Sarà. Ma quest’Unione Europea appare sempre più come una struttura voluta a dispetto degli elettori.

Brescia

Sposa bambina «ceduta» a 13 anni. Arrestati un romeno e sua madre. Il caso è stato scoperto perché la ragazzina è andata in ospedale, preoccupata del contagio da virus Hiv

MILANO - «Sposa»
a 13 anni. Per una ragazzina romena l'abito bianco è arrivato troppo presto, insieme a un atto notarile con il quale i genitori la «affidavano» fino al 2014 alla famiglia dello sposo, un connazionale di 21 anni. Il rito rom - che non ha valore in Italia - è stato celebrato in Romania, e la ragazzina è stata poi portata a Brescia, dove da anni vive la famiglia del «marito». Ma quando sono cominciati i rapporti sessuali la ragazzina si è preoccupata, perché lui è malato di Aids. Ha chiesto aiuto, e la vicenda è stata scoperta dalla Polizia. L'uomo è stato arrestato all'alba di mercoledì dagli agenti della squadra Mobile di Brescia per violenza sessuale e riduzione in schiavitù, in concorso con la madre, anche lei arrestata.

LA SCOPERTA - A fine settembre, poco dopo il matrimonio, la ragazzina è arrivata a Brescia. La prima segnalazione del suo caso è arrivata dall'ospedale dove il 21enne è in cura per i suoi problemi di salute. La madre dell'uomo, preoccupata per una eventuale gravidanza, ha presentato la nuora-bambina al medico. Sono scattate le indagini della polizia ed è arrivata la prima perquisizione, che ha accertato che la minore viveva in uno stato di semiclandestinità, non frequentava la scuola e non poteva vedere estranei. Dopo i controlli la famiglia del «marito» ha cercato di mettersi in qualche modo in regola iscrivendo la ragazzina a scuola, in seconda media. A lei piaceva studiare e si trovava bene, ma la vita «normale» di una bambina in Italia si scontrava con le regole sociali rom: il «cognato» si è presentato un giorno a scuola chiedendo che non stesse in classe o a mensa con i maschi, «non va bene».

I PRIMI RAPPORTI - A gennaio poi la situazione è precipitata: la ragazzina, che ha compiuto 14 anni, si è presentata all’ospedale impaurita perché aveva avuto rapporti sessuali non protetti con il «marito» e temeva di aver contratto il virus Hiv. E' stata quindi sottoposta a terapia retrovirale e ha lasciato la scuola per qualche giorno. E a questo punto sono scattati i provvedimenti d’urgenza: accertato che la situazione si era aggravata, e d’accordo con la Procura, la bambina è stata affidata d’urgenza ad una comunità protetta e sono scattati gli arresti del marito e di sua madre. Né lui né la donna ancora riescono a capire dove stia il male. Si sono verificati - spiega la mobile di Brescia - molti altri casi simili nella comunità rom, questi matrimoni sono molto diffusi. La bambina - spiegano gli agenti - non era maltrattata o vessata, e quel matrimonio era per loro giusto. Un anno fa ad esempio, sempre la polizia, si occupò di un altro caso simile: una 12enne, sposa di un kosovaro 21enne, si presentò in ospedale a partorire. Il marito è già stato condannato in primo grado.

LE ACCUSE - In questo caso, sebbene sia usanza che la famiglia dello sposo dia una somma in dote a quella della sposa, «non è stato accertata alcuna transazione economica», a differenza del caso di un anno fa, spiega la questura di Brescia. Sul giovane arrestato pesa l’accusa di violenza sessuale e riduzione in schiavitù, sull base dell’articolo 600 del codice penale, che ricalcando la Convenzione di Ginevra, considera l’esistenza dello stato di soggezione anche quando avviene approfittando di una situazione di inferiorità psichica, tale quella di una sposa di soli 13 anni. La madre del giovane risponde in concorso per agevolazione. Ora la sposa bambina è in una comunità protetta, presto tornerà a scuola. «E’ una bambina intelligente - raccontano gli agenti - che ha una gran voglia di studiare e di integrarsi, serena nonostante tutto».

martedì 2 febbraio 2010

Ciancimino Jr...

La seduta spiritica di Arturo Diaconale

Altro che gli oltre settecento milioni da dare a Carlo de Benedetti per il Lodo Mondadori! Altro che i tre milioni e mezzo al mese richiesti dalla moglie Veronica! Adesso Silvio Berlusconi dovrà restituire, ovviamente con gli interessi e calcolando tutti gli utili mai versati nel corso degli anni al socio occulto, i soldi che a detta di Massimo Ciancimino il padre Vito investì per la costruzione del complesso edilizio di Milano 2! Nella sua deposizione di fronte al processo Mori il giovani Ciancimino non ha indicato se la sua clamorosa rivelazione prelude ad una azione risarcitoria nei confronti del Cavaliere. Ma, considerando come Ciancimino junior tenga al denaro non avendo mai indicato con precisione dove si trovi il tesoro del babbo defunto e tenendo presente come la fortuna di Berlusconi nasca proprio dal successo di Milano 2, si può presumere che quanto prima il presidente del Consiglio si troverà a fronteggiare la richiesta di dividere a metà il proprio patrimonio, destinandone una parete ai figli di primo e di secondo letto e l’altra allo stesso Ciancimino. Ma come provare o verificare se effettivamente don Vito finanziò un Berlusconi all’inizio della sua avventura imprenditoriale prevedendo, quando nessuno lo avrebbe minimamente immaginato o sospettato, che con quei soldi il giovanotto brianzolo allora pieno di capelli avrebbe prima fatto fortuna con l’edilizia, poi sarebbe entrato nell’editoria, successivamente avrebbe inventato la televisione commerciale in Italia ed infine, si sarebbe buttato il politica con gli effetti che tutti conosciamo? Semplice, basta seguire il metodo inventato da Massimo Ciancimino per mettere insieme i ricordi d’infanzia e ricostruire l’intera carriera di mafioso del proprio padre. Basta, in sostanza, fare una bella seduta spiritica e parlare con il morto. Si può usare il pendolino, che come potrebbe riferire un personaggio autorevole come Romano Prodi, non manca mai di dare frutti ragguardevoli. Oppure si potrebbe ricorrere al classico tavolino a tre zampe. Che richiede tempi lunghi a causa del macchinoso meccanismo dei colpi con cui si determinano le lettere dell’alfabeto. O, in ultima analisi, si potrebbe ricorrere alla pratica della scrittura, con il medium che scrive sotto dettatura del defunto. Insomma, va bene qualsiasi sistema. Purché si mantenga e non venga sconfessata l’intuizione del giovane Massimo. Che di notte parla con il proprio papà ormai da tempo nella tomba e di giorno riporta i pezzi di conversazione notturna ai magistrati che indagano sull’inquinamento mafioso nelle vicende nazionali degli ultimi cinquant’anni. E’ per questo, infatti, che Massimo Ciancimino ricorda e rivela a spizzichi e bocconi nel corso degli anni. Un pezzo una volta, un altro pezzo un’altra. Il morto, infatti, non deve aver superato l’incazzatura di essere passato a miglior vita. E racconta i fatti di cui è stato protagonista al figlio senza rispettare la cronologia degli avvenimenti. Ma, al contrario, seguendo una logica strettamente connessa alle vicende politiche del momento. Come mai, ad esempio, la storia dei soldi a Berlusconi per Milano 2 non è spuntata negli anni passati ma solo ora? Il defunto, che in vita era mafioso ma anche politico, deve aver mantenuto il gusto per il legame con l’attualità. E si regola di conseguenza. Guarda caso con il chiaro intento di far dire al proprio ragazzo ciò che certi partiti e certi magistrati vogliono sentir dire. Per consentire al giovanotto di usufruire il più possibile della benevolenza di chi amministra la giustizia e poter tenere il più a lungo possibile segreto il luogo dove sono nascosti i frutti dell’attività mafiosa del genitore. I figli, si sa, “so piezze e core”! Parlino, dunque, i magistrati, con il morto. Perché farsi prendere per fessi da Massimo quando si potrebbe farlo da soli?

Caso Abu Omar

La politica entra nella sentenza di Giorgio De Neri

In Italia la ragione di stato non vale niente. E se un premier appone e oppone il segreto di stato per salvare il salvabile dei rapporti diplomatici tra Italia e Usa (e soprattutto tra Cia e Sismi) dopo l’epilogo assai infausto del caso di Abu Omar, trova anche un giudice, non un pm, che nelle motivazioni della propria sentenza di condanna si mette a fare la morale alle scelte di governo. E persino alla sentenza della Corte Costituzionale che giudicò giusto, e a norma di stato di diritto, mettere tale segreto. Hai voglia qundi a parlare di separazione dei poteri, o persino delle carriere dei magistrati, quando poi il retropensiero è sempre lo stesso: resistere, resistere, resistere. Magari senza nemmeno sapere bene a chi o a cosa ma intanto si resiste. Per la croncaca, il protagonista in toga del giorno è il giudice Oscar Maggi, davanti al quale si è svolto il processo per il sequestro dell’ex imam di Milano Abu Omar. Maggi nelle motivazioni della sentenza scrive che da parte del Sismi, allora diretto dal generale Pollari, c’é stata “conoscenza... o forse compiacenza” nel rapimento. Come è noto, il 9 novembre 2009, all’esito del processo furono condannati gli agenti Cia mentre per i funzionari del Sismi fu disposto il non doversi procedere proprio per l’esistenza del segreto di Stato. In pratica Berlusconi, visto che con la Cia la frittata era ormai stata fatta e un’intera rete di agenti smantellata grazie alle indagini del pm Armando Spataro, ha pensato almeno di salvare ciò che rimaneva della rete Sismi che si occupa nei ritagli di tempo di terrorismo islamico. Anche perché l’obiettivo della sicurezza in Italia è fare la “contro guerra” a Bin Laden, più che fare le pulci sui metodi dei servizi di sicurezza. Che notoriamente non possono comportarsi con la stessa lealtà allo stato di diritto, e osservando le medesime garanzie che devono osservarsi per tutti i sospetti, criminali e non, in Italia, da parte dei pm e degli ufficiali di polizia giudiziaria. Sennò sarebbe inutile pure la stessa esistenza del Sismi, che oggi si chiama Aise. Ma secondo Maggi, e questa sarebbe la critica alla Consulta, “ammettere che vi è segreto di stato correttamente opponibile all’autorità giudiziaria che riguardi i rapporti tra servizi segreti italiani e stranieri e assetti organizzativi e operativi del Sismi, ancorché collegati a un fatto reato per cui si proceda, nel momento in cui si afferma che per quel fatto reato non vi è segreto e nel momento in cui per quel medesimo fatto risultano indagati o imputati persone appartenenti a quei servizi stessi costituisce un ’paradosso logico e giuridico’ di portata assoluta e preoccupante”. Non è invece paradossale, per Maggi, che un giudice di merito al posto di adeguarsi facendo proprie le ragioni della Corte Costituzionale, se del caso studiadosele a fondo, si metta a sindacarle nelle motivazioni di una sentenza che di tutt’altro dovrebbero parlare. Ma questa è la giustizia “made in Italy”, e, come al solito, “prendere o emigrare”.

Partito democratico

Bassolino vs De Luca di Davide Giacalone

Le vie del giustizialismo sono infinite, e pure quelle della questione immorale. Anche le vie della politica sono molteplici, e dopo le gozzoviglie dei tortellini crapuloni arrivano le sceneggiate dei paccheri in salsa rossa. Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno ed esponente del Partito Democratico, accusò esplicitamente i governanti della Campania, e in particolare Antonio Bassolino, di avere gestito il problema della spazzatura lasciando che la camorra si arricchisse. Il moralizzatore di allora si ritrova a fare i conti con i mozzorecchi d’oggi, che non lo vogliono candidato perché imputato. L’oppositore di ieri annuncia, adesso, che anche Bassolino è parte della storia gloriosa della sinistra meridionale. No, non è un abbraccio. Ha solo disinfettato la lama. Napoli non è una zona rossa, non è Bologna. Ma ha una lunga tradizione di amministrazioni di sinistra, poi divenute anche regionali. Basti ricordare Maurizio Valenzi, a lungo sindaco (oltre che di famiglia ebraica e livornese, quindi da amare). Per fare approvare i bilanci aveva bisogno dei voti democristiani, che arrivavano puntuali. Le distinzioni, un tempo, erano più chiare, pur non rinunciando alle confluenze d’interessi. La sinistra d’adesso s’è riunita, per designare De Luca, presso il Vesuvio. Il più lussuoso albergo partenopeo. I compagni hanno varcato la porta rotante, sperando di non veder rotolare il partito apparato, il partito amministrazione, l’unico che conoscono. Si sono adattati agli agi e oramai parlano la lingua della città introdotta e benestante, incravattata by Marinella. Hanno imparato che la ricchezza non è un peccato, ma hanno scordato la premessa: purché guadagnata. Si sono scambiati favori e posti con il grande impero di Bassolino, ma ora lasciano Totonno al suo dorato e rischioso tramonto, pronti ad applaudire chi lo osteggiava ruvidamente, mentre il partito stava dalla parte dell’ex ingraiano, ex sindacalista, ma sempre convinto bassolinista. Fra i marmi e i velluti, accolti da un generale con la tuba in testa, ca pare un pazzo, invece è ‘u portiere, con i convenuti che non si chiamano compagni, perché, o vere, ce simmo rutt ‘i ‘sti cose, cui credono solo quattro scafessi, è capitata la classica scena da film, che ci metti tre giorni per spiegarla a chi non ha la cultura adatta: si alza Alfonso Andria e va ad abbracciare De Luca. Applausi, lucciconi. Gomitate d’intesa. Chi è, costui? Un europarlamentare della sinistra, che, nel 2006, i Ds e la Margherita volevano sindaco di Salerno, per liberarsi di De Luca e del suo ostinato e smargiassono antibassolinismo. Vinse De Luca. Merita il bacio. Si commuovono anche le pezzogne, che s’avviano a sposarsi con cappero e pummarola, per ristorare i convenuti, magari sulla terrazza Caruso. Signori, questa è grande scuola meridionale! La battaglia di De Luca contro Bassolino fu assai più determinata di quella del centro destra, che avrebbe dovuto essere l’opposizione e che, invece, s’è sentito poco o non s’è sentito affatto. Scurdammoce ‘o passato, ora il passaggio del testimone avviene fra i flash dei fotografi, ma senza alcuna consultazione del partito, né con dei congressi, né con elezioni primarie. Il tragitto della democrazia interna è come la scalinatella: longa longa e stritturella. Non che nel centro destra le cose vadano meglio, ma, almeno, da quella parte nessuno si sogna di dire che i militanti e gli elettori contano qualche cosa. Contro De Luca si sono già pronunciati l’Italia dei Valori e il Partito della Rifondazione Comunista. Gli ultimi combattenti pro Bassolino. Ma la cosa paradossale è che gli italovaloristi avversano De Luca proprio per ragioni morali, essendo quest’ultimo coinvolto in vicende giudiziarie. Di quelle che hanno riguardato l’amministrazione regionale, guidata dai loro compagni di coalizione, non devono essersi accorti. In effetti De Luca è stato rinviato a giudizio, per falso e truffa, assieme al presidente degli industriali di Napoli ed altri. La vicenda è quella della delocalizzazione delle Manifatture Cotoniere Meridionali, di Salerno. La prima udienza è prevista per il prossimo giugno. Per noi, naturalmente, in questo caso come sempre, vale la presunzione d’innocenza. De Luca, non lo si dimentichi, era divenuto sindaco dopo le dimissioni di Vincenzo Giordano, a sua volta affondato da indagini penali, che poi si rivelarono senza fondamento. Silurato dalla locale tangentopoli, fu scagionato quando era politicamente defunto. Non è, insomma, una storia isolata e inedita: i virtuosi dell’accusa si trovano a loro volta imputati, ma evitano di dimettersi, come, invece, imposero ai predecessori, anzi, si candidano a più alti incarichi. Vi pare brutto? E che volete farci, la giustizia italiana s’aggira in Africa, come ci ricordano da due anni, il che ha attirato l’attenzione dei cannibali. “Ha da passa’ ‘a nuttata”, scriveva Eduardo. I cugini siciliani sono più amaramente realisti: “chiù scuru ri mezzanotti ‘un po’ fari”. La dolcezza del lungomare, davanti all’Albero Vesuvio, intenerisce l’anima. De Luca esce candidato unico del Pd, avendo vinto le preprimarie, in assenza di competitori. I rifondaroli protestino pure, e vadano a spiegare che ci facevano in giunta. De Magistris e Di Pietro faranno a chi ce le ha più tonde, le manette, ma l’unico risultato cui possono ambire è quello di rendere un omaggio a Bassolino. Che il lungomare lo calca veloce, ma l’unica cosa che lo illanguidisce è la gioia di vedere De Luca perdere. Vendetta? Ma no, ancora vi sfugge il paradigma culturale: istinto di sopravvivenza.

Immigrazione

Immigrati, per il 64,7% degli italiani aumentano la criminalità. I dati del Rapporto Eurispes 2010: per il 24,8% tolgono lavoro ma il 60,4% pensa che contribuiscono all'arricchimento culturale del Paese

ROMA - Gli immigrati? Sono un po' troppi e la loro presenza massiccia in Italia aumenta la criminalità. Ecco come la pensano gli italiani, intervistati dall'Eurispes, sulla questione immigrazione per il Rapporto Italia 2010. Lo studio parla di una convivenza fatta di luci e ombre. Il 64,7% dei nostri concittadini, infatti, ritiene che gli immigrati aumentino la criminalità, il 46,1% pensa che un atteggiamento di diffidenza nei loro confronti sia giustificabile, seppur solo in alcuni casi (il 22,8% lo reputa pericoloso, il 17,7% riprovevole). L'86,4% è dell'idea che svolgano i lavori che nessun altro ormai vuole fare, ma quasi un italiano su quattro (il 24,8%) è convinto che gli stranieri rubino il lavoro ai cittadini del Belpaese. A quest'ultima opinione si affianca quella del 60,4% di italiani secondo i quali i migranti aiutano la crescita del Paese, mentre per il 59,1% permettono l'arricchimento culturale. Ad essere più aperti (ma nemmeno troppo) con i migranti sono gli elettori di sinistra: per il 29% è "riprovevole" provare diffidenza verso gli immigrati, una percentuale che cala al 14,8% nel centrodestra. La convinzione che gli immigrati tolgano il lavoro agli italiani risulta tanto più diffusa quanto più a destra si collocano gli intervistati: si passa dal 17,3% dei soggetti di sinistra al 33,3% di quelli di destra. Gli immigrati aumentano la criminalità per il 51,2% del campione orientato a sinistra e per il 75% di quello di destra e centro-destra. In totale, il 58,8% degli italiani pensa che si sia raggiunto il limite: la capacità ricettiva del Paese è stata superata (lo pensa anche il 53,4% degli elettori del centro-sinistra). E un terzo dei cittadini (33,6%) vorrebbe che fossero inaspriti i controlli alle frontiere, per ostacolare l'ingresso di stranieri senza permesso. Comunque più di un terzo (36,5%) crede nell'integrazione e vorrebbe che lo Stato facesse di più in tal senso. Ma niente cittadinanza breve: il 36,8% dei cittadini ha dichiarato che l'intervallo di tempo più adeguato per ottenere la cittadinanza siano dieci anni di residenza. Solo il 29,7% sostiene che sarebbe più giusto un intervallo di cinque anni, il 14,7% parla invece di sette anni. Per quanto concerne il diritto di voto, quasi la metà dei cittadini (49,1%), ritiene che gli stranieri regolarmente residenti, ma privi di cittadinanza, non debbano votare alle elezioni italiane. Un occhio di riguardo in più c'è per i bambini: il 60,3% degli intervistati ritiene che può essere cittadino italiano anche chi è nato in Italia da genitori stranieri.

Altri dati, QUI.

Fiat serbia

In Serbia. Decolla la Fiat dei Balcani: assunti in 1.000

Al via oggi l’assunzione di mille dipendenti alla Fas, la Fiat Automobile Serbia, nuova costola produttiva del Lingotto nei Balcani. Sono i primi lavoratori che saranno impiegati nello stabilimento di Kragujevac. Qui, in base al piano industriale presentato in dicembre da Sergio Marchionne, a partire al 2011 verrà prodotto il nuovo modello di mini car made in Fiat. «La produzione verrà fermata per procedere alla firma dei singoli contratti da parte dei lavoratori che saranno convocati in gruppi: in concomitanza alla sigla, nel corso di una piccola cerimonia interna alla fabbrica, ad ognuno dei nuovi assunti verrà consegnata la nuova tuta da lavoro a marchio Fiat», racconta ad Apcom una fonte interna allo stabilimento di Kragujevac. Con l’ufficializzazione dell’assunzione degli operai, che trova ampia eco presso la stampa locale, cala definitivamente il sipario sulla Zastava, industria automobilistica che fu fiore all’occhiello della Jugoslavia di Tito, «salvata» dalla bancarotta da Fiat, nel 2008, quando ne rilevò il 67% in joint venture con il governo serbo.

lunedì 1 febbraio 2010

La Binetti se ne va...

«Mi auguro che Casini e Rutelli si mettano insieme. La prospettiva è il centro». Pd, la Binetti pronta all'addio. «Ha fallito, non è più il mio partito». La leader teo-dem: «Con la candidatura della Bonino i democratici si sono consegnati a una cultura estranea»

MILANO - «Il Pd si è avviato verso il fallimento e ormai non è più la formazione politica alla quale ho aderito».
Ha il sapore di un addio ai democratici quello di Paola Binetti. L'esponente teo-dem, intervistata da La Stampa, non ha digerito la candidatura alla Regione Lazio di Emma Bonino, con la quale a detta sua «il Pd ha abdicato a ogni forma di leadership culturale, consegnandosi a quella radicale». E alla domanda se stia per salutare definitivamente il Partito democratico, la Binetti replica prontamente. «Il Pd - si domanda - è ancora il Pd o un oggetto geneticamente modificato? Io - spiega - ho chiesto di sapere, ma le risposte ancora non mi sono state date. Se queste risposte non arrivano o saranno insufficienti ne trarrò le conseguenze».

VERSO IL CENTRO - Nell'intervista al quotidiano di Torino, la Binetti registra inoltre «il forte e crescente disagio» di colleghi come Castagnetti, Merlo o Maria Pia Garavaglia, che evidenzierebbero la «crisi profonda» del Pd, e spiega che la sua missione in politica è quella di «affermare certi valori e principi». Guarda al Centro?. «La mia prospettiva - risponde - è certamente quella», spiega la deputata cattolica del Pd. «Credo che anche l'Udc debba ripensarsi in un modo nuovo - aggiunge -. E da questo punto di vista la componente di Pezzotta è importante per condurre verso un rapporto con l'Api di Rutelli teso a generare un soggetto politico forte». «Mi auguro davvero - sottolinea - che Francesco Rutelli e Pierferdinando Casini si mettano insieme per dare via a una formazione capace di dire al Paese che c'è uno spazio per pensare la politica in modo diverso». Per quanto riguarda infine le prossime elezioni regionali nel Lazio, Binetti avverte i cattolici: «Devono stare molto attenti a chi consegnano le chiavi della Regione».

Crimini stranieri

Stranieri, i dati che i giudici non hanno di Alberto Giannoni

Le relazioni che due giorni fa hanno aperto l’anno giudiziario di Milano hanno riempito le cronache con i dettagliatissimi dati sulle zone della movida, e le conseguenti polemiche. Al contrario ha colpito la pressoché totale assenza di dati sul fenomeno della criminalità legata all’immigrazione. Coincidenza: appena due giorni prima il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi era stato attaccato per un’equazione che - sulla base dell’esperienza degli ultimi anni - appare una pura constatazione, e che recita: meno immigrati uguale meno criminalità. Sulla rilevanza dei fenomeni criminali degli stranieri non ci sono dubbi. E non solo per la cosiddetta «percezione» dei comuni cittadini, il cosiddetto «uomo della strada»: lo ha riconosciuto lo stesso il presidente della Corte d’Appello Ruggero Pesce, dichiarando testualmente che «sempre più elevato è il numero dei detenuti e degli imputati stranieri, anche per reati gravissimi, dagli omicidi volontari alla riduzione in schiavitù, allo sfruttamento della prostituzione, all’associazione per delinquere (...) al terrorismo, oltre ai reati, numerosissimi, per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti». Eppure, poche pagine dopo nella relazione, il procuratore della Repubblica presso il tribunale di Milano esaurisca la questione dei reati commessi dai cittadini stranieri con una nota da una riga secondo la quale «il dato non è rilevabile dal Registro generale». L’incidenza degli stranieri, poi, riappare fra gli allegati alla relazione del presidente del Tribunale, dove si rileva che «il 55,71% degli imputati nei processi sia monocratici che collegiali sono stati cittadini stranieri...». Come dire che il dato degli imputati stranieri è aumentato di poco più dell’1%, e quello degli italiani si è ridotto di una percentuale corrispondente. E ancora, nella relazione del procuratore della Repubblica presso il Tribunale dei minori si citano i dati sui minori stranieri e italiani denunciati - con tanto di percentuale riferita ai rumeni (che commettono il 37% dei reati degli stranieri e il 13% del totale); e quindi si riportano anche gli ingressi dei minori italiani e stranieri in stato di fermo e di arresto. Quindi il dato degli stranieri compare nel report della procura presso il Tribunale dei minori; compare a valle dell’iter processuale - al momento dell’imputazione - ma non è disponibile a monte, nella relazione della procura. Un quadro utile a ricostruire l’incidenza della criminalità legata agli immigrati lo fornisce invece la Polizia locale. Secondo la quale nel 2009, su 5569 denunce e arresti, 3405 sono a carico di stranieri. Dunque il 15% della popolazione residente (199mila stranieri su 1,3 milioni residenti totali) è responsabile del 61% dei reati. Siamo molto al di sopra dunque del tasso di delittuosità fisiologico (il 15% dei reati). E in effetti la relazione del provveditore regionale per la Lombardia dell’amministrazione penitenziaria certifica che gli stranieri rappresentano il 62% della popolazione carceraria di San Vittore. «La tesi che i clandestini delinquono alla pari degli italiani, come da alcuni parti è stato avanzato, non sta in piedi», commenta il vicesindaco di Milano, Riccardo De Corato.

La dirigenza comunista

Il partito che fu e gli affari di Delbono di Davide Giacalone

C’era una volta la dirigenza comunista, che in Bulgaria andava a fare i corsi d’aggiornamento. Ora ci sono gli amministratori di sinistra, che in Bulgaria comprano case, in società con un missino. C’era una volta un partito totalizzante, che ben prima del fisco, e senza neanche chiedere il quadro RW, avrebbe fermato il compagno investitore e l’avrebbe strapazzato. Ora c’è una sopravvivenza partitica, che neanche riesce a reagire quando i compagni amministratori volano per il mondo a spese della collettività. Gli scandali bolognesi non sono la fine di un mondo, ma gli effetti di un mondo finito. Lo stesso che ora si vanta di un Delbono dimesso, per questioni di femmine, e omette di ricordare che Bassolino è ancora al suo posto, per questioni di potere. Un tempo si diceva di Bologna che era la città delle tre “T”: tette, torri e tortellini. Il sindaco, Flavio Delbono, è caduto sulle prime. E non s’è più ripreso. Ma sbaglia chi crede che questa sia solo una storia da provincia pecoreccia, perché Bologna era anche la capitale dell’amministrazione di sinistra, il vessillo di quel buon governo comunale e regionale sul quale generazioni di compagni hanno fantasticato e gonfiato il petto. Quel che succede oggi è solo la conseguenza di ciò che è in corso da tempo: quel sistema sta crollando. Non per gli attacchi che subisce dall’esterno, ma perché si decompone al suo interno. Regioni e comuni “rossi” hanno dimostrato, nel tempo, una stabilità amministrativa sconosciuta nel resto d’Italia. Molti loro amministratori sono stati ottimi sindaci, ma la forza elettorale non derivava dai loro meriti, bensì da una struttura politica che modellava e governava un blocco sociale. Un blocco al quale non si sfuggiva, che il tempo ha progressivamente spaccato. Ragioniamoci, e vedrete che anche l’esuberante sessualità di Delbono è un segno che porta alla fine. Alcune, vaste zone d’Italia furono rosse subito dopo la Liberazione, e tali sono restate per un tempo infinito. Il collante non era solo la propaganda. Che l’Unione Sovietica fosse il paradiso dei lavoratori non lo credevano in paradiso, ma nemmeno i lavoratori. Il fatto è che in quelle terre il partito era tutto. Nascevi e ti mettevano un nome di battaglia. Muovevi i primi passi, e tiravi i calci al pallone presso la Casa del Popolo, per poi far tornei con quegli smidollati borghesucci dell’oratorio. La Casa del Popolo, del resto, era anche la sede del glorioso Partito Comunista Italiano, nonché una proprietà immobiliare intestata ad una cooperativa, della quale facevano parte tante persone, ma a patto d’essere iscritte al partito: se uscivi dal partito, perdevi la quota. Per mettere su famiglia prendevi una compagna, magari educata dalle suore, ma pur sempre conosciuta in quelle passeggiate di montagna in cui i pionieri, ragazzi come te e come tutti, si vestivano manco fossero partigiani. Ti dicevano: si deve conoscere la montagna, non si sa mai. I più imbecilli ci credevano, e qualcuno l’hanno preso mentre sparava sul serio. Intanto ci hai conosciuto la moglie, e va bene così. Se i genitori non ti lasciavano la casa, andavi a prenderne una delle cooperative, diventando socio. Per riempire il frigorifero facevi la spesa alla cooperativa, diventando socio. Se andavi a caccia ti accompagnava l’Arci, associazione del tempo libero, naturalmente comunista. E anche se alle donne preferivi gli uomini, l’Arci ti organizzava, come se ci sia bisogno d’associarsi per sollazzarsi in double-face. Compravi la macchina e il partito ti assicurava, con l’Unipol. Andavi a lavorare e il partito ti tutelava, con la Cgil. Ti associavi ad altri per coltivare il campiello, e il partito ti assisteva e aiutava, con la Lega. Ti dava la banca, le feste popolari, le cose da pensare e quelle da dire. E tutto questo ha retto per un tempo infinito, come se intere lande fossero finite dentro una goccia d’ambra. Rossa. La macchina era diretta da uomini del partito, che provvedevano alla vita di ciascuno. Era il comune a dovere dare la licenza per costruire il supermercato e, guarda caso, la dava solo alla Coop. Anche la bocciofila, era quella dell’Arci. E alla vendemmia tutti si abbracciavano, essendo parte dello stesso popolo, con gli stessi ideali, con i medesimi e venerati capi. Il partito comunista di quei tempi, del resto, dava indietro un discreto servizio: i dirigenti erano controllati. E’ vero, infatti, che erano rari i casi di ladrocinio e arricchimento personale, al contrario di quel che avveniva ai democristiani che smaneggiavano con i palazzinari romani. Il partito era occhiuto, e prendeva solo per sé il diritto di maneggiare mazzette, tangenti, favori e privilegi. Non erano zone più oneste, ma solo meno libere e più socialmente controllate. Vale anche per i costumi personali, fino alla patta dei pantaloni. I comunisti erano moralisti e bacchettoni, e anche quando il grande capo, Palmiro Togliatti, si prese una compagna che non era sua moglie, ci fu chi ebbe da ridire. Nelle lussurie della provincia poteva capitare che il tal dirigente locale non disdegnasse l’avventura nel fienile, poi divenuta un pomeriggio nell’alberghetto fuori mano, ma la pagava, passando da assessore ad amministratore di cooperativa, per poi essere assegnato al reparto gay del tempo libero e della cultura. Dante Alighieri non era nessuno, in quanto a contrappasso. Un tempo il sindaco non poteva permettersi di lasciare la seconda moglie (pare incinta) per continuare a girare il mondo con la segretaria. Sarebbe intervenuto il partito e gli avrebbe sigillato le mutande, avviando la procedura (discreta, silenziosa, direi: curiale) di retrocessione. Ma mentre il sistema di potere restava in piedi, gli uomini cambiavano e il partito si disfaceva. Le ideologie finivano (era ora) nella pattumiera, lasciando libera la via agli arrivisti, ai cultori dei rapporti trasversali. Alla fine, come pare sia capitato a Piacenza, il sindacato avvertiva che sarebbero arrivati dei controlli in cantiere. Un allarme non del tutto coerente con gli interessi dei lavoratori, che, però, non sono più comunisti, e manco italiani. I capi delle Coop spiano i dipendenti e li sfruttano, trattenendo pure i loro soldi. I capi di Unipol hanno paccate di soldi all’estero, con i quali fanno le pernacchie ai militonti. E tutto questo si vede e stravede. Sicché, quando viene lanciato l’appello alla difesa della rossa Bologna, magari con qualche foto della Resistenza, i compagni, memori del pessimo servizio reso da Sergio Cofferati, non dimentichi dell’essere stati usati per assicurare prebende ai dirigenti, e consapevoli che il mondo degli affari è entrato in quei palazzi che si pretendono virginei, ha un moto di sana disillusione. Ma andate... E’ finita. Non saranno i prodiani a rimediare, semmai si candidano ad approfittare. E’ finita e noi, che contro quel mondo, contro quel blocco sociale, ci siamo battuti per una vita, quasi ci lasciamo prendere da un pizzico di nostalgia. C’era del buono, in quel mondo, ma ora c’è Delbono, a ricordarci che c’era anche molto male, molta chiusura, molta paura della libertà. E’ finita, ed è bene che sia così.